La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller

Ultimo aggiornamento il: 20/04/2018 14:16:28


La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller

“Batte… batte… …non batte più”. Detto ciò si sentì improvvisamente leggero. Si sedette sul letto; anche il dolore causato dall’infezione alle vie urinarie che lo perseguitava da anni era sparito d’incanto, come se avesse assunto un’altra forte dose dell’oppio che usava per placarlo. Vispo e lucido si guardò attorno, scorgendo nella stanza il medico e qualche domestico. Domandandosi che ci facessero lì si alzò avvertendo un leggero strappo che lo costrinse a girarsi. Fu allora che si vide. Il suo monumentale corpo, grosso, sudaticcio e un po’ sfatto dagli anni, era supino nel letto, immobile, apparentemente morto, anzi, sicuramente morto, visto che lui ne era fuori. Osservò il medico che si chinava sul cadavere in cerca di qualche rimasuglio di vita, lo sentì mormorare ad una serva che andasse a preparare dei vestiti, che il signore era spirato e, dimenticandosi quasi subito dell’evento luttuoso che aveva colpito se stesso, cominciò a pianificare il suo futuro. Si aggirò nella stanza, esaminando scientificamente la sua nuova condizione. Gli parve che ogni malessere, ogni stanchezza, ogni sintomo dell’età fosse rimasto attaccato a quel corpaccione sul letto, simile ad un bozzolo di farfalla. “Ecco!… Sì!… - pensò - Sono veramente come una farfalla... Ecco il segreto della vita e della morte! Un bruco, un bruco! Ecco cos’è l’uomo in vita! Divora, consuma, si nutre di emozioni, di passioni, di cibi e a volte anche di scienza. E poi… e poi la morte. Il bozzolo carnale conclude la sua funzione e da esso s’origina un’altra entità, un altro destino.”

Felice e sereno, entrò nel suo studio, senza più avvertire l’odioso scricchiolio del pavimento, che si produceva ad ogni passo, quando ci camminava sopra in vita. Tutto era come l’aveva lasciato: lo scrittoio intasato di carte fitte d’appunti, il lume, il flacone con le ormai inutili pasticche d’oppio e soprattutto torri di libri che vegliavano, mute e pericolanti, il poco spazio ove scriveva. Provò a prendere la penna, ma le sue dita si chiusero invano. Allora provò a sollevare un libro, ma le mani lo traversarono senza fatica provocando solo un impercettibile spostamento. Un po’ triste von Haller si diresse allora nelle stanze che ospitavano la biblioteca per lui, l’aveva capito, ormai inutile. Mai più avrebbe potuto sfogliare i suoi preziosissimi volumi, mai più le sue dita avrebbero carezzato le pergamene, mai più l’aroma della carta e degli inchiostri avrebbe deliziato il suo olfatto…

Era passato ormai un anno e l’ectoplasma halleriano era ancora in quella casa, incapace di abbandonare i suoi cari libri; ma ora si trovava in grande agitazione. Pochi giorni prima, era giunto un emissario da Vienna; portava le condoglianze delle loro maestà Maria Teresa e Giuseppe II d’Austria e avanzava l’offerta di acquisto della biblioteca di Haller per la bella somma di 2000 luigi d’oro, o 48 lire di Francia. Il fantasma fu subito lieto di quella notizia; si ricordava ancora della visita di Giuseppe II, che ricevette pochi mesi prima di lasciare il “bozzolo”. Era intenzione dell’imperatore far portare quel prezioso tesoro di carta a Milano, per arricchire la neonata Biblioteca Braidense in Brera. Albrecht ne era contento: aveva pensato più volte di visitare l’Italia, ma dubbi sulla salubrità del clima meridionale l’avevano sempre fatto desistere. Ora se non altro ci sarebbero arrivati i suoi libri. Poco tempo dopo arrivarono a Berna il bibliotecario di Brera Carlo Carlini e il barone Kronthal. Sbrigati i convenevoli di rito e la faccenda del pagamento, gli emissari imperiali si diedero subito da fare per organizzare la complessa spedizione della biblioteca attraverso le Alpi. I problemi erano molteplici, dalla scelta del percorso più agevole a quella del sistema di imballaggio; dalla scelta del peso di ogni collo a quella degli animali da someggiare: meglio asini, muli o cavalli?

L’estate stava volgendo al termine e bisognava fare in fretta: qualsiasi via fosse stata scelta, una nevicata precoce sui valichi alpini avrebbe potuto essere disastrosa.

