Macchina rampicante

Ovvero: prigionieri del Mongenjura

Ultimo aggiornamento il: 04/05/2018 10:16:41


Macchina rampicante

PREMESSA

Macchina Rampicante è un breve racconto che nelle intenzioni originarie doveva essere qualcosa in più, forse un romanzetto. Per vari motivi il tutto si è trasformato in quello che segue lasciando ad un eventuale futuro il progetto iniziale in cui si sarebbe parlato anche di come fosse nata la Macchina, della sua infanzia travagliata e di altre avventure. L’idea della Norvegia mi venne dopo che, fallita l’organizzazione di una salita alla North America Wall, mi giunse la newsletter trimestrale dell’Alpine Club in cui, un’articoletto con foto mostrava alcune belle salite in quella nazione. Si trattava veramente di splendide scalate, gli Stati Uniti con le loro restrizinoni e paranoie mi avevano un po’ rotto e poi c’ero già stato. La Norvegia era celebre più per il maltempo che per le scalate, tuttavia le sue big wall non avevano nulla da invidiare a quelle californiane; con l’occasione avrei anche potuto farmi una pur vaga idea dell’affascinante teoria del professor Felice Vinci che, nel suo libro “Omero nel Baltico” sostiene come la fonte originaria dei poemi omerici sia da ricercarsi in quel mare piuttosto che nel Mediterraneo. Nella narrazione, si mescolano realtà e fantasia, a voi la scelta di come bilanciare i due elementi. I fatti si riferiscono all’estate 2007 e probabilmente, per gli amanti delle statistiche, la nostra è stata la prima cordata di italiani a salire la bella via di Doseth sul Mongenjura.

È pomeriggio inoltrato e la Norvegia ci accoglie con un’assurda aurora boreale fuori tempo e fuori stagione. Non è l’omerica Aurora dita rosate, ma un brillante e luminoso vortice di filamenti verde fluo con mesh rosa e blu, che trapassa le nuvole grevi di pioggia.

“Aurora dita rosate? – penso – Addio! Queste più che altro, sembrano dita tentacolose e maligne che si avvinghiano al cielo come viluppi di una pianta parassita. Segno dei tempi? Presagio del futuro?”
Intanto siamo usciti nel salone dell’aeroporto e la MACCHINA mi è già sfuggita. Col suo sguardo ingenuo la trovo mentre sfoglia un giornalino porno presso l’edicola bar e mi dice che ha fame.
Chiedo al Duca bianco, terzo membro di questa piccola, avventata spedizione, di dargli un’occhiata, mentre tento di affittare l’auto, ma anche lui dice che ha fame e allora tutti e tre ci gettiamo sul nostro primo pasto norvegese, un salsiccione avvolto nel bacon e guarnito da improbabili salse multicolori. E pensare che il Duca voleva mangiare solo pesce!
Al noleggio auto, incasso il primo smacco del viaggio. Non possiamo prendere l’auto qui per lasciarla a Bodo, oltre 1000 chilometri a Nord; o meglio, potremmo, ma dovremmo sborsare 800 euro extra, cosa per noi im-pos-si-bi-le. Oltre a R75-12, ovvero la MACCHINA, la Federazione ci ha messo, infatti, a disposizione un magrissimo budget. In realtà quella cosa che chiamo MACCHINA è un essere bionico che sfrutta le ultimissime scoperte in fatto di cibernetica, unendole ad un corpo umano dotato naturalmente di impressionanti mutazioni che gli conferiscono capacità fisiche già di per sé eccezionali. L’unione fra i due elementi ha permesso di ottenere un perfetto capocordata, applicabile ad ogni conformazione rocciosa e ad ogni difficoltà: il compagno di cordata ideale e soprattutto… risolutore.
Per renderlo più umano gli abbiamo cercato anche un nome e fra tutti abbiamo scelto, Simone.
