La storia di Urdhr

Ultimo aggiornamento il: 19/04/2018 16:31:13


La storia di Urdhr

Era molto tempo che Urdhr e i suoi compagni si andavano spostando verso meridione: da quando lo sciamano aveva avuto quel sogno in cui era stato trasportato in volo al di sopra delle montagne e oltre, fino a una vasta pianura. Da qualche generazione il clima aveva iniziato a raffreddarsi, la neve a persistere più dei normale sulle alte vette, anche dove prima c'erano i verdi pascoli e il sud prometteva condizioni di vita migliori: forse era quello il senso dei sogno. La tribù di Urdhr abitava i monti da tempo immemorabile e lassù avevano creato una vera civiltà, sfuggendo alle pianure dal clima umido e appiccicoso. Le cose Però erano andate cambiando sempre più rapidamente: molte paludi si stavano ritirando, nuovi spazi si aprivano man mano che il clima si raffreddava e nel contempo i monti diventavano sempre più inospitali. Erano passate molte lune dal giorno della partenza e molte cose erano accadute. Urdhr ricordava le lunghe marce, cercando sempre di collegare il crinale di una valle con quello della valle successiva, cercando sempre di tenersi alti, al limitare dei bosco o poco più sopra. Per poter avere una vista migliore, per sfuggire ai pericoli dei fondovalle tormentato, alle belve e anche a qualche uomo che aveva scelto di vivere nell'ombra. Non temevano il camminare, né le frequenti saiite e discese che si dovevano affrontare per mantenere questo tipo di spostamento. Avevano imparato a sfruttare le terrazze glaciali che creavano una sorta di grande viale a mezza costa, sospeso sulle valli.
Sapevano come riconoscere il valico migliore e avevano sviluppato un sistema semplice per poter ritrovare il loro itinerario e riuscire a percorrerlo in senso inverso. Si muovevano principalmente secondo linee rette che congiungevano dei punti caratteristici dei territorio, in vista gli uni con gli altri: dal quel dosso pianeggiante ai valico sotto quella vetta simile a un dente; da quel laghetto a quell'enorme monolite affiorante. Il tutto allineava dei punti ancor più distanti fra loro, molto evidenti e sempre visibili durante tutto il percorso. Nel corso dei loro spostamento erano stati obbligati a tenere il lato orientale della lunghissima e ampia valle che scendeva verso sud: le tribù dei Leponzi e dei Mesiati spingevano da occidente e rendevano poco praticabile quella direzione di marcia. Giunti in vista di un grandissimo lago dalle sponde rocciose e scoscese, lo sciamano disse che nel suo sogno aveva visto che era possibile aggirarlo a oriente scavalcando due grandi valli trasversali per raggiungerne una terza molto più vasta.
Per la terza volta dacché erano partiti, li sole stava dando la sua scalata al cielo; fu verso sera che Urdhr e i suoi compagni giunsero sul crinale che delimitava la seconda delle due valli trasversali. Di lassù ebbero modo di vedere che il grande lago proseguiva ampliandosi ancor di più; videro la terza grande valle trasversale, umida e paludosa, solcata da un grande fiume. Ma lo sciamano aveva detto che la loro migrazione si sarebbe conclusa più avanti, dopo aver percorso un'ultima vallata, profonda e boscosa, oltre la quale le montagne digradavano dolcemente verso la pianura. Guardando un poco a oriente, Urdhr aveva Già intuito quale fosse quell'ultima valle, porta verso la terra promessa: si insinuava oscura e per nulla promettente verso Sud...

