Collezione Piccola

Dedicato ad un vecchio professore, non solo di scuola

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 07:58:04


Collezione Piccola

PREMESSA

Non ho mai amato molto l'alpinismo extraeuropeo e per diversi motivi.

Per prima cosa non ho mai avuto stimoli aggressivi o sportivi nei confronti delle cime in generale, e non sono mai stato portato verso le grandi conquiste a tutti i costi.
Sicuramente sono un po' pigro e questo può essere un altro fattore frenante.
Poi non mia va di perdere giorni e mesi nell'organizzazione di spedizioni.
Inoltre quando vado in spedizione mi sento sempre un po' intruso. Quello che spinge ancor oggi il mio andar per monti è più che altro la curiosità, stimolo che, in effetti, giustificherebbe viaggi di conoscenza, esplorazioni in altri continenti. Purtroppo la curiosità è trattenuta da considerazioni del tutto personali, forse poco credibili, ma assolutamente vere: non mi pare giusto andare ad "inquinare" altre zone, "invadere" con la mia presenza montagne che appartengono ad altri uomini ad altre culture.
Da subito ho pensato che dovevo prima conoscere bene storia e cultura delle mie montagne invece di cercare altrove. Facendo questo ho scoperto un abisso di ignoranza personale sul cui fondo c'era un tesoro di sorprese e una civiltà dalle radici ancestrali: quella delle Alpi.
Nelle poche spedizioni che ho effettuato a volte è sorta spontanea la domanda che apre il racconto seguente. E la risposta era sempre più o meno una sola: "ci sono tante belle salite da fare a casa e tu sei qui a perder tempo".
Il discorso appena aperto si presta ad un'infinità di interpretazioni e se ne potrebbe discutere per giorni, cosa peraltro assolutamente inutile visto che per me le cose stanno così e basta.
Il racconto che ho scritto sul finire di una spedizione in Pakistan richiama un po' tutto quanto sopra esposto e si rifà anche ad una parte del mio passato fra i monti, la prima, quando conobbi le cime attraverso la ricerca dei cristalli.
E come cristalli ho visto tre vie da me ritenute bellissime le cui relazioni aggiunsi allo scritto per chiarirne, se ce ne fosse stato bisogno, il senso metaforico.
Questo racconto è un personale omaggio al professor Fulvio Grazioli esimio insegnate di lettere greche e latine nonché impareggiabile cercatore di minerali

Che ci fai ancora una volta qui? Domanda idiota! Che ti sei fatto mille volte e che per altrettante volte non ha mai avuto la stessa risposta. Cosa fai su queste morene senza fine, in mezzo a queste montagne sconosciute? Non hai più il gusto e l'impeto del conquistatore. Il velo è caduto, e non ti senti a tuo agio in un ambiente dove la vetta ti fa dimenticare che prima di tutto bisogna trovare il ritmo per respirare all'unisono con quello che ti circonda.

Certo, questo pensiero è buono, ma a volte, dovresti anche essere capace di fare violenza su te stesso, e dimenticare tutto ciò che hai intuito. Dovresti essere più concreto e dare al mondo quello che si aspetta da te, o meglio: dare a te una soddisfazione per quelle che tu credi, o vuoi, siano le aspettative degli altri nei tuoi confronti. Altrimenti stattene zitto! Ma forse è tardi anche per questo, e la corrente ti ha Già portato in un punto dove qualsiasi ritorno, anche piccolo, è impossibile.

Forse hai capito, che quello che cercavi sulle cime si trova dentro ad insondabili profondità e che, per arrivare anche solo a sapere che esiste, occorre molto coraggio e molta pazzia; nessun attrezzo.

Forse qualche anno fa saresti stato più contento di essere qui. Tutte queste vette. Tutto da fare... Quanto spazio per l'eroe!

E cos'è quel pensiero che ti è venuto spontaneo, non appena sei stato circondato da tutto questo ben di Dio alpinistico, tanto da farti sembrare come l'asino di Buridano? Cos'è quel ricordo del vecchio professore chino sui suoi minerali? Quell'andare indietro ai primi anni di conoscenza con il mondo di cristallo?

Erano giornate esaltanti, quelle passate sui monti alla ricerca dei tesori celati nella pietra, nel febbrile inseguimento di cose immobili. Era emozionante spezzare le forme per cercare dentro di esse altre forme più perfette, frugando nelle geodi, nelle crepe. C'era qualcosa di magico in quell'atto: il martello di Thor squarcia la tenebra e il caos, per aprire alla mente un piccolo cuore di luce. Ogni ritrovamento era, sembrava, un premio divino, un regalo a chi era stato più meritevole, un dono soprannaturale riservato all'eletto. Credo che sia di quegli anni il seme che ora germoglia e credo che sia stato piantato dal professore. Caro professore, forse senza saperlo mi ha insegnato qualcosa di più importante della mineralogia o del latino, materia di cui mi dava ripetizioni costanti data la mia caparbia impermeabilità. Gli sberloni che mi sono preso da lei forse hanno contribuito ad aprirmi il cervello, spero che non mi abbiano ottenebrato.

Del resto io venivo volentieri a lezione, perché, spesso, queste si trasformavano più in insegnamenti di mineralogia che di latino. E poi, lei era sempre una sorpresa; come quella volta che la scoprii essere un vero e proprio patito di Urania e Topolino. Allora non capivo come un uomo nella sua posizione potesse indulgere in letture che credevo buone per me o per gente poco colta. Al mio stupore lei rispose con questa lapidaria affermazione: "E beh! Cosa c'è di strano? Se li si legge con mente aperta, c'è molto da imparare da questi libri, anche da Topolino!".

Eh sì, professore, fu probabilmente lei a farmi vedere che di una stessa cosa esistono diverse manifestazioni e che non sempre le più evidenti sono le più ricche. Ma fu solo dopo qualche anno che ci conoscevamo e che si andava a cercar sassi che, quasi come ad un iniziato, lei mi mise a parte dell'esistenza di un'altra collezione di minerali. Fino a quel giorno io avevo sempre visto la grande vetrina dove stavano sontuosamente allineati i "pezzi mitici", cristalli enormi, bellissimi, rarità uniche e mai più ritrovate. Credevo che la sua collezione finisse là: era Già fin troppo bella e importante. Invece lei celava il meglio in una serie di scaffaletti a cassettiera, dove ogni cassetto conteneva una miriade di piccole scatole, da lei fatte su misura, con pazienza, ritagliando e riunendo le scatole rigide delle Turmac senza filtro: per ogni pezzo una scatoletta diversