Alfredia acrobata

La mosca più rara

Ultimo aggiornamento il: 05/05/2018 08:01:09


Alfredia acrobata

PREMESSA

Nel 1912, sulla cresta ENE del Pizzo Ventina, il Professor Alfredo Corti trovava una strana mosca senz'ali (chionea: con ali atrofizzate o ridotte). La creatura fu portata a Torino e studiata dal Professor Mario Bezzi, direttore del Museo di Scienze Naturali della città, il quale riconobbe in essa non solo una specie, ma anche un genere nuovo. Scrisse poi Alfredo Corti: “Il prof. Bezzi riconosceva nel piccolo moscerino, poiché era un dittero, ma senz'ali, il rappresentante di una curiosa nuova specie, anzi di un nuovo genere di insetti e, a ricordare in una gentile unione il raccoglitore e l'ambiente sovrano, lo chiamava Alfredia acrobata.” Durante la Seconda Guerra Mondiale, in seguito ai bombardamenti alleati sulla città, parte della collezione di Bezzi andò distrutta per sempre e con essa l’unico esemplare conosciuto del protagonista di questa storia.


Uscì dalla piccola nicchia rocciosa dove aveva trascorso le ore buie. Il sole era già sorto e i caldi raggi ebbero subito effetti prodigiosi sui suoi lunghi arti anchilosati dal freddo e dal profondo torpore che lo invadeva durante la notte.

Si guardò attorno e, come in una successione di scatti fotografici, i suoi occhi misero assieme il Mondo. Rocce, rocce ovunque, tinte dei colori più svariati, dal rosso al verde, dal bianco al giallo, ora ruvide e ben appigliate, ora più lisce e luccicanti. Percorse prudentemente la piccola sporgenza fuori dalla nicchia e balzò su una piccola prateria spugnosa stillante rugiada. Si dissetò e si mise in cerca di un po’ di cibo; dalle immani voragini attorno saliva, portato dal vento, il rombo delle acque che precipitavano a valle e, di tanto in tanto, il fragore dei ghiacci e delle rocce che si frantumavano.

Intanto il sole avanzava implacabile, segnando il veloce trascorrere della sua vita e ogni volta che lo guardava non poteva evitare l’istintivo e sempre più urgente impulso che lo spingeva alla ricerca di una compagna.
Da quando era nato, a parte poco tempo, era vissuto in completa solitudine fra quelle immense rupi spaccate, battute dai venti, riarse dal sole e gelate dalle nevi perenni. Era sfuggito a molti nemici famelici, a volte grazie alla fortuna, altre volte grazie alle sue doti di mimetismo che avevano nell’immobilità assoluta la loro espressione migliore. La montagna, il più delle volte difficile ed ostile, in altre circostanze mostrava poi anche dei lati positivi: fessure e anfratti fornivano ovunque un facile e rapido riparo.

Guardò verso l’alto. Una lunga cresta rocciosa saliva, infinita, verso dimensioni per lui insondabili. Oltre un primo risalto di rocce rossastre, il crinale proseguiva a vista d’occhio, chissà per quanto ancora. Una cresta simile, parallela a quella dove si trovava, era assai distante, separata da un gigantesco ventre concavo di nevi e rocce nere stillanti acqua. Forse qualcuno dei suoi si trovava là, ma come raggiungerla? Il tempo a sua disposizione era ormai agli sgoccioli e la traversata del “ventre concavo” gli avrebbe richiesto troppo tempo: sarebbe senz’altro morto in quelle livide oscurità. Allora meglio sulla sua cresta solare e ventosa, meglio cercare qualcuno più in alto o… più in basso, l’importante era trovare una femmina.

Aggirandosi sulla soffice prateria si preoccupò di mangiare qualcosa per mettersi in forze. Non che quei luoghi fossero ricchissimi di cibo, ma sapendoci fare, sfruttando l’effetto fluidificante della rugiada, cercando fra i fiori e le altre formazioni vegetali, si poteva contare su una dieta completa anche se spartana. Più in basso, nel piccolo giardino alpino all’inizio delle rocce, c’era più varietà, ma anche più pericolo di essere predati.
Salì su un esile fusto per guardarsi meglio attorno, ma quando fu quasi in cima, questo iniziò a piegarsi gentilmente sotto il suo peso per poi rompersi di schianto. Il soffice manto della prateria attutì la caduta e lui, per nulla scosso, riprese le sue peregrinazioni.

Giunto sul margine della distesa erbosa, abbandonò l’oasi vegetale per riafferrare le rocce e, montato su una sporgenza, stette un attimo a pensare, osservando la vastità immobile e grandiosa che lo circondava. Da qualche tempo per regioni misteriose, aveva preso interesse per il Mondo, che gli pareva insolitamente grande, uno spreco di risorse inutile: a quelli come lui bastava ben poco per vivere, poco spazio, poco cibo, poca acqua…
Ma forse quella vastità serviva anche ad altri esseri ed eccone spiegata la ragione. In effetti, sebbene raramente, durante la sua veloce esistenza aveva avuto modo di vedere esseri più grandi. Il più delle volte si era trattato di mostruose creature alate che volteggiavano in aria sfruttando le correnti atmosferiche. Curiosamente, più grandi erano e più questi animali si disinteressavano a lui; molto più pericolosi erano i piccoli alati che piombavano d’improvviso sulle creature delle rocce e se ne nutrivano selvaggiamente contendendosi arti e brani della vittima.

