LAAN il cacciatore

Per Notiziario BPS

Ultimo aggiornamento il: 20/04/2018 14:13:03


LAAN il cacciatore

Si facevano orgogliosamente chiamare Uomini alti, non perché la loro statura fosse molto diversa da quella degli altri, ma perché loro venivano dalla Montagna e lassù vivevano. Erano fieri del loro retaggio, erano fra coloro che potevano vantare un contatto più ravvicinato con gli dei e le potenze della Natura.

Da qualche anno, spostandosi dal Nord, erano giunti in vista di una grande vallata trasversale che con le sue vaste paludi, solcate da un fiume sinuoso, sembrava sbarrare ogni proseguimento verso meridione. La porzione superiore della lunga valle da cui erano penetrati aveva vasti pianori e fitti boschi mentre i facili valichi delle sue creste consentivano di spaziare agevolmente anche sui versanti opposti, in altre valli altrettanto ubertose e ricche di fauna.

Mentre i nuclei famigliari avevano consolidato gli insediamenti all’interno della valle, su consiglio dello sciamano un gruppo di guerrieri si era spinto fino al crinale che ne delimitava l’imbocco: da lassù avrebbero potuto controllare agevolmente ogni minaccia. Col tempo la postazione di guardia fu resa più confortevole e nelle vicinanze, in un luogo che chiamarono Grüm, furono ricavati nuovi ricoveri.

Erano tempi di grande cambiamento, nuovi strumenti più raffinati e robusti avevano sostituito i vecchi arnesi e un nuovo materiale più duttile e resistente della pietra, figlio del fuoco e della montagna, stava rivoluzionando i costumi degli Uomini alti. Da alcune tribù avevano appreso anche i segreti dell’allevamento e sulle praterie alpine erano comparse le prime sparute mandrie. La caccia ed i cacciatori avrebbero perso presto importanza, ma non così in fretta come qualcuno temeva.

Per diverse lune la vita scorse serena e senza grandi novità sebbene da settentrione, di tanto in tanto, giungessero altri gruppi in migrazione che inizialmente furono accolti come gradito rinforzo alla vita sociale; ma ogni giorno era sempre più chiaro che le risorse della Grande Madre non sarebbero più state sufficienti per tutti.

Spesso, Laan, il cacciatore, si affacciava verso la grande vallata che si stendeva ai suoi piedi. Oltre il fiume si aprivano molte valli meno impervie e si profilavano nuovi promettenti territori, anche se il fumo che si levava qua e là indicava che altri uomini, percorrevano già quelle plaghe. Ogni giorno che passava quei fuochi si facevano più numerosi e vicini, segno che il territorio era propizio agli insediamenti.

Sul terrazzo erboso rivolto a sud lo sciamano e le Madri della tribù avevano trovato un sito adatto ai riti sacri; non era l’unico della valle, ma in quel punto, ogni anno, l’ombra e l’oscurità erano sconfitte ed il sole riprendeva la sua salita nel cielo, dissipando ancestrali paure e riportando la vita.

Nella pietra furono incise le costellazioni dimora degli dei. Una concavità naturale fu allargata creando un bacile che di volta in volta si riempiva di acqua, ma in certe occasioni anche del sangue delle vittime degli olocausti solstiziali che segnavano il ciclo della vita.
Anche Laan, si pure in disparte partecipava ai riti magici e da qualche tempo, fra le giovani che assistevano le Madri, aveva notato una fanciulla. Dapprima non vi fece molto caso, era bella, ma non era adatta come moglie: troppo delicata, troppo magra per essere la madre dei suoi figli.

La rubiconda Freida o la splendida Riana sarebbero state assai più degne consorti di un cacciatore, non certo la sottile Maa, questo era il suo nome. Tuttavia, misteriosamente, la effimera Maa, dal portamento leggero ed elegante, gli era entrata nel cuore e contro ogni possibile pregiudizio aveva scoperto di essersi innamorato di lei.

Contemporaneamente la situazione nella valle degli Uomini alti si stava facendo difficile: era tempo per alcuni di migrare in cerca di nuovi spazi e alcuni gruppi si erano già accordati per compiere il grande passo. Fra questi anche il clan di Maa, il cui padre, uomo saggio ed avveduto, aveva compreso che per loro non ci sarebbe stato futuro nel restare fra quei monti. Inoltre impercettibili segnali gli dicevano che anno dopo anno il clima stava incrudendosi. Vivere a valle avrebbe avuto un altro vantaggio.

Nell’esodo verso terre e situazioni ignote, guerrieri e cacciatori, sarebbero stati utilissimi e, quando il padre di Maa gli offrì di aggregarsi ai migranti, Laan non stette a pensare molto. Da un lato gli spiaceva lasciare la famiglia e la sua valle, ma dall’altro avrebbe finalmente avuto occasione di essere vicino alla sua amata e di coronare il suo sogno.

Alla fine di un inverno lunghissimo i partenti si riunirono a Grüm, da dove avrebbero raggiunto il facile crinale che li avrebbe portati verso la grande vallata. Il giorno e la notte antecedenti l’esodo, con canti, danze e sacrifici, tutti gli sciamani invocarono per i migranti la benedizione degli dei.