Scopo della nostra missione, provare l’apparecchio il più lontano possibile da occhi indiscreti e su percorsi di grande difficoltà, strizzare fino all’ultima vite, fino all’ultimo circuito plasmatico per vedere come reagisce. Abbiamo accettato: io, scalatore in disarmo, forse per provare l’ultima volta il sapore di tempi migliori, il Duca bianco forse in cerca di nuove dimensioni personali o forse in fuga da un misterioso e struggente malessere esistenziale. Non lo saprò mai: il Duca è etereo ed imperscrutabile.
Nuova strategia: useremo l’auto qui al Sud e la riporteremo in aeroporto, ma, per non perdere tempo, fisseremo già il volo di rientro e acquisteremo anche i biglietti per Bodo. Al banco della SAS, con un inglese inaspettatamente sciolto, faccio le mie richieste ad una bella signora e mi metto a conversare con lei. Il Duca ironicamente mi comunica che ho fatto breccia in un cuore. La signora non è male, ma la missione viene prima e poi abbiamo i giorni contati. La lasciamo con un’altra spiacevole notizia: per risparmiare siamo atterrati in uno scalo secondario mentre i voli SAS partono dall’aeroporto principale di Oslo, a due ore e passa d’auto o di pullman. Al momento non ci pare la fine del mondo, ma avremo modo di pagare cara la nostra superficialità.
Torniamo ai bagagli dove troviamo R75-12 che, placata la fame, lancia occhiate concupiscenti a tutte le ragazze. Al banco del noleggio chiedo se almeno possiamo mollare l’auto all’aeroporto principale di Oslo senza sovrapprezzo, ma il commesso, inflessibile, aggiunge 150 euro alla somma appena presentatami. Decliniamo l’offerta e affittiamo il mezzo per una settimana con l’impegno di riportarlo qui.
Usciamo all’aperto. Aurora dita vischiose se n’è andata, lasciando fra le nubi dei lampi arancioni, mentre cade qualche goccia di pioggia.
Carichiamo il materiale, compreso quello del cyborg che, per quanto mondato di 50 metri di cordino e altri attrezzi metallici, ha sforato di tre chili sul consentito, obbligandoci a pagare 24 euro in più. “Maledetta MACCHINA – dico fra me – ma che c….zo pensi di essere venuta qui a fare?”
Finalmente lasciamo l’aeroporto e iniziamo la presa di confidenza con le strade ed il territorio norvegesi. Tutto sembra facile, a parte qualche difficoltà con toponimi tanto impronunciabili quanto illeggibili: ben presto scopriamo che ben pochi dei nomi scritti sulla nostra carta, comprata in Italia, corrispondono a quelli reali.
Si naviga a vista, sotto un cielo grigio e su strade poco trafficate, immersi nel verde di prati e foreste. Il mutante giace sul sedile anteriore con il compito di fare da navigatore, ma i suoi circuiti sono già sintonizzato sulle arrampicate che la attendono; sfoglia e risfoglia le due guide che abbiamo al seguito, accumula dati, analizza e confronta, parla entusiasta di ciò che ci attende…
Per conto mio, mi pare di essere in un sogno. Guido e osservo dai finestrini un mondo grigio e sconosciuto, mi sento apatico e passivo. Non mi aspetto nulla dal domani e nemmeno dal prossimo secondo che verrà. Sono contento di essere qui, di essere ancora in fuga; ma come risponderà questa vecchia carcassa senza allenamento e con pochissima voglia di lottare sulle rocce? Mi consolo: per fortuna c’è la MACCHINA! Ma so benissimo che sto mentendo a me stesso, in fondo al cuore pulsa ancora un po’ d’orgoglio. Vedremo, vedremo.
Incerti sul da farsi, puntiamo verso il Telemark, senza avere ancora capito che la Norvegia sembra una piccola nazione, ma in realtà è uno sterminato territorio. Dopo ore d’auto, qualche sospetto ci viene, visto che, cartograficamente, il nostro progresso appare men che centimetrico. Anche il nostro amico sintetico, che aveva già pianificato una giornata di dure salite, deve fare buon viso a cattivo gioco: ci vorrà molto tempo prima di arrivare, ma tanto… piove. Mi guardo attorno. Foreste, foreste, foreste, ma, sotto la sottile buccia di terriccio e muschi a cui s’aggrappano, è evidente la presenza di una corazza di roccia granitica lisciata per millenni dai grandi ghiacciai. Un leggero manto di velluto verde riveste un antico cuore di pietra: che sia questo il segreto della Norvegia?