Abbandoniamo qui il nostro eroe e i suoi dubbi, e anche questa storia di fantasia per quanto costruita su alcuni dati di fatto certi. Non possiamo sapere chi per primo si introdusse in quell'"ultima valle", ma di sicuro sappiamo che la sua esplorazione e il suo transito risalgono ad epoche preromane e che essa fu una via privilegiata di comunicazione Già da allora.
La valle in questione altro non è che la Valle dei Bitto che, poco più a monte dei suo sbocco in Valtellina, si biforca originando due solchi paralleli, quello di Albaredo a Est e quello di Gerola a Ovest.
Senza dubbio, Già in epoca preistorica, le Valli dei Bitto costituirono una via privilegiata di spostamento sia per motivi geografici contingenti, sia per necessità strategiche: basta osservare una qualunque carta che comprenda il territorio compreso tra la Valle di S. Giacomo e la Valsassina per capirlo. Per la Valle dei Bitto di Gerola, si poteva agevolmente passare in Valsassina evitando così il malagevole (e forse inesistente) percorso lungo la sponda orientale dei Lario oppure una pericolosa navigazione lungo le acque, non sempre tranquille dei lago.
Per la Valle dei Bitto di Albaredo si entrava presto in comunicazione con le Prealpi Bergamasche raggiungendo la Val Brembana che sfocia verso la pianura.
C'è poi da rilevare che, con una semplice traversata a mezza costa di circa 2 chilometri, si poteva collegare l'alta Val Gerola con l'alta Valle di Albaredo passando per il Passo del Verrobbio. La facile orografia ha permesso dunque di creare un passaggio d'alta quota di estrema importanza strategica.
E' anzi da supporre che, in termini di valore assoluto, le vie lungo le Valli dei Bitto siano state molto più importanti in epoche precedenti a quelle in cui venne riscoperto e rivalutato il tracciato che passa tutt'oggi nella Valle dei Bitto di Albaredo portando in Val Brembana attraverso il Passo di S. Marco.
Poco si conosce della situazione viaria in epoca romana e medievale anche se si può supporre che i traffici coi Nord si svolgessero principalmente lungo la sponda occidentale dei Lario, partendo da Como. Si sa tuttavia che larghi sentieri solcavano lo spartiacque orobico costruendo una fitta ragnatela di percorsi e garantendo i rapporti umani e commerciali fra le popolazioni locali.
La situazione rimase pressoché immutata fin verso la metà dei Cinquecento. In quel tempo proprio là vicino si trovava il confine fra tre grandi nazioni: la Valtellina, baliaggio delle tre Leghe Elvetiche o Leghe Grige, il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Lo stesso nome dei Pizzo dei Tre Signori, nell'alta Valle dei Bitto di Gerola, il punto di contatto fra i confini delle, tre signorie ricorda proprio questa suddivisione geopolitica. L'aumentata importanza economica assunta dalle regioni retiche settentrionali, affacciate sulla Germania e le difficoltà di trattare serenamente col Ducato di Milano, fecero si che la Repubblica di Venezia cercasse un'alternativa di transito verso Nord. Già nel Quattroc'nto, le sue truppe erano scese in Valtellina attraverso un valico dello spartiacque orobico noto come Passo di Morbegno e quella sembrava la via più adatta per evitare sembrava la via più adatta per evitare ogni fastidio. Nell'anno 1592, il giovane podestà di Bergamo, Alvise Priuli, con molta ambizione e lungimiranza, propose un allargamento dei tracciato e una sua parziale modificazione per favorire i commerci pesanti: il 29 agosto dello stesso anno, il Senato Veneto approvava il progetto e l'inizio delle opere. I lavori proseguirono per due anni e nella primavera dei 1594 il tracciato poteva dirsi completato anche se il Priuli, richiamato a Venezia, non potè assistere alla realizzazione dei suo progetto.
La strada passava interamente nella Valle dei Bitto di Nbaredo. Utilizzando il tracciato dell'antico sentiero, tuttavia, un'attenta osservazione della posizione altitudinale dei paesi, rende più probabile l'ipotesi che in precedenza, la viabilità principale, seguisse l'affinearriento Val Gerola, "Passo di Morbegno" (Passo dei Verrobbio?), Averara.