Haller aveva una grandissima esperienza nel trasporto di libri, già nel periodo giovanile si era portato appresso per mezza Europa il primo nucleo della sua biblioteca. Il primo grande trasloco avvenne però nel 1736, quando fu nominato professore di anatomia, chirurgia e botanica presso l’Università di Göttingen. Molti anni più tardi, nel 1753, i suoi libri tornavano a Berna, ma appena cinque anni dopo la biblioteca era di nuovo spostata a Roche, dove lo scienziato era stato nominato direttore delle locali saline. Fu a Roche che il numero dei tomi arrivò a superare i 10.000 pezzi. Nel 1764, i libri furono di nuovo spostati in Berna. Ora era giunto il momento di quello che sarebbe stato l’ultimo trasferimento della biblioteca.

Alla luce delle sue esperienze Albrecht pensò che sarebbe stato opportuno aiutare i nuovi traslocatori e prese a visitarne i sogni. Con questo metodo lo spirito suggerì per prima cosa che l’impresa fosse affidata casa di spedizioni del banchiere Ludwig Zeerlender, marito della sua nona figlia Charlotte. Ad incarico ottenuto costui si mise subito a studiare quale fosse la via transalpina migliore per il trasporto, ma considerando le notevoli titubanze del genero, Albrecht decise infine di intervenire con qualche consiglio dall’aldilà. Per la comparsa diede il meglio di sé presentandosi in tutta la sua opulenza anatomica. Scelse vestiti di grande pregio, mise scarpini col tacco per apparire ancor più imponente e verso le tre di mattina, mentre lo Zeerlender entrò in scena assiso su un roccione prominente, affacciato su vette grandiose e ghiacciai, avvolto in un tenue velo di nebbioline dorate. Si guardò attorno con espressione studiatamente ispirata ed ascetica poi iniziò a declamare il poema che l’aveva reso celebre, Le Alpi. “Ostinatevi, o mortali, a correggere la vostra sorte; approfittate delle invenzioni dell'arte e dei benefici della natura; animate con zampillanti fontane i vostri giardini in fiore; intagliate colonne e coprite di tappeti i ricchi marmi; mangiate nell'oro dei nidi di Tonchino; bevete perle nelle coppe di smeraldo; addormentatevi con l'arpa soave, svegliatevi con la tromba; spianate le asperità; trasformate in parchi intere foreste. Il destino soddisfi pure ogni vostro desiderio: rimarrete poveri nell'abbondanza, miserabili nella ricchezza.” Con consumata teatralità fece una pausa e poi si rivolse al genero: “So che un grande compito ti spetta: portare il mio sapere oltre queste vette, verso l’Italia. Cerca nel mio poema, cerca e troverai la via.”

Il mattino dopo Ludwig si svegliò con un pesante mal di testa che attribuì al sogno – o all’incubo? – del declamante suocero. Cercò di scacciarne il ricordo, ma fu irresistibilmente attratto dalla curiosità e, afferrata una copia del poema halleriano, si mise a leggere. Scorrendo velocemente i versi, fra pastori e leoni, figure mitologiche e memorie storiche, fra tempeste, folgori e cieli arcadici, finalmente giunse alla trentaduesima strofa dove lesse: “Dove il Gottardo s'alza sopra le nuvole, e il sole è prossimo al regno delle grandi altezze, la natura variopinta ha racchiuso in un piccolo luogo tutto ciò che la terra può offrire di meraviglioso...” Quella era certamente la soluzione dell’indovinello.

Fin verso il 1200, la via del Gottardo era fra le più impervie e pericolose, causa il passaggio delle gole della Schöllenen, stretto canyon scavato dalle tumultuose acque del fiume Reuss. Solo nel XIII secolo la via fu resa più transitabile grazie all’inventiva delle popolazioni Walser residenti in Valle Orsera (Urseren).

Lo sperone roccioso del Chilchberg, all’imbocco meridionale della forra fu superato mediante un camminamento di legno, il Twerrenbrücke, sospeso su travi e puntelli infissi alla parete granitica e le gole furono traversate con un ponte, anch’esso di legno, il Teufelsbrüke degli urani o Ponte del Diavolo dei ticinesi. Nel 1708, anno di nascita di Albrecht, il traballante Twerrenbrücke, fu infine sostituito praticando un traforo nel Chilchberg. Il primo tunnel delle Alpi, il Buco d’Uri o Urnerloch, era lungo 60 metri, largo 2,2 metri e alto 2,5 metri.

Il luglio del 1778 fu speso nella scelta del legno adatto alla costruzione dei contenitori e delle loro dimensioni. Considerando che la biblioteca avrebbe viaggiato a dorso di mulo le casse avrebbero dovuto essere strette e lunghe con il lato maggiore di almeno 45 centimetri. Si stabilì inoltre un peso massimo di circa 75 chilogrammi per collo; ogni animale ne avrebbe portato due per un peso totale di 150 chilogrammi, il carico massimo consentito dai regolamenti delle corporazioni di someggiatori del Gottardo.

Finalmente, in un radioso giorno di settembre, il fantasma prese posto su uno dei sei carri scelti per la prima parte del viaggio. La carovana uscì da Berna traversando l’Aar sul Nydeckbrücke ed imboccò la larga strada per Zurigo. Poco dopo Rothrist i carri deviarono a sud-est lungo una strada meno agevole che li condusse a Zofingen per giungere infine a Lucerna.

Il mattino successivo le casse furono caricate su due grandi imbarcazioni che silenziosamente, lasciarono Lucerna affrontando le scure acque del Lago dei Quattro Cantoni. La giornata era perfetta e quando il vento gonfiò le vele, l’ebrezza della velocità scatenò moti di allegria e buonumore fra l’equipaggio. Lo stesso ectoplasma ne fu contagiato e, lasciandosi prendere da quel vento gioioso, salì a spirale lungo l’albero maestro e più su. In basso le barche correvano veloci e piegando a sud stavano affrontando la strettoia del Nas, aperta fra la lunga penisola del Bürgenstock e le pendici occidentali del Rigi. Al di là il lago tornava ampio, prolungandosi verso est verso Brunnen dove un’ultima piega verso sud, nota come Urnersee, portava al porto di Flüelen che fu raggiunto nel pomeriggio, giusto in tempo per prendere accordi con il responsabile della compagnia di someggiatori ingaggiata da Berna. Alle quattro del mattino una lunga colonna composta da un’ottantina di muli invase la piazza del porto e si iniziarono le operazioni di trasbordo che richiesero circa tre ore. Lasciate le sponde del lago, la strada procedeva passando i borghi limitrofi di Altdorf, Bürglen e Schattdorf. Comodamente seduto a cavalcioni di uno dei muli di scorta Albrech von Haller si beava del paesaggio e godeva di un’altra giornata tiepida e serena. Il verde brillante di prati, quello intenso e scuro delle abetaie, le vette, già imbiancate dalla prima neve, che si stagliavano nell’azzurro, tutto confermava la bellezza e la grandiosità delle Alpi. A pomeriggio inoltrato la carovana giunse finalmente a Göschenen dove le bestie furono scaricare e accudite mentre lo Zeerlender, pagava le tasse, o forletto, al Mastro di Sosta. L’indomani li attendeva il superamento delle gole della Schöllenen; Albrecht le conosceva bene per averle già risalite nel 1736. Quell’anno aveva cercato fra l’altro lo Juncus Bonbycinus, trovandolo nelle torbiere della Valle Orsera e sul Passo del Furka, ma non sul Gottardo.

Alle prime luci, dopo essersi accodata ad una carovana che portava verso l’Italia pellicce e tessuti di lana, la biblioteca prese finalmente la via delle gole e poco dopo traversava la Reuss sull’elegante ponte in pietra di Häderli. Più avanti, dopo una serie di tornanti, imboccarono la cengia che avvitandosi attorno ad una sporgenza rocciosa, si affacciava sul precipizio in cui ribollivano le acque della Reuss. La cengia solcava in diagonale la vertiginosa parete portando nel punto dove gli opposti versanti quasi si toccavano: qui, sottile e miracolosamente sospeso sulle cascate, li univa il Teufelbrücke. Uno dopo l’altro i muli transitarono sul sottile arco di pietra che nel 1595 aveva sostituto il ponte primitivo e all’ingresso del Buco d’Uri dovettero attendere il passaggio di una colonna di muli carichi di riso e vino proveniente dal Ticino. Causa la claustrofobia di cui non si era evidentemente liberato neppure da morto, l’Urnerloch fu per Albrecht una vera tortura. Tornati alla luce, percorsero verso sud-ovest la radiosa valle sospesa di Urseren fino ad Hospental, dove la mulattiera si biforcava; nella medesima direzione proseguiva la via verso il Furka mentre quella del Gottardo s’insinuava verso sud. A sera la lunga colonna di muli giunse infine su crinale massimo, battuto da un gelido venticello. Passando fra rocce affioranti e i numerosi laghi che caratterizzavano la vasta conca a sud del passo, in pochi minuti uomini e muli giungevano finalmente al valico. Zeerlender e altri uomini alloggiarono nell’ospizio religioso gestito da Padre Lorenzo e una cinquantina di bestie furono alloggiate nella sua curiosa grande stalla ottagonale.