Intanto il tempo sembra schiarire e non senza difficoltà imbocchiamo la strada per il lago di Non mi ricordo il nome, dove arriviamo verso le nove di sera, con il sole che stenta a tramontare. Scherzi della latitudine ma noi, pur sapendolo, non smettiamo di stupirci. Il cielo è azzurro, il luogo idilliaco e la fame parecchia; siamo spossati, e sembra esserlo anche il cyborg visto che i suoi circuiti sono stati programmati per avvertire un po’ di umana stanchezza. L’inserimento del dato è stato necessario quando ci si è resi conto che, se lo si voleva usare per fare scalate, era necessario obbligare l’R75-12 a delle pause, pena la morte per sfinimento dei compagni di cordata in carne ed ossa.
– Risparmierò ora al lettore le nostre molte vicissitudini; la scoperta delle hitte, comodi rifugi per viandanti poveri; le alluvioni che ci inseguirono; la perdita di controllo del Duca bianco causa carenza alcolica; l’ancestrale atmosfera della terra dei ciclopi; la nostra prima grande salita, una vasta cupola di levigato granito alta quasi 500 metri; le interminabili ore d’auto fra fiordi, cascate e pareti altissime.
Vi porterò invece nella mitica valle di Romsdal, immenso solco verdeggiante delimitato da alcune delle più alte pareti del globo, meta finale di questa parte del viaggio. –
Via dai fiordi, sfuggendo all’ultima ondata di maltempo, valichiamo finalmente un colle solitario oltre il quale il granito diventa signore incontrastato dell’ambiente. Scendiamo a tornanti, fra cascate ribollenti e pareti sempre più alte ed oscure, in un ambiente cupo e impressionante, mentre qualche timida occhiata d’azzurro sembra promettere almeno un paio di giorni di tregua dal maltempo. A valle, è arrivato anche il sole, gettando un po’ di serenità. Pareti a destra, pareti a sinistra: la più piccola, quella che qui considerano una sorta di falesia, è alta, infatti, “solo” 400 metri.
Quasi di fronte alla “falesia”, ci appare la muraglia del Trollveggen, la Parete del Troll, fra le cui punte sommitali spicca il Trollryggen, con la sua parete nord. Son quasi 1500 metri di granito color grigio smorto e nero, di lastre pericolanti, appiccicate al nulla, di spaccature infinite che lasciano a bocca aperta. Un po’ spaventati, proseguiamo verso Andalsnes, il porto situato allo sbocco della valle, dove contiamo di fare rifornimento alimentare e di trovare la guida di Romsdal. Comprando nei supermercati, e dormendo nelle hitte, abbiamo scoperto che la Norvegia non è poi così cara come si dice; il pane è buonissimo e per il resto si va a salsiccioni, salmone prelibatissimo e pesce vario. Da casa ci siamo portati solo gli irrinunciabili spaghetti e il loro classico corredo, olio, grana, peperoncino… Molto peggio la situazione sul versante dei liquidi. Di vino non se ne parla, a meno di fare un leasing; si pasteggia solo con birra a bassa gradazione e quindi, per tenere i livelli, occorre sacrificarsi raddoppiando le dosi. Nelle sue crisi d’astinenza, il Duca ha scoperto anche dove reperire i super alcolici; in genere si trovano in appositi negozi detti Vinmonopolet o in settori appartati dei supermercati dove, quando compri, ti senti un po’ come un drogato in cerca della dose.
Ripercorriamo la valle all’inverso, ancora una volta col naso all’insù, finché giungiamo in un grazioso campeggio dove affittiamo la solita hitte. Nel frattempo la MACCHINA s’è digerita tutta la guida di Romsdal e ora dispone di un database completo su tutte le salite, dai monotiri ai 38 tiri di “Baltika” sulla Trollveggen, per non parlare degli oltre 70 tiri del pilastro est del Trollryggen.