Tenendosi un po' più a oriente, la nuova via, larga a sufficienza per permettere l'agevole passaggio dei muti (ma probabilmente non quello dei carriaggi), scendeva invece a Mezzoldo.
Data la grande distanza che separava questo centro con Albaredo, sul versante Valtellinese, il Priuli pensò anche di far erigere una sorta di ospizio poco sotto il valico, sul versante bergamasco.   La costruzione divenne nota come Ca' S. Marco e il Acino valico fu detto Passo S. Marco, con chiaro riferimento alla Repubblica di Venezia. Ca' S. Marco venne eretta a mezz'ora dal passo, in una posizione solatia e nel pressi di una sorgente perenne. La costruzione dell'edificio costò 1200 dei 7000 ducati spesi per l'apertura della strada.
Già due anni dopo la sua apertura, la strada dei Passo di S. Marco o Strada Priula, si dimostrò così valida che il capitano Zuanne da Lezze ne fece un'entusiastica relazione, illustrandone l'importanza per i commerci coi centro Europa e i Paesi Bassi. E a confermarlo sta il fatto che, nel solo mese di settembre dei 1603, l'ospizio nei pressi dei valico ospitò ben 120 mercanti delle Leghe Grige.
Da allora, per molti secoli, i custodi di Ca' S. Marco videro passare innumerevoli carovane di muti carichi di ogni sorta di merce: sale, sapone, cuoio lavorato, spezie, sainitro, formaggi. E fra le mura della provvidenziale costruzione trovarono riposo e ristoro non solo i mercanti ma anche spie, emissari e i mercenari che Venezia ingaggiava in Svizzera per destinarli a combattere contro gli Ottomani.
Come in un moderno rifugio alpino, i custodi erano tenuti a fornire la massima assistenza ai viandanti e a mantenere sempre ben riscaldati i locali di soggiorno. In caso di nebbia, cosa non infrequente su quei monti, dovevano anche suonare ad intervalli regolari la campana che si trovava sul tetto e, d'inverno, dovevano cercare di tenere aperta una pista che permettesse di non interrompere i transiti.
Durante il resto dell'anno, le operazioni di manutenzione erano concordate fra i responsabili territoriali    dei due versanti, con accordi che si rinnovavano periodicamente. Tuttavia, benché molto interessate all'aspetto commerciale, le Leghe Grige, tendevano a sottrarsi da questi obblighi più che altro timorose che una strada troppo ben curata potesse favorire una eventuale invasione da parte dei Veneti.
Questo comportamento non fu Però di ostacolo al transito se si pensa che l'edificio di Ca' S. Marco era dotato di un numero di depositi sufficienti a stipare anche un migliaio di colli e cioè il carico di più di 500 muli, segno inequivocabile della grande importanza che esso aveva assunto.
Tutti i traffici erano regolati con molta precisione, soprattutto sul versante bergamasco, tant'è vero che una grande dogana venne eretta a Mezzoldo. Sul versante valtellinese i regolamenti erano un po' più blandi: una buona manciata di zecchini poteva far chiudere un occhio ai sindaci di Morbegno e dei paesi della valle se ad esempio il numero di m ercenari di passaggio superava quello convenuto. Per tranquillizzare il confinante Ducato di Milano, si era infatti stabilito che gli svizzeri dovessero transitare dalla Valtellina alla Val Brembana completamente disarmati e in numero fisso. Esistevano anche precise regole sanitarie per impedire l'accesso di merci potenzialmente pericolose come veicolo di infezioni: Venezia fu sempre assai attenta a questo aspetto, tanto che nel 1630, l'anno della peste, mise al passo una guarnigione per evitare l'ingresso degli appestati.
La caduta della Repubblica di S. Marco e le vicende storiche che ne conseguirono modificarono di molto l'assetto dei confini geopolitici che fino ad allora avevano contribuito a rendere strategica e importante la Via Priuia. Col passare degli anni e delle dominazioni, le carovane si fecero sempre più rare fino a sparire dei tutto. Restarono per molti anni ancora i passaggi dei contadini e degli alpigiani che come Urclhr cercavano una nuova terra promessa: questa volta la meta era verso Nord, in Svizzera.