Solo in un paio di occasioni gli era capitato di vedere viventi ancora più grandi, ma si era trattato di visioni fuggevoli e lontane. Esseri con quattro zampe che si aggiravano sulle rocce e i detriti, cibandosi di erbe. Non sembravano per nulla ostili, per quanto fossero veramente giganteschi e muniti di minacciose corna, aguzze e ricurve. Erano anche abili scalatori; niente di paragonabile alle sue doti, però, considerata la stazza, non si muovevano male. Da quello che aveva saputo dai più anziani della sua specie, gli ultimi che vide quando era ancora piccino, esistevano anche molti altri animali fra cui qualcuno decisamente pericoloso.

Gli avevano parlato, infatti, di draghi con la lingua biforcuta, eccellenti scalatori, veloci come il fulmine e agili al punto da potersi infilare in ogni pertugio; e dove non arrivavano loro, arrivava la loro tremenda lingua… Le piccole ed inutili ali di cui era fornito erano più che altro un impiccio e l’unica salvezza dai nemici, nasceva dall’innato, quasi paranoico, senso di prudenza che caratterizzava la sua specie.
Intanto il sole e la sua vita stavano consumandosi… Guardò in giù e poi in su ed infine decise di muoversi verso l’alto, nelle zone meno frequentate dai predatori dove forse avrebbe potuto riprodursi.

Iniziò così la sua lenta arrampicata. Affrontò una compatta parete rossa, ricca di appigli, ruvida e splendente, Al suo termine, dopo un gradino, sfruttò una sottile lama rocciosa che proseguiva in obliquo e poi s’infilò in una fresca spaccatura che superò con piacere e senza fatica, per trovarsi sotto un grande strapiombo che poi diventava soffitto. Senza curarsi di eventuali aggiramenti più facili, s’afferrò alle rocce e pian piano vide il mondo capovolgersi. Traversò il lungo soffitto incontrando qualche difficoltà soprattutto quando si ricordò che le piccole ali non gli sarebbero servite in caso di caduta e ne uscì soddisfatto e vittorioso per sostare su un altro gradino.

Si guardò attorno… il vento sussurrava fra le rocce e le nebbie erano salite a velare le grandi quinte minerali che componevano la montagna. La cresta s’impennava smisurata… eterna. Il confronto fra il tratto che aveva salito e quanto ancora lo sovrastava era avvilente; ma non poteva, non doveva perdersi d’animo. S’aggirò triste su alcune gradinate rocciose cercando disperatamente, ora non più una compagna, ma anche solo uno dei suoi simili. Poi ci si mise anche il vento, che si era rafforzato e di tanto in tanto cercava di strapparlo dagli appigli con raffiche improvvise e iraconde. In quelle circostanze i suoi esilissimi arti e tutto il suo corpo si distendevano assecondando la corrente d’aria che sembrava quasi aver ragione delle sue forze: una volta completamente disteso, nessun muscolo doveva opporsi alle folate e le estreme appendici, fortissime, avevano buon gioco nel tenerlo aggrappato con poca fatica.

Dondolandosi da appiglio ad appiglio, caracollando apparentemente incerto sulle gambe sottili, ma determinato, riprese la sua scalata. Aveva appena allungato un arto oltre il bordo dell’ennesimo strapiombo quando, girandosi un attimo verso il vuoto, il suo occhio sinistro colse dei movimenti più in basso.
Senza sforzo apparente risolse il passaggio e, messosi più comodo, si fermò ad osservare. Due creature bipedi, ma che si muovevano usando quattro arti, stavano salendo verso di lui. La loro andatura era goffa e imprecisa, quasi ridicola e sembravano uniti da quello che gli parve essere il filo di una grossa tela di ragno. Tuttavia i due esseri, per quanto evidentemente inadatti, facevano passi smisurati e in breve gli furono addosso.

Incerto sul da farsi, colto di sorpresa dalla repentina velocità con cui era stato raggiunto, decise per la strategia del far finta di nulla. Ignorando gli intrusi riprese a salire, ciondolando e molleggiando elegantemente sulle gambe, quasi per mettersi in mostra.
I due esseri salivano un po’ distanziati fra loro e ogni tanto emettevano strani brontolii che parevano un dialogo. Uno l’aveva già superato senza accorgersi della sua presenza e così stava facendo l’altro quando, con una esclamazione, si arrestò. I quadruplici occhi del mostro gli si avvicinarono e i lunghi peli che gli coprivano il muso giunsero a sfiorarlo, ma nulla accadde. Si aspettava di essere divorato da un momento all’altro, ma, resistendo al panico, proseguì nella strategia dello gnorri. I grandi occhi lo seguirono per un bel po’ mentre calde vampate di aria umida uscivano da quella che pareva essere la bocca del gigante.

Sentì l’essere richiamare l’altro, quello di sopra; il filo di ragnatela si tese e l’animale si tolse di dosso una specie di sacco che portava dietro il torace, mettendosi a frugare ansiosamente. Ne trasse un piccolo recipiente trasparente colmo a metà di uno strano liquido rosa. Vide due enormi artigli afferrarlo in una morsa implacabile e per un attimo si trovò in aria per poi precipitare nella prigione di vetro. Non toccò subito il liquido rosa e con tutte le sue forze tentò più volte di uscire da tubo, di tornare sulle sue rocce; ma le pareti di cristallo erano lisce, invincibili anche per uno scalatore come lui. La lotta durò qualche minuto, ma dopo aver esaurito le forze si lasciò cadere, quasi con piacere, nel liquido rosa che subito cominciò ad intontirlo. Sarebbe morto, ormai lo sapeva, sarebbe morto senza più aver incontrato altri della sua specie né tanto meno una compagna.

Ormai immerso completamente, i suoi occhi misero ancora una volta assieme la sequenza fotografica del Mondo di fuori, ora tinta di un rosa pallido. Vide la sua cresta ventosa, vide le grandi quinte e le nebbie della sua montagna e infine i quadruplici occhi del gigante brillare di soddisfazione. Poi tutto divenne oscurità…