Buttiamo tutto in casa e poi, trascinati dal cyborg, via alla più vicina palestrina dove, dice lui, si trovano anche alcune vie di Doseth. Avevo già sentito quel nome durante il viaggio. Da giorni, infatti, il cyborg mugugnava di gradi estremi e vaneggiava di muraglie chilometriche da salire in libera. Aveva anche citato, con occhi fra il sognante e l’ammirato, quel Doseth che secondo lui era uno forte: “Doseth ha fatto questo, Doseth ha fatto quello… Che magnifica impresa quella sua sulle Torri di Trango! Che tragica conclusione di un’opera artistica ciclopica!”
Da anni a digiuno volontario di cronache alpinistiche, io questo tizio proprio non l’avevo mai sentito nominare e così pure, credo, il Duca bianco, che nel frattempo, ristabiliti i valori alcolemici nel sangue, era tornato flemmatico e un po’ ermetico come sempre.
La falesia è un piccolo muro di granito color miele con alcuni settori strapiombanti, dove ci cimentiamo partendo dalle vie più facili. Per contentare il nostro climber bionico, gli facciamo fare anche una fessura strapiombante aperta dal suo mito. Infine, avendo i circuiti ben caldi, il mutante si aggrappa ad un pronunciato strapiombo, mettendo in mostra tutta la sua potenza cui si unisce, devo ammetterlo, anche una notevole eleganza nel gesto. Per la prima volta sotto sforzo conferma la bontà del lavoro degli ingegneri, le sue leve sono state studiate per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, i suoi muscoli sintetici guizzano elastici e implacabili. Una volta alla base sarebbe pronto per decine di altri tiri del genere. Ne io né il Duca bianco abbiamo molta voglia, ma d’altra parte lo dobbiamo fare sfogare; i suoi ingranaggi richiedono alte perfomances e vanno sfruttati, altrimenti sarebbe come usare una Ferrari sempre a cinquanta all’ora. E poi, siamo qui per questo.
A sera, davanti alle nostre tristi birre a bassa gradazione, decidiamo che fare per il giorno dopo. Una via sulla Trollveggen è fuori discussione, la recente ciclopica frana, che ha interessato la parete, ha fatto porre una sorta di veto ufficiale ad ogni ripetizione. Il pilastro est del Trollryggen sarebbe bello, ma non ha le difficoltà richieste. A questo punto ci torna in mente che giù dal cupolone granitico del Telemark, un climber locale, mostrandoci la guida di Romsdal, aveva parlato della più bella via della valle, il pilastro sud del Mongenjura. Perché non tentare quello? La MACCHINA sfoglia la relazione. La via sembra lunga e dura; poi soffermandosi sulla scheda tecnica sobbalza esclamando entusiasta: “Ma è una via di Doseth!”
R75-12 è al settimo cielo, io un po’ meno, ma letta la relazione mi tranquillizzo, tutta roba che posso fare, specie da secondo di cordata. Faccio due calcoli e forse più per rassicurare me stesso che per incoraggiare gli altri dico: “beh, in fondo è poi come fare tre Lune Nascenti una sull’altra”. Scordavo purtroppo il facile inganno in cui si cade con il VI° grado delle relazioni norvegesi e non avevo fatto i conti con una certa imprecisione delle stesse.
Leggendo l’abstract in inglese tutto sembra offrirci un agevole per quanto faticoso successo: “la via è ben attrezzata ed è una di quelle che si devono fare una volta e poi ancora e poi ancora tanto è bella…” Questo il senso dello scritto e quindi, imbaldanziti dal ritorno del cielo azzurro ci portiamo sotto la parete, che assomiglia vagamente ad un El Capitan. Scrutiamo la via del pilastro sud e poi, al campeggio, prepariamo il materiale senza eccedere in pesi superflui visto che secondo la guida la via è… “mostly well protected”. Prima della branda il Duca bianco propone una “sferzatina”, termine con cui identifica il rito serale (e non solo) del brindisi con un misterioso superalcolico a buon mercato, scovato tempo prima in un Vinmonopolet e centellinato con cura come l’ultima acqua in un deserto.
