Incontro nelle nebbie

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 07:59:53


Incontro nelle nebbie

Guardo l’uomo che sale i container del porto di Genova, - ma sarà poi Genova? - in piolet traction e non posso che restare sconcertato – eppure non dovrei stupirmi più. Non me la prendo con l’amico Ezio Marlier, gran maestro delle cascate di ghiaccio, ma con un certo modo di comunicare la montagna che passa solo attraverso la spettacolarizzazione forzata e l’incultura nutrita da sponsor e finanziatori che, devono essere coccolati vezzeggiati e non contraddetti a scapito del valore dell’informazione.

Quello che cerchi non lo trovi più, è andato diluito in decenni di chiacchiere ed è stato sacrificato in nome degli interessi di pochi che hanno deciso la politica della montagna, riducendo buna parte delle Alpi ad una succursale delle metropoli e a luogo di sfruttamento insensato delle loro risorse.
è logico che giornali e riviste rispecchino questo stato di cose e ne siano complici, almeno in parte.

Chi mi parla è un uomo appena sbucato da una nebbiolina dorata; ha lineamenti delicati e signorili, ma che comunicano, al tempo stesso, doti di comando e fermezza. Intuisco una figura quasi carismatica che Però ama celare la sua reale personalità, quasi temesse di essere troppo invadente e decisivo. Ho Già visto quell’uomo in qualche rara fotografia d’alpinismo.
Che ci fa qui, Signor Bombardieri?

Beh! Sono tornato a vedere come vanno le cose - anche se in realtà non me ne sono mai andato – e devo dire che quasi mi pento di questo nuovo contatto ravvicinato col mondo.
A cinquant’anni dalla mia dipartita mi sembrava giusto fare una comparsa. Sono cambiate tante cose dai miei tempi e quasi nessuna in meglio, anche se sul ghiaccio ho visto compiere mirabolanti imprese. Avessimo avuto noi quelle piccozze che si ancorano per la becca, non avremmo penato così tanto per superare la strozzatura finale del canalone della Forcola d’Argent! E il buon Cesare, cui ho voluto dedicare l’impresa, non si sarebbe preso tanti rischi. Ogni tanto, quando posso, vado al monumento degli Alpini e mi affaccio sul vuoto che mi è stato fatale, guardo il Bernina e ripenso ad allora e a come tutto fosse più ghiacciato.
La Marinelli mi piaceva un sacco e Già prima della guerra (1940-45 nda) avevo intravisto le grandi possibilità turistiche offerte da un rifugio simile, inserito nel massiccio del Bernina. Mi sembrava un vero paradiso per alpinisti e sciatori e quando la catastrofe bellica ebbe fine, mi adoperai da subito per riprendere il cammino interrotto.

Ma cosa voleva fare? Pensava veramente che il Bernina, la Marinelli, la Val Malenco e la Valtellina sarebbero diventate un polo turistico montano?

Ci credevo perché innegabilmente le risorse c’erano, erano di primissimo livello e a portata di mano, bastava pianificare un futuro verso quella direzione. Ragionando da ragioniere, mi scusi il gioco di parole, e da economista credevo che prima di intraprendere altre strade fosse utile cercare di valorizzare al massimo quello che avevamo e farlo rendere. Insomma semplice “economia domestica”, ma qui mi pare che semplicità e logica abbiano perso valore. A questo aggiungiamo che nel tempo ha prevalso chi, quasi vergognandosi delle proprie origini, pensava che l’unico progresso passasse attraverso l’industrializzazione e lo sfruttamento del territorio. Sotto il profilo turistico i risultati sono sotto gli occhi di tutti; e sono desolanti. Anche in questo specifico settore, poi,  si è preferito puntare su grandi operazioni di facciata, tralasciando l’essenziale. Mi spiego: a che cosa serve fare opere faraoniche, quando non si è prima valorizzato ben bene il territorio per consentire al turista di goderlo appieno e fino in fondo? Dopo una prima esperienza chiunque se ne andrebbe dalle nostre montagne, visto che al di là di due o tre proposte valide, sono prive dei requisiti essenziali per essere visitate e godute: segnaletica omogenea, sentieri ben tenuti, percorsi tematici integrati in una visione provinciale ed alpina.
A proposito sa che la guida Lonely Planet, bibbia mondiale del turista viaggiatore, descrive la Valtellina come la meno interessante delle vallate alpine?

Ci facciamo una bella figuraccia, alla faccia dello spot con i cinesi e gli indiani. Ma vada avanti.

Massì! Quello che ho visto tornando non mi conforta. Guardi che di questo passo, fra un po’ sarà anche difficile far passare per genuini i “sapori” della provincia. Come si fa a pubblicizzare prodotti gastronomici ed agricoli all’insegna della genuinità e della natura con un territorio tanto maltrattato. Mi stupisco che gli industriali non ci siano ancora arrivati: una terra senza acqua ne’ verde farà sempre più fatica a promuovere gastronomia e agricoltura. Purtroppo il turista che viene da noi sfila per chilometri di fronte ad un paesaggio che è sicuramente molto lontano dall’immagine che se ne dovrebbe dare.
Il miglior cartellone pubblicitario - a costo zero -  per bresaola, bitto, mele e pizzoccheri, sarebbe lo splendore della valle, che Però è soffocato da cartelloni pubblicitari, capannoni e asfalto; anche qui, come vede, a parte idealistici discorsi sulla conservazione della natura, esiste sempre un aspetto economico della faccenda, ma sembra che nessuno se ne accorga.
A proposito, poi mi dirà cosa è uno spot e cosa c’entrano i cinesi.