L'ITINERARIO DAL VERSANTE VALTELLINESE

Dislivello: 1100 m
Tempo di salita: 4?5 ore Periodo: luglio?ottobre
difficoltà: E

Da Albaredo (raggiungibile da Morbegno per la comoda carrozzabile dei Passo di S. Marco), poco prima dell'ingresso meridionale dell'abitato, si imbocca sulia sinistra l'antico tracciato (cartello indicatore) che passa attraverso alcuni nuclei di baite per poi ricollegarsi alla strada asfaltata dopo circa 1 km. Traversata la carrozzabile si prosegue per una strada sterrata che in breve porta alla chiesa della Madonna delle Grazie. Oltre i'edificio, la carreggiata torna a restringersi e inizia a scendere per raggiungere fi fondo della Val Pedena.
Due ponti, il primo dei quali permette di superare una valietta secondaria, consentono di portarsi sul versante opposto. Con una vista sempre più aperta suile montagne retiche si raggiunge il Dosso Chierico con le sue magnifiche baite e il suo ambiente idilliaco. A questo punto il tracciato si restringe ulteriormente entrando nel bosco alle spalle delle case; la pavimentazione resta comunque sempre ben visibile. Dopo un lungo tratto nel bosco si esce infine sui vasti pascoli della Valle d'Orta dove la strada riprende la sua larghezza originaria. Con una serie di tornanti il percorso giunge nei pressi della Casera d'Orta Vaga (1694 m) e poi sale ancora un poco fino ad un poggio dal quale si domina il tragitto appena compiuto. La strada prosegue oltrepassando il limite della vegetazione e per gli ampi pascoli dell'alta Valle dei Bitto di Albaredo raggiunge il Passo di S. Marco nei pressi dei grande cippo confinario (l'Ometto, 1992 m). Raggiunta la strada asfaltata che passa a pochi metri e scendendo brevemente sul versante brembano si raggiunge infine il ristorante di Ca' S. Marco che sorge un poco a lato della carrozzabile.

L'ITINERARIO DA AVERARA - VERSANTE DERGAMASCO

Dislivello: 970 m
Tempo di salita: 3 ore
Periodo: luglio-ottobre
difficoltà: E

Da Averara (raggiungibile da Olmo al Brembo; 3,5 km da Piazza Brembana; per strada asfaltata) si prosegue brevemente per carrozzabile fino a Valmoresca (854 m; 1,8 km da Averara) dove si lascia l'auto. Dalla piazza si scende ai torrente, traversandolo su un ponte (segnavia 110) e raggiungendo in breve un buon sentiero che sale tenendo la sponda sinistra (per chi sale) dei torrente. Oltrepassate le Baite di Losco (1001 m) si prosegue lungo la vallata (Val Mora) e, con una serie di saliscendi, ci si riavvicina al letto dei torrente per portarsi infine sulla sponda destra dopo averlo oltrepassato su un ponte di ferro (1305 m).
Una ripida serie di tomanti permette di raggiungere la soprastante diga dei Lago di Valmorta (1546 m) passando da uitimo in una breve galleria artificiale. Una bella stradina percorre la sponda occidentale dei lago e poi, compiendo un ampio arco verso destra, si alza lungo l'erbosa testata terminale della Val Morta passando nei pressi di alcuni alpeggi. Dalla Casera di Arcogno (1759 m), che sorge nei pressi della moderna carrozzabile che sale al Passo di S. Marco, si procede direttamente lungo un dosso erboso e, lasciata sulla destra la carrozzabile, si percorre la stradina che, dipartendosi da essa, sale direttamente alla C&S. Marco, a pochi passi dal valico omonimo.