Il mattino fatidico, quando il sole ancora non era sorto, la discesa iniziò. Il cacciatore chiudeva la fila e per un attimo, prima di abbandonare per sempre quei luoghi, si girò come per imprimerseli bene in mente. Cogliendo la sua incertezza uno degli stregoni gli gridò: “Vai, Laan il cacciatore, segui il tuo cuore, in poche generazioni le tue origini cadranno nell’oblio; però tu sei legato a questa valle e a questo luogo sacro. Un giorno tornerai, come un cervo, come un’aquila o un altro uomo cacciatore, tornerai e ci farai tutti rivivere”…
Come quasi tuti gli uomini moderni, anche Biagio Gerosa aveva un lavoro sicuro e comodo. Era impiegato presso la banca Popolare di Sondrio, ma appena poteva liberarsi correva nella sua valle, la Val di Togno, per la quale sentiva una misteriosa attrazione. Gli pareva di aver sempre vissuto lassù: ogni pietra, ogni anfratto gli parlavano di cose che lui inconsciamente già sapeva.

Biagio conosceva palmo a palmo la sua valle per averne percorso anche i più segreti sentieri sulle tracce del camoscio e del cervo. Aveva un istinto innato per la caccia che praticava quasi come un rito sacro, mantenendo un grande rispetto, quasi mistico, per le sue vittime.

Non appena i suoi figli divennero grandi, Gerosa li volle portare con sé per insegnare loro i segreti della montagna e della sua passione venatoria, ma li coinvolse pure nella ricerca del passato di quei luoghi. Aveva infatti appreso delle frequenti scoperte di incisioni rupestri in molte zone alpine ed era quasi certo che anche in Val di Togno avrebbe trovato i segni degli uomini preistorici.

Cercando tracce degli antichi sui vasti e remoti pianori aperti del Painale, sui crinali battuti dal vento, nei punti più panoramici o in quelli ove qualche particolare conformazione rocciosa avesse potuto essere intesa come un luogo sacro, Biagio aveva ormai visitato quasi ogni sito.

Non gli restava che percorrere il soleggiato crinale sud del Monte Foppa, all’imbocco della sinistra orografica della valle. La parte inferiore della cresta è scandita da numerosi antichi nuclei semi abbandonati, ma un tempo pieni di vita. Più a monte, il toponimo di alcune località aveva richiamato la sua attenzione. Forse l’Alpe Castellaccio era, come si arguiva dal nome, un punto fortificato, uno di quei castellieri preromani eretti in punti strategici a guardia di molte vallate?

Salì allora lassù per ammirare lo sconfinato panorama che si spingeva fino alle Orobie. Si aggirò tra le antiche baite ormai in rovina alla ricerca di qualche segno del passato, ma riuscì a cogliere solo l’arcana atmosfera che avvolgeva il luogo. Era la stessa vibrazione che riverberava in tutta la valle, che si spingeva fino al Passo del Forame e probabilmente proseguiva oltre perdendosi nelle Alpi.

Tornato a casa per nulla avvilito, anzi, reso ancor più euforico dall’esperienza vissuta, Biagio prese a studiare le sue carte e incoraggiato dalla sensazione provata lassù, estese per la prima volta il suo sguardo oltre il Painale e la regolare piramide del Pizzo Scalino.

In pochi secondi l’occhio percorse la cartina e fin verso il Passo del Bernina senza trovare indizi, ma, quando fece il percorso a ritroso, s’imbattè nell’Alp Grüm. Curiosamente il toponimo era lo stesso di quel gruppetto di baite poste poco sotto l’Alpe Castellaccio, in luogo riparato, ma al tempo stesso panoramico.

La scoperta fu una folgorazione: Biagio sapeva che la ripetitività dei toponimi indica spesso una continuità culturale e tradizionale fra luoghi apparentemente distantissimi. Forse… Forse aveva trovato una buona traccia; ma la neve aveva preso a scendere copiosa e per molti mesi ammantò la montagna.

Non appena l’inverno abbandonò il Monte Foppa, l’uomo, accompagnato da uno dei suoi figli, tornò sul crinale; raggiunse Castellaccio per riempirsi di nuovo delle sue magiche atmosfere e poi s’addentrò nella valle scendendo leggermente nel rado bosco fino a dove sapeva trovarsi Grüm. A dire il vero ci era già passato altre volte, ma non aveva mai dato troppa importanza al luogo.

In pochi minuti raggiunsero lo spalto dove sorgevano le baite e, circondati da un silenzio immobile e grandioso, iniziarono a cercare qualche segno. Non ci volle molto. Spintosi sull’orlo della grande cengia erbosa, il suo ragazzo vide alcune rocce affiorare dalle erbe e le raggiunse. Scostando i lunghi ciuffi ebbe un tuffo al cuore: quelle che vedeva nella roccia erano sicuramente incisioni artificiali.

Allora i due fecero passare tutte le rocce circostanti individuando numerose ed evidenti incisioni, coppelle, antropomorfi, solchi. Era sicuramente una scoperta di notevole portata: Biagio se lo sentiva che prima o poi avrebbe trovato le tracce di un antico passato in quei luoghi. Quella sensazione di “deja vù” che spesso lo accompagnava nelle sue escursioni, che lo spingeva a non perdersi d’animo e a proseguire le ricerche si era rivelata giusta.

Avvicinatisi alla pietra più evidente, posta nella posizione più panoramica, padre e figlio fecero infine l’ultima scoperta: una grande concavità a forma di bacile. La grande coppella, verso la quale convergevano numerosi canaletti incisi, era colma di acqua e mentre il ragazzo si era allontanato per cercare altre tracce il volto di Biagio si specchiò in quel millenario recipiente.

Un sussurro di vento percorse Grüm scendendo dalle cime, l’uomo ebbe un attimo di vertigine ed in quell’attimo gli parve di vedere il suo volto trasfigurarsi in quello di qualcun altro, qualcuno che da ere remote gli comunicava d’essere stato sempre con lui. Un po’ spaventato Biagio distolse lo sguardo e quasi meccanicamente si mise ad ammirare lo sconfinato e maestoso paesaggio che si godeva da lassù: Laan il cacciatore era tornato a Grüm.