Questi sono Però argomenti molto vasti. Mi dica piuttosto quale ruolo potrebbe avere il Club Alpino in tutto ciò. 

Mah… penso che, pur restando fuori dalla politica, il Club Alpino nazionale potrebbe veramente fare tanto. Basterebbe rifarsi agli orientamenti e alle intenzioni espresse dai suoi padri fondatori.
Se il CAI facesse valere il suo peso e, invece di disperdere energie, puntasse a far crescere le possibilità di trovare lavoro in montagna, potrebbe svolgere un ruolo sociale di enorme importanza. Per chiarire: se mi adopero perché i giovani valligiani trovino spazi lavorativi e professionalità nell’accompagnamento turistico, nella gestione dei rifugi, o creando personale qualificato per la manutenzione ed il controllo del territorio, io metto in moto potenti alternative alla migrazione in città o allo sfruttamento irreversibile del territorio con cave, centrali e quant’altro. Il Club Alpino ha le potenzialità ed il prestigio per potersi permettere di avviare o riavviare questo tipo di progetto a carattere turistico. Dico riavviare perché nelle intenzioni dei suoi lungimiranti fondatori, questa era una delle finalità del club, magari espressa e gestita secondo criteri ormai oggi superati ma, sostanzialmente questa.
Insomma il Club Alpino dovrebbe avere più coraggio e capacità innovativa, dovrebbe essere in grado di scrostare le ruggini dai suoi ingranaggi, ruggini non solo burocratiche, che limitano lo slancio verso nuove e veramente coinvolgenti sfide. Forse c'è troppa paura di rompere equilibri apparentemente consolidati, ma ormai fatiscenti e marci. O forse è solo pigrizia.

In effetti con la sua passione per la Marinelli ed il suo attaccamento verso le guide della Val Malenco, lei sembrava avere per lo meno imboccato quella direzione.

Beh… si! Vedevo nella professione di guida un valido strumento per creare e mantenere lavoro in una vallata, per costituire, inoltre, una sorta di presidio a monitoraggio del territorio, utile anche alle amministrazioni. Aree montane come la Val Malenco, avevano enormi potenzialità che, se ben gestite, potevano essere fonte di benessere per generazioni: a differenza delle cave, il turismo non porta alla distruzione del territorio e, per certi versi, produce un’economia maggiormente democratica con una maggiore redistribuzione del reddito. Permettere a più gente possibile di trarre sostentamento dalle proprie attività autonome grazie alla valorizzazione del turismo, alla conservazione del territorio e del paesaggio è veramente una strada di grande democrazia e libertà. Ma in genere si presta più attenzione a chi ha soldi e potere e quindi è ben poco interessato a diffondere qualsivoglia tipo di uguaglianza. Inoltre, sempre per restare in tema, il turismo è anche più meritocratico: chi lo gestisce è sempre sotto l’attento esame dei fruitori che non impiegano molto a far presenti le loro critiche abbandonando questa o quella zona, questo o quell’albergo.
In quanto alle guide malenche, ho imparato a conoscerele, apprezzandone subito le grandi doti umane e fisiche: tutte le ascensioni importanti le ho fatte grazie alla loro bravura e non mi sono mai assunto meriti che non mi spettavano. Mi premeva invece cercare di promuoverne in tutti i sensi l’immagine onde accrescere il loro bacino di clienti. Il mio nome compare nelle ascensioni, ma i veri artefici delle imprese furono Mitta, Folatti, Dell’Andrino ed anche sulla stampa feci di tutto per sottolineare la loro bravura e professionalità.

Mi ha colpito molto quella sua lettera del 13 agosto 1953, a Gaspare Pasini, allora direttore de Lo Scarpone. In merito alla notizia della prima ripetizione italiana alla parete Nord del San Matteo, segnalata da Borgonuovo e Martina lei raccomanda di rettificare perché tale impresa spettava in realtà a Cesare Folatti che l’aveva compiuta il 24 agosto del 1936. In tutta la lettera neppure il più vago accenno che col Folatti c’era lei: un comportamento a dir poco da Signore.