Il mattino si parte presto. Giù dall’auto, Simone schizza nella selva con l’occhio fisso alla parete. Una debole traccia porta sotto la muraglia; poi sale, ripida e sconnessa, verso sinistra, aggirando gli strapiomboni che erodono la base del pilastro sud. C’è qualche incertezza sul punto di partenza, ma dopo un breve consulto fra noi, un’occhiata alla relazione e grazie ai tre GPS installati nei circuiti del nostro compagno bionico, decidiamo che si attacca proprio nel punto dove siamo. Con una lunga traversata obliqua a destra ci portiamo sopra gli strapiombi dove un chiodino rugginoso segna la via e un punto di sosta; fin qui niente di speciale e belle vedute sulla valle ed il Trollryggen sul versante opposto. Con la scusa che il test deve essere effettuato sulla MACCHINA, né io né il Duca avanziamo la sia pur timida proposta di fare qualche tiro da primi. Si riparte. Ora si deve solo salire dritti sul pilastro di roccia grigio scura che ha un aspetto ben poco amichevole. Di chiodi nemmeno l’ombra e comincio a pensare che al posto di quel “mostly well protected” ci sarebbe dovuto essere un “mostly well protectable”. Con consumata abilità – il suo database contiene le esperienze dei 1000 migliori scalatori di tutti i tempi e di molti altri dilettanti – il capocordata procede alla grande. La prima lunghezza di VI° è una fessura molto obliqua a sinistra con offwidth finale, duro, atletico, cattivo, senza respiro, con sosta sospesi ai friends. Con mio grande sconforto, nessuno dei miei tre cordadi usati uscirà più dalla roccia: messi troppo bene.
Poco dopo ecco un altro mauvais pas, un traversino mozzafiato verso il nulla in una esposizione più che vertiginosa. La giornata appare promettere bene e il bizzarro tempo nordico dovrebbe tenere almeno per un paio di giorni. Il sole picchia forte e tiro dopo tiro esauriamo lentamente le magre scorte di acqua, percorrendo una interminabile successione di diedri e fessure che richiedono un’arrampicata atletica, Mi sembra di essere in viaggio da ore e l’arsura, sempre più fastidiosa, allunga oltremodo la percezione del tempo; ogni tanto ci concediamo qualche sorsino e l’unico che sembra avere ancora qualche risorsa idrica è il cyborg. Verso il diciottesimo tiro ci troviamo di fronte una arcigna fessura diedro liscia e a tratti strapiombante che si perde nel grigio uniforme della parete sovrastante. Osservo l’R75-12 cercando di cogliervi qualche segno debolezza. A parte gli occhi un po’ cerchiati e rossi, nulla indica un suo cedimento strutturale. Da ore, in automatismo assoluto, ogni volta che giungiamo in sosta si fa dare l’attrezzatura e riparte senza batter ciglio. Fa lo stesso anche questa volta, e si vede che ora si sta impegnando. Mi sembra un po’ stanco, ma il Duca, che lo consce meglio di me, mi dice che solo adesso si è veramente scaldato.
Fin qui abbiamo trovato solo altri due chiodi; per fortuna che i grandi margini di forza, resistenza e abilità, impressi in Simone, gli consentono di salire con la magra dotazione di friends e nuts di cui disponiamo. Finalmente, dopo essere scomparso alla vista da parecchi minuti, sentiamo la sua voce che ci richiama alla salita. Il tiro è bellissimo, tecnico, atletico, a incastro, in spaccata, ne ha di tutti i colori, compreso uno strapiombo finale a lame con cui terminano i suoi cinquanta metri. Esco in sosta con la bocca desertica e, benché il mutante proponga di bere alla prossima lunghezza, impongo le ragioni del più anziano e spremo con gli altri le ultime gocce d’acqua, ottenendo un ben magro ristoro. Anche il Duca è stanchino e alle soste cerca di mettersi comodo il più possibile, mentre la luce violacea della sera illumina il settore finale della parete. Non sappiamo esattamente che ora sia; dovrebbero essere le nove o le dieci di sera, ma il sospirato ventiquattresimo tiro finale non è ancora arrivato. Per placare l’arsura, mi trovo a mangiare i rametti di un’erba grassa che cresce qua e là sulle cengette, ma non ottengo grandi risultati. La MACCHINA trascina la cordata verso la cima con ritmo implacabile: per fortuna che c’è. Superata una sezione atletica di rocce instabili ma, fortunatamente, non difficili, approdiamo alla lunghezza finale, un diedrino di cinquanta metri. Siamo tutti contenti e mi pare di percepire sollievo ed emozione anche nello sguardo un po’ cristallizzato del cyborg che riparte in volata. Una volta tutti in sosta, restiamo basiti, infatti, la parete è tutt’altro che finita anche se si fa chiaramente più facile. Spaventato da un ombroso strapiombo sopra la mia testa, vedo che a sinistra sembra esserci una soluzione migliore e influenzo la scelta del percorso, aggiungendo forse due tiri in più al calvario.
