Ci fosse stata la... M

La ricerca di una via

Ultimo aggiornamento il: 04/05/2018 12:30:34


Ci fosse stata la... M

In cerca di salite sempre meno impegnative, dove potere muovere gli arti senza stress, ecco che mi torna in mente la via “Marmotta in placca”, sulla Cima delle Dune. “Un nome un programma!”: grado umano, ambiente solare e spaziale, roccia buona. Le giornate sono belle; da lassù posso sempre fare qualche scatto inconsueto sul lago e sulla Valchiavenna.

Che voglio di più? Già!... Che voglio di più?

Bidonando il buon “Professore”, che non può muoversi prima di mezzogiorno, trovo il vecchio Mappa, un amico a volte inconsapevole della sua preziosità.

“Hey Mappa, che si fa? c'è una roba da andare a vedere sopra Dascio, pare bella, spittata e facile, ma lunga. Va benissimo per gli allenamenti: si cammina un’oretta, si scala per 12 tiri, c'è il sole”.

Che vogliamo di più? Già!... Che vogliamo di più?

Per riuscire a partire devo finire un lavoro e quindi niente branda fino all’una e mezza. Inutile dire che alle sette del mattino mi sveglio quasi per caso, con nessuna voglia di uscire dalle coltri.

Poi, come sempre, facendo violenza su me stesso, mi butto fuori. Ho calcolato tutto: se il Mappa arriva alle sette e mezza mi bastano 15 minuti… “fast and furious”. La tecnica è consolidata da una vita: moka accesa con fuoco basso e Già ad affardellare lo zaino, sosta a metà delle scale per accendere il computer, dare un’occhiata alle e-mail (ma chi ti scrive al sabato?) e stampare la relazione da internet, banana, sali minerali. Poi arriva il caffè della moka che, ormai come un animale addomesticato, si mette a ronfare solo quando ho il maglione addosso.

“Good timing, good timing”, dico congratulandomi con me stesso mentre sorrido al nuovo giorno. Nell’androne ultima rassegna del materiale e poi fuori ad aspettare il Mappa che, come al solito, ha qualche minuto di ritardo.

Sulla polverosa Peugeot dell’amico il viaggio si dipana dirimendo i reciproci piaceri e dispiaceri della vita e quasi senza accorgerci ecco il parcheggio alla base della Cima delle Dune. Il sole non c'è ancora, ma è questione di minuti. Anzi, prima ci alziamo e prima lo becchiamo.

L’accesso non è facilissimo, Però la relazione sembra dettagliata e chiara: basta cercare e seguire la M. Prima è una M di vernice gialla, poi è verde, e quindi rossa, più in alto, infine diventa bianca. Pochi passi oltre il parcheggio inizia la ricerca della M. Io, notoriamente orbo e vecchio, mi meraviglio scoprendo di essere il primo ad avvistare una M gialla. “Forse il Mappa è ancora addormentato”, penso tra me. Ma quando riesco a scorgere per primo anche una M verde, sbiadita e mimetizzata, mi sento quasi un Dio. Intanto si sale in vecchi castagneti, lambendo qualche esemplare veramente gigantesco. Il vento freddo attenua la calura da salita ripida e, come sempre, mi dà una sorta di euforia, quasi un senso di libertà assoluta: il vento è un mio amico. Come direbbe Don Juan… il vento è potere. 

In velocità arriviamo ad un enorme splendido blocco di roccia biancastra, sotto il quale è stata ricavata una stalla. Cerchiamo sempre la M che, purtroppo, man mano si sale diventa più rara ed inafferrabile, fino a sparire del tutto senza alcun preavviso. La… M mi comincia ad ossessionare: in questa selva oscura era l’unica cosa che mi dava una direzione ed ora è sparita. Cerca di qui, cerca di là, ma la magica lettera non c'è: che si diverta a prenderci in giro? Proprio ora che quasi dovremmo essere all’attacco della via.

Mi piacerebbe rivedere la… M, ma proprio non c'è verso. Il tempo, intanto, scorre inesorabile come da copione. Ci guardiamo in faccia, lancio alcune bestemmie ben veicolate e poi arriva la pazza decisione. Tornare Già senza neppure sapere dove attacca la via sarebbe un disonore. Sconfitto da una domestica placca a due passi da lago, incapace anche solo di averne trovato la partenza?! Non se ne parla nemmeno!!!! E allora via! Su e Già, dentro e fuori, fra dorsi di bianco granito che occhieggiano nella selva, alla ricerca del grande ometto che dovrebbe indicare l’attacco. “E non si molla” - dico… - “Non si molla finché non ci si arriva”. Il Mappa è della stessa idea.

Caracollando, infastiditi dallo zaino, seguiamo tracce di animali, serpeggiamo nel bosco, affondiamo in fazzoletti di neve, saltiamo blocchi e placchette, sgusciamo sotto strapiombini, riemergiamo su dossi assolati e ventosi, ma della via nessuna traccia. Arriviamo in cima ad un bellissimo torrione di roccia color miele, ruvida come la pelle di una vecchia tartaruga. Il luogo è splendido e ci permette di lanciare un’occhiata sulla Valchiavenna, mentre di fronte a noi la fortezza del Sasso Manduino appare più bella e solida che mai. Ma siamo ormai troppo a destra, la via non può essere qui. Facciamo a ritroso il percorso e poi decidiamo di proseguire nella direzione opposta per giungere all’altra estremità delle placconate. Non è molto complicato, ma son più di due ore che camminiamo senza sentiero e la cosa comincia a diventare veramente noiosa oltre che faticosa. Giunti al canalone che delimita le placche sulla sinistra, è evidente che siamo due fessi e che la via ci è sfuggita: non ci resta che la disonorevole ritirata.

Ci abbassiamo fino ad un canalone franoso che abbiamo Già percorso salendo e, giunto sulle sue sponde, lancio un’occhiata cocciuta dall’altra parte, convinto che ci sia sempre un’ultima residua speranza: mai mollare, finché si può, finché è ragionevole farlo. Fra i castagni rinsecchiti scorgo una placca bianca, una cinquantina di metri a destra del canale. “Vuoi vedere che…”. Scendiamo e poi traversiamo il canale per risalire sulla sua sponda opposta. Quella è l’ultima, l’ultimissima speranza: è l’unica placca che non abbiamo visto. Spingo testardamente sulle gambe, ripromettendomi che quella sarà anche l’ultima ravanata, che poi si scende e basta. Che vadano tutti a farsi fottere! Fatti un centinaio di passi, alzo lo sguardo e, brutto, malfatto, sghimbescio e quasi invisibile, ecco il “grande ometto” che segna la partenza di “Marmotta in Placca”.

Ci guardiamo e ridiamo: “Troppo forti, siamo troppo forti... Dicevano che ci voleva un’ora, un’ora e mezza per arrivare all’attacco, ma noi da queste parti c’eravamo dopo 45 minuti e quindi… abbiamo proseguito la salita”.

Ormai è tardissimo e di scalare non se ne parla. Mi stravacco al sole, mi cambio e mangio un paio di arance. Godo il calore sulla pelle.

Sento il silenzio. Il silenzio a volte parla più di mille voci. Guardo il lago, il “mio” Legnone e socchiudo gli occhi.

Che voglio di più? Già!... Che voglio di più?

Però, se ci fosse stata la M…