Io son fatto così. Ho sempre ritenuto importante riconoscere il merito, senza fare sconti a nessuno, in primis a me stesso. Come con le mie guide, così facevo con i miei collaboratori e anche con i giovani della Sezione di Sondrio, quelli del Gruppo Peppo Perego. Mi piaceva passare discretamente a raccogliere i dettagli delle loro imprese: bussavo sul vetro, loro mi vedevano e mi facevano entrare. Due chiacchiere e poi li lasciavo ai loro piccoli e grandi progetti.
Già vedevo chi, fra loro, avrebbe potuto potenzialmente essere prezioso anche per il futuro della Sezione. A proposito, lei sa come muore un’azienda o un’istituzione? E’ presto detto: un mediocre capo (ma anche un gruppo di capi) più interessato alla propria persona e al suo potere che al bene della struttura che dirige, si circonda di elementi di scarsa personalità e indipendenza, sempre allineati alle sue decisioni. Scomparso il capo, il successore sarà uno di questi personaggi che, proprio per le caratteristiche con cui è stato selezionato, varrà meno del suo predecessore e così via fino al deperimento intellettuale, economico e dinamico del gruppo.

Certo che lei ne sa di cose.

Beh! Il fatto è che prima di essere alpinista io sono stato un dirigente e anche un po’ uomo d’affari.

Quindi secondo lei il Club alpino è un po’ come quelle aziende di cui ha detto?

Non arriverei a tanto, forse anche perché ne sono profondamente legato. Certo è che ho assistito ad una involuzione che credo sia frutto anche di una abnorme crescita del numero dei soci che spesso fanno proprio solo… numero e basta. Poi c'è questa strana consuetudine che vede quasi sempre ai vertici persone che con il vero alpinismo hanno ben poco a che fare. Credo che questo aspetto, in aggiunta a quanto detto prima, sia stato determinante nella definizione dell’attuale Club alpino. Mi sembra che si voglia arrivare dappertutto e proprio per questo non si arriva quasi mai ad alcuna meta, causa la dispersione delle energie. La realtà è che forse bisognerebbe svecchiare di molto l’apparato; ma spesso, con la scusa che non si trovano sostituti per cariche, se vogliamo anche scomode e onerose, molti amano conservare le loro posizioni.
Nessuno, mi creda, è insostituibile. Basterebbe veramente voler cambiare.
Però, oggi, mi pare che qualche tentativo di uscire dalle vecchie consuetudini si stia facendo.
Ho saputo che la nostra Sezione si sta anche distinguendo molto nel campo dell’ambientalismo. Speriamo bene.

Ha qualcosa d’altro da dirci prima di tornare nelle nebbie?

Non mi parli di nebbie: non  fosse stato per loro avrei potuto campare ancora qualche anno di più.
Per il resto che dire? Percepisco una miscela di scarso senso etico e civico, molta presunzione e avidità, con dosi a piacere di ipocrisia, pavidità e unilateralismo di giudizio che mi spaventa, anche se ormai son morto. Ci vorrebbe un’estensione dell’etica che ci porti oltre le logiche del clan, della famiglia e perché no, dell’umanità, per spingersi a contemplare tutto il Creato.
Credo possa essere l’unica via di uscita da una situazione pericolosa in cui ci siamo cacciati.
Mala tempora currunt!

Non si crucci. Il suo nome è ben ricordato: la scuola di alpinismo porta il suo nome che è stato  anche associato a quello del Marinelli nel rifugio che le era tanto caro. Il suo lascito è gestito dalla Fondazione Bombardieri che segue le direttive da lei espresse. Che vuole di più?

Guardi, io sono sempre stato una persona modesta e quindi non chiedo nulla. Sono grato a chi si è rammentato che cinquant’anni fa cadevo nel Vallone di Scerscen con l’elicottero pilotato dal Maggiore Pagano. Visto che, oggi, ben pochi sanno chi ero, cos’ho fatto, quali erano le mie aspirazioni, mi fa piacere essere ricordato.
Forse, ad essere sincero, se in tutti questi anni, qualcuno avesse fatto in modo che la mia tomba non sembrasse tanto spoglia ed abbandonata sarei stato più contento. Non mi  fraintenda so che oggi c'è la cremazione e credo che da buon economista l’avrei preferita: maggiore risparmio di spazio. Però sono lò sotto e ci devo restare, speriamo che la mia famiglia elettiva si ricordi più spesso di me.

Detto questo l’uomo signorile e distino si avvia nella nebbiolina dorata e scompare lentamente; chissò se ha sentito quando gli ho chiesto se l’avrei mai più rivisto. Avrei avuto tante altre domande da fargli; avrei dovuto spiegarli anche la faccenda dello spot con i cinesi.
Mi sarebbe piaciuto sapere che ne pensava di Sondrio Cittò Alpina 2007.
Io stesso, Però, sono rapidamente risucchiato in un’altra dimensione ove preoccupanti oggetti alieni solcano il cielo di Sondrio. Eccoli! In uno scenario oscuro e violetto, sciamano dalla Val Malenco ai cieli orobici, mentre una croce luminosa, simile a una grande bilancia, sorge improvvisa sul Monte Rolla e sembra guidare le astronavi come un faro. Sono ovunque, ci minacciano e non possiamo far altro che subirli. Ho una diffusa sensazione di paura inespressa, che incombe senza esplodere.
Quando lo stato emotivo raggiunge il culmine mi sveglio. Lavoro qualche minuto per riprendere il senso della realtà, ricaccio indietro le angosce e mi concentro solo sul curioso e piacevole incontro con Luigi Bombardieri. Poi mi impegno nel non facile compito di ripiombare nelle tenebre.