Alla sesta lunghezza siamo in cima. Assetati, ci guardiamo attorno; ci sono macchie di neve e quindi ci dev’essere anche acqua. Poco distante, troviamo, infatti, una bella pozza di fusione che prosciughiamo quasi del tutto prima di farci la meritata foto di vetta. Saranno le due del mattino e sembrano le nove di sera agostane alle nostre latitudini; dopo un paio di autoscatti, intossicati dalla fatica, cominciamo a scendere ignari di quel che ancora ci attende.
In un silenzio irreale e in un ambiente grandioso, con una piccola luna nel cielo, caracolliamo, per pendii muschiosi e placche, giù verso un lago, sulle cui sponde si vede una fioca luce. Giunti all’emissario del lago, dovremmo trovare il sentiero per la discesa e, in effetti, una volta arrivati ecco una bella traccia. Attorno è il silenzio più completo, ci sono alcune casette di legno, forse di pescatori, ma sono chiuse e deserte, intanto nugoli di zanzare hanno cominciato a tormentarci e ad ogni sosta siamo assaliti in ogni punto del corpo, nonostante i vestiti. Il sentiero sembra finire sul ciglio delle pareti e non se ne vede prosecuzione, forse è dall’altra parte, pensiamo. Ci togliamo le scarpe e guadiamo il torrente, provando da quella, ma con lo stesso risultato; ci ritogliamo le scarpe e torniamo sulla vecchia sponda perdendo tempo per cercare meglio, ma senza esito. Ancora una volta guadiamo le gelide acque e questa volta ci ripromettiamo di non farlo più: il sentiero dev’essere per forza da quella parte. Le zanzare si fanno più insistenti e ormai i loro corpi spiaccicati anneriscono i miei pantaloni. Ho ancora l’energia di ironizzare sul fatto che se non li laverò, probabilmente al ritorno mi faranno pagare il sovrapprezzo per aver sforato i pesi consentiti.
Siamo tutti sfiniti, anche lei, la MACCHINA. Siamo anche irritati: le ore passano e noi siamo sempre lì vagando a vuoto avanti e indietro su quel desolato altopiano. Finalmente, il compagno sintetico individua una traccia che scende; la seguiamo nella bassa vegetazione umida di rugiada, ma non sembra gran che battuta. Fra roccette e ripidi pendii, scendiamo di trecento metri buoni di dislivello per arrivare… sul ciglio delle pareti che sostengono l’altopiano. Che fare? Ci guardiamo un attimo e poi via, costretti di nuovo verso l’alto, prigionieri di questo luogo e delle zanzare che sadicamente si accaniscono sempre più. Ci consultiamo, ma la stanchezza rende tutti confusi, chi dice di aver letto che ci si deve portare a est, chi ricorda altri particolari, ma nessuno è certo sul da farsi. Esasperati, mentre la luce comincia a farsi più forte, decidiamo l’ultima carta, seguiremo il bordo delle pareti verso est sperando di trovare qualche canalone facile che le solca.
Saranno ormai otto ore che vaghiamo in questa landa, ma fermarsi è impossibile, pena l’essere vampirizzati da migliaia di Dracula alati.