Dopo aver partecipato alla cena Haller si mise accanto al fuoco. Stranamente si sentiva stanco. Forse, pensò, era il calo della tensione che l’aveva sorretto fin lì ed ora che il tratto più difficile era compiuto poteva rilassarsi; lentamente si assopì assieme alle fiamme. Ancor prima dell’alba fu ridestato dai carovanieri che stavano mangiando una parca colazione a base di latte, pane e formaggio. Stette un po’ ad osservarli e poi uscì all’aperto. Non c’era una nuvola e la nebbia si era dissipata. Veleggiando silenzioso raggiunse la barriera rocciosa che si affacciava sulla ripida Val Tremola il cui versante sinistro era percorso dalla serpeggiante e vertiginosa mulattiera che scendeva ad Airolo. Non era mai stato in quel punto e per la prima volta in vita sua lo sguardo si spingeva verso il Ticino e l’Italia. Che fare? Seguire ancora i suoi amati libri? Che effetto avrebbe avuto il caldo clima italico sul suo fantasma? Forse era meglio fermarsi, in fin dei conti il più era fatto. Si volse verso nord e vide la carovana lasciare le case del valico. Il sole stava scendendo a lambire i prati e le rocce in un silenzio irreale, spezzato solo dal sussurro di una sottile brezza di monte. Ancora una volta si estasiò di fronte alla maestà degli scenari alpini e in quel momento di sublime meditazione gli sovvenne l’inafferrabile Juncus Bonbycinus. Ma certo! Perché proseguire quando aveva ora una missione ben più importante: cercare la pianta che gli era sfuggita anni prima.

Così Albrecht von Haller se ne stette assiso sul roccione della Tremola mentre il sole sorgeva; vide i suoi libri imboccare la discesa, li vide scendere tornante dopo tornante e quando anche l’ultimo mulo scomparve era scomparsa anche ogni tristezza; allora l’ectoplasma iniziò le sue ricerche. Molti anni dopo ai viaggiatori in transito per il Gottardo, fra le tante storie di Padre Lorenzo, sarebbe capitato di udire anche quella che narrava di un vortice di fumo azzurrognolo che di tanto in tanto compariva sui pascoli, si fermava presso i laghetti, sembrava cercasse qualcosa. Ma di questa favola si persero i particolari quando Padre Lorenzo abbandonò il valico.


Albrecht von Haller (Berna 1708 - 1777).

Considerato da molti l’ultimo genio universale, Haller è il fondatore della moderna fisiologia, ma fu anche clinico insigne anatomico, uomo di cultura enciclopedica e poeta. Attivo in ogni campo della ricerca fu mineralogista, ma soprattutto botanico. Erborizzando su quasi tutte le Alpi svizzere, nel 1768 descrisse ben 2500 specie autoctone nella sua Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata. Frutto di questa ricerca è il gigantesco erbario composto da 10.000 esemplari conservati in sessanta volumi in-folio. Intensa in ogni campo fu la sua produzione letteraria che associa opere e trattati scientifici, a poesie di carattere filosofico-didascalico e romanzi di intento politico fra i quali Usong (1771). La sua opera più celebre rimane il poema Die Alpen, scritto nel 1729 e basato sul contrasto fra la vita artificiosa di città e la schietta vita degli alpigiani a contatto con la natura. Notevole è anche il diario postumo Tagebuch seiner Beobachtungen über Schriftsteller und über sich selbst, dato alle stampe nel 1787, in cui emerge evidente e doloroso il dissidio fra il razionalismo dello scienziato e la fede religiosa.

Nel 1736 fu nominato docente di materie mediche presso l’Università di Göttingen e nel 1738 divenne medico personale di re Giorgio II d’Inghilterra. Fra il 1743 ed il 1754 pubblicò le Icones anatomicae nuovo modello di atlante anatomico, basato sugli studi condotti a Gottinga. Dal 1754 fu sovrintendente alle saline di Roche e nel 1762 governatore della provincia d’Aigle. Nel 1766 concludeva la sua monumentale opera in otto volumi Elementa physiologiae corporis humani iniziata nove anni prima.

Durante questa intensa attività Haller trovò modo di sposarsi tre volte e di avere ben 11 figli. La sua era considerata la maggiore biblioteca privata del tempo.