Ricordi di una Guida alpina

Ultimo aggiornamento il: 16/05/2018 18:48:50


Ricordi di una Guida alpina

Il sole era sorto da un pezzo, ma a lui poco importava: mica stava andando con dei clienti. Se ritardava erano fatti suoi e poi con quel bel tempo era giusto prendersela con calma. Dopo la baraonda estiva di arrampicatori e alpinisti, la montagna autunnale aveva riacquistato tutta la sua imponenza solitaria, tutto il silenzio che deve essere di quelle dimensioni. Era fra settembre e novembre che, cessato il vorticoso andirivieni fra cime e rifugi, Max, la guida, amava salire sui suoi monti per riappropriasi un po’ della loro vera essenza, per poterli finalmente gustare tutti per sé. In quel periodo, quando anche le malghe sono vuote, tranne qualche sparuto ritardatario o qualche cacciatore, ben pochi si avventurano in alto; la maggior parte della gente pensa che la bella stagione sia finita. Ma per chi ha esperienza questo è invece il periodo migliore per salire le cime, quando il tempo è più stabile, la temperatura un po’ più bassa e l’aria così tersa che i profili sembrano scolpiti nel cielo. La guida arrampicava lenta, quasi indugiando passo dopo passo; un occhio profano avrebbe detto che quell’alpinista doveva essere poco pratico e abile, forse in difficoltà. Invece quell’andatura era voluta, per poter meglio gustare la saldezza degli appigli, il colore dei licheni che adornano la roccia, i giochi di luci e ombre fra le improbabili architetture della parete. Ad ogni passo, come sempre, ecco affiorare un ricordo; di ascensioni passate, di amici, di momenti drammatici o sereni vissuti in trent’anni di professione, di paesaggi e attimi irripetibili. La Punta di Scais per lui non era una novità, Già altre volte ci era stato, Già altre volte aveva percorso la lunga “Cresta Corti” che con bellissima scalata porta in vetta. Gli piacevano quei luoghi perché, anche se mancano le grandi altezze, l’ambiente alpino è quanto di più singolare e selvaggio si possa pensare; gli piaceva quella roccia, non solida come il granito eppure a suo modo piacevolissima da arrampicarsi. Eh Già… il granito…. che roccia meravigliosa, e quante belle scalate! Volgendo verso nord-ovest, lo sguardo della guida volò oltre le valli e andò a posarsi sugli evanescenti profili delle vette del Masino che anche da così lontano apparivano come una fortezza grigio pallida irta di torrioni e barbacani. Quanti ricordi sul Badile, sulla grande ed impressionante lavagna della parete nord-est e più spesso sul classico, e per lui anche un po’ monotono, spigolo nord o sul vicino Cengalo. A pensarci bene si era divertito di più quella volta che aveva portato due bravi e affezionati clienti lungo la labirintica parete nord del Cengalo, una muraglia impressionante di 1300 metri, fatta di roccia e ghiaccio, interminabile eppure pregna di fascino: una delle più alte pareti delle Alpi Retiche. Una grande salita alpina che pochi facevano: tutti “gli altri” erano abbarbicati là attorno, come piccole mosche colorate sulla vicina muraglia del Badile o apparivano come formiche in colonna, stagliate contro il cielo, sulla schiena dell’imponente pilastro nord-ovest del Cengalo.

Fra il Masino e il Bernina, il massiccio del Disgrazia imponeva il suo maestoso isolamento. Immediatamente gli venne in mente la guida Hans Grass “il vecchio”, quando nel 1877, al termine della salita al Bernina, additò quella solitaria vetta a Damiano Marinelli dicendo: “Quella è una bella montagna!”. In effetti, il Disgrazia è proprio bello, da qualsiasi lato lo si osservi, sia da sud, dove passano le vie normali, sia da nord dove i versanti glaciali e le affilate creste lo rendono grandioso. L’aveva salito un po’ da tutti i versanti, ma il ricordo più bello era legato ad una ripetizione della via normale, quando ancora non era guida, anzi quando era al suo primo anno di alpinismo. Erano saliti lassù lui e l’amico Mario che aveva Già qualche esperienza; era ottobre inoltrato e l’intensità delle sensazioni provate per essere soli fra quei monti, per la prima volta senza istruttori o anziani, a gestire interamente una salita, fu tale che, ripensandoci, gli sembrava sempre di averla quasi fatta il giorno prima. Salire al rifugio, farsi da mangiare, preparasi per la notte dormendo nel sacco a pelo, avventurarsi sul monte senza un’anima viva attorno; che gioia per dei ragazzi di 16 anni!

Anni dopo avrebbe aperto anche alcune vie nuove nel settore meno noto del massiccio, a volte con clienti e altre volte con amici perché, anche se faceva la guida, spesso amava tornare dilettante per esplorare monti e massicci poco conosciuti;

Gli piaceva anche cercare salite un po’ “strane” e spesso, quando qualcuno gli chiedeva di portarlo a fare qualche cosa di noto e classico, tentava subito di suggerirgli altre soluzioni di pari bellezza e difficoltà, ma meno conosciute. I suoi clienti più affezionati questo lo sapevano e ormai era lui che decideva per loro l’impostazione della campagna alpinistica estiva. così si erano trovati quasi per gioco a seguirlo nel lungo approccio che percorre il vallone glaciale fra le pareti settentrionali del Bernina e del Monte Scerscen, quasi sgomenti e timorosi al cospetto dei grandi seracchi pensili che li sovrastavano. Poi si erano “ingaggiati” sulla semi sconosciuta via di Graham Brown della parete ovest del Bernina; a parte qualche sasso piovuto dalla cresta sommitale tutto filò liscio e giunsero sul crinale giusto in tempo per evitare le scariche che le prime cordate impegnate sulla via normale avrebbero inevitabilmente fatto partire.