Camminiamo per alcuni chilometri avvolti in un chiarore lattiginoso, finché ci imbattiamo in un gigantesco ometto di sassi; la sua presenza in questo vuoto può solo significare che da qualche parte ci dev’essere qualcosa, ne sono certo, ma dove?
Poco più avanti troviamo finalmente l’imbocco di un vallone che però, dopo un primo tratto, si perde nel nulla. Mi fermo e mi siedo un attimo, R75-12 scruta verso il basso; l’imbocco del canale sembra promettere bene, ma non finirà anche questo su pareti a picco? Il Duca bianco, con un ultimo gesto d’abnegazione, si accolla l’incarico di aggirare la testata del vallone e di portarsi sull’altro lato per cercare di vedere meglio. Dopo un quarto d’ora buono lo vediamo di là, ma la suo ritorno ne sappiamo quanto prima. Dobbiamo toglierci d’impaccio e la MACCHINA, elaborando calcoli a noi sconosciuti, giunge a sostenere che con buona probabilità quella è la strada giusta per arrivare a valle. Poco convinti, ma ormai decisi a scendere a tutti i costi, la seguiamo: al massimo, se ci toccherà fare delle corde doppie lasceremo qualche friend e qualche chiodo, sempre che sia possibile farlo.
Con prudenza cominciamo ad abbassarci nel vallone il cui fondo è ingombro di sassi instabili e vegetazione. La discesa è faticosa perché ad ogni passo occorre fare attenzione a dove si mettono i piedi: una storta qui non sarebbe piacevole. Simone ci precede e con una certa sicurezza riesce ad individuare i migliori punti di passaggio: non ci sono tratti difficili tuttavia non c’è ancora da illudersi. Il tempo ormai è una dimensione persa, la mente è sempre meno lucida, ma in compenso le zanzare sono rimaste sull’altopiano. Dopo qualche strettoia, finalmente ecco il bosco del fondovalle. Ci siamo, ci siamo. Arriviamo ad un salto roccioso che superiamo con una “doppietta” ancorata ad una pianta e poi ancora giù: si vede in lontananza anche la strada. La stanchezza si fa sentire più che mai e, se possibile, esplode ancora più devastante quando ci rendiamo conto che quella che ci sembrava una breve foresta è in realtà di dimensioni chilometriche. Inoltre, una volta nel bosco, scopriamo di essere finiti in un vero labirinto di massi instabili celati dalla vegetazione e dai muschi, di tronchi schiantati che sbarrano il cammino, di buche improvvise. Ormai anestetizzati dalla fatica ci muoviamo barcollanti in quella jungla iperborea con un’unica meta, raggiungere la casa ed il prato che abbiamo scorto dall’alto e che si trovano sul ciglio della strada. Quando scambio il tronco chiaro di una betulla per una cascata invalicabile, mi rendo conto di essere veramente alla frutta. Al prossimo angolo mi aspetto di vedere la Madonna, ma forse a causa del fiume di imprecazioni che produco da ore, Lei non si fa vedere.
Dopo più di un’ora, con sollievo giungiamo sul prato e alla strada: quella che doveva essere una facile e breve passeggiata nel bosco di Biancaneve è stato un vero incubo. Il Duca e il cyborg - ebbene si, anche lui - si stravaccano inerti, mentre io rimango incerto sul da farsi. “Se mi butto a terra potrei non rialzarmi più” - penso - “e poi mi sto riprendendo un pochino, ho rifatto i liquidi e il quotidiano Qi Gong che pratico da qualche anno sta dando i suoi frutti”. Sento affiorare insospettate energie, ma anche una sorta di rimorso: sebbene sia un essere composto in gran parte da fili e circuiti, la MACCHINA, o meglio, Simone, ha mostrato su quella via tutta la sua forza, ma anche i suoi lati più umani. In queste 24 ore è diventato un amico e vederlo lì, a terra, come un essere in carne ed ossa, mi fa sentire un verme: devo questa dura salita a Simone e il minimo che posso fare per sdebitarmi è scendere sulla strada fino a dove abbiamo lasciato l’auto per poi tornare a prendere i compagni.
In uno stato pietoso, sporco, sudato e un po’ lacero mi avvio sull’asfalto; ormai saranno le dieci del mattino e la strada è abbastanza trafficata. Di tanto in tanto abbozzo, alzando il pollice, ma nessuno si ferma; neppure quando, non appena sento l’avvicinarsi di un motore, simulo di zoppicare vistosamente. “Bastradoni, bastardoni maledetti”. Imprecando macino chilometro dopo chilometro sperando di scorgere finalmente la chiesetta di legno dove abbiamo parcheggiato, ma sembra scomparsa nel nulla. Poi, guardando a destra, mi appare il Mongenjura in tutta la sua grandiosità: è proprio come un Capitan e io lo devo aggirare tutto!
Finalmente, dopo nove chilometri buoni, ecco la chiesetta ed ecco l’auto; trovo le chiavi, che avevamo nascosto sotto un sasso, e parto a prendere gli amici. Le gambe sono tanto stanche che i primi stacchi della frizione sembrano quelli di un principiante, poi la situazione migliora.
Raccattati Simone ed il Duca, corriamo alla nostra hitte, più per bere birra e mangiare che per lavarci. Al nostro arrivo il gestore del campeggio ci viene incontro per complimentarsi della nostra salita; “Sidpilaren? Sidpilaren?” “Yes, yes”. “How many hours?” “Twelwe and than we lost the descent trail”. “Good, very good”. Mi rivolgo agli altri e dico: “sembra di che sto Sidpilaren non sia la classica tanto decantata, ma una fior di salita che conta pochi ripetitori”. Del resto tre chiodi su 30 lunghezze parlano chiaro. Siamo tutti contenti e dopo la meritata doccia ed un pranzo sostanzioso ci infiliamo a letto. Il tempo sta di nuovo mutando, ma ormai noi siamo fuori. Il giorno seguente, dopo aver bruciato il tavolo di formica della hitte col fornelletto, ce ne andiamo veloci verso la capitale e le nostre nuove mete.
– Risparmierò ancora ai lettori di come tornammo ad Oslo e sopravvivemmo ad una notte nel deposito cittadino dei bus; di come volammo verso nord; di come per ben due volte il maltempo ci allontanò dalla incredibile guglia gigante dello Stetind; di come approdammo alle isole felici delle Lofoten e di come di ponte in ponte giunsi in vista della Trinacria; di come salimmo il Presten col sole di mezzanotte e godemmo di sconfinati paesaggi. Dico solo che, al momento di lasciare la maestosa terra nordica, tutti noi eravamo dispiaciuti. –
Affacciati alla balaustra del traghetto che sta superando l’ultimo fiordo guardo Simone notando una piccola lacrima scendere dal suo occhio destro. “Anche tu, vedo, sei triste nel lasciare queste terre” gli dico. Mi guarda un attimo, poi, girando la testa verso le foreste e le montagne tutt’attorno, risponde: “Mannò, cosa vai pensando, è un po’ di lubrificante oculare che ogni tanto mi esce; ci dev’essere qualcosa di rotto e a casa dovrete darmi una bella revisione”.
Sul ponte della nave il Duca bianco propone l’ultima “sferzatina” trovandoci tutti d’accordo nello spremere quel che rimane in un brindisi alla Norvegia.
Giunti in aeroporto, trovo all’edicola la biografia di Donald Whillans, il Villano, il Principe nero, e, in attesa dell’imbarco, mi tuffo nella lettura, tornando, finalmente, nelle rassicuranti dimensioni del mio tempo.

PERSONAGGI

La MACCHINA: Simone Pedeferri. Scalatore inesauribile e di altissimo livello oltre che compagno di viaggio sensibile e sempre ottimista. Perfetto.

Il Duca bianco: Cristian Gianatti, guida alpina e scalatore dalle doti sopraffine. Meglio non tentare di immaginare cosa farebbe se si allenasse. Compagno flemmatico e attivo, ma solo per quel che basta. Amante dei piaceri della tavola, dello stare bene insieme e dello… spirito.

Io: io.