Sul Bernina era anche scalando la magnifica Biancograt e più spesso da sud, lungo la via normale, con gente di tutti i tipi: vi aveva condotto anche un prete di centoventi chili! Quante volte, lungo la salita, e ancor più in discesa, gli aveva scherzosamente raccomandato di non scivolare perché neanche Dio, per quanto magari dispiaciuto di perdere un dipendente, avrebbe potuto frenare una sua scivolata.

Per un attimo pensiero e sguardo tornarono sullo Scais, solo pochi secondi di riposo per frugare fra le pieghe delle rocce rossastre della vetta e poi irresistibilmente si allontanarono ancora per volare in lontananza, questa volta verso oriente dove, quasi come un’isola sospesa su leggeri vapori, galleggiava il bianco universo dell’Ortles-Cevdale. A dire il vero, chissà perché, quel gruppo montuoso non gli piaceva molto; e si era spesso chiesto il perché senza Però riuscire a darsene una valida spiegazione. Forse per quanto grandioso e himalayano quell’ambiente mancava di qualcosa; c’era poco slancio in quelle cime e questo era sicuramente un aspetto che lui amava, ma non era solo per questo motivo che le sentiva poco “sue”. Però, architetture come quelle del Gran Zebrù e dell’Ortles erano comunque sufficienti per riscattare quelle sensazioni poco positive. Come non amare la fantastica Suldengrat, bellissima col bel tempo, terribile eppure sempre affascinante col brutto. Se la ricordava benissimo quella salita, fatta con una signorina di Prato, minuta e magra che sembrava dovesse cadere a pezzi ad ogni passo e che invece dimostrò tempra e coraggio non indifferenti. La bufera li colse quando ormai erano prossimi alla vetta, e fu una delle rare volte che Max cascò nella trappola del bollettino metereologico. Cominciò in sordina, con qualche velo di vapore azzurrino che innocentemente si mise a risalire il pauroso scivolo della parete nord. Tutt’attorno il cielo era sereno, ma aveva un colore un po’ troppo violaceo. A metà salita da buona guida tentò di valutare meglio la preoccupazione che lo stava invadendo, ma poi la ricacciò indietro: le previsioni avevano promesso bello stabile, le condizioni erano buone e la signorina era troppo contenta per essere delusa con un ritorno che avrebbe potuto essere immotivato. E così, un po’ per il suo orgoglio, un po’ per troppa fiducia nel progresso, si era, anzi, si erano, trovati a dividere da compagni di cordata le fatiche di una rischiosa lotta con la tempesta. Fu tutto troppo rapido per potervi porre rimedio, ormai bisognava solo salire; la signorina Lisa, seppure pallida e spaventata non sembrava affatto stanca e questo era Già un dato positivo. Quando i primi fulmini cominciarono a cadere vicini, Max riprovò quel senso di impotenza e di disperazione che altre volte aveva Già sperimentato quando gli eventi e la natura avevano preso il comando. La situazione era ben poco sotto controllo e sebbene fosse profondamente credente, la sua speciale filosofia per la quale “Dio esiste, ma è spesso impegnato altrove”, gli impediva di pregare. Temeva Dio eppure in quel momento non se l’era sentita di invocarlo, anzi, stramaledicendo sé stesso, ogni tanto tirava un moccolo anche Padreterno, forse nella speranza di richiamarne l’attenzione. La Lisa intanto, sempre più terrea in volto, si comportava da veterana: sempre attenta assicurava la progressione, quando toccava lei non perdeva tempo nel seguire e se vedeva che c’era qualche passo difficile non esitava a gridare, “fissa!”, per poi afferrare la corda e aiutarsi a forza di braccia.

così come era venuta, la buriana cessò pochi minuti dopo che la vetta era stata raggiunta; un sole dapprima stentato poi sempre più forte e scintillante prese a brillare sciogliendo la corazza di gelo che li avviluppava. Ora la Lisa, forse per il calo di tensione, sembrava sfinita, ma non c’era tempo per riposare, era meglio scendere. A sera al rifugio, al caldo e all’asciutto rievocarono i momenti più emozionanti e paurosi e il giorno dopo, nel lasciare Lisa, Max rifiutò di farsi pagare: non gli era sembrata una cordata guida-cliente, ma un’avventura divisa fra due amici.

Ora sullo Scais il sole e il silenzio vincevano, solo una leggera brezza turbava ogni tanto quell’atmosfera perfetta; là vicino si levavano oscure le creste del Redorta, del Coca. Quelle erano le sue cime e raramente vi portava dei clienti, un po’ perché erano pochi coloro che volevano far salite nelle Orobie e un po’ perché voleva tenersele per i suoi momenti di libertà. Gli piacevano le atmosfere gotiche del circo alto di Val d’Arigna o l’imponenza delle vette che dominano il piccolo rifugio Mambretti. “Che bella capanna - pensò Max, tornato sullo Scais - se mai ce la facessi, sarebbe un ottimo rifugio da prendere in custodia, uno di quelli ancora a misura d’uomo, dove può esserci ancora spazio e tempo per ricordare. Il sole stava calando e le creste circostanti avevano Già assunto la tipica colorazione rosso-aranciata; era meglio muoversi per calare sulla vedretta e poi tornare a casa per tempo. Arrotolata la corda in spalla, Max scese le roccette fino al canale-camino della via normale poi, passata la fune in un ancoraggio fatto con due solidi chiodi, preparò la doppia e silenziosamente entrò nel camino mentre la sua figura scompariva inghiottita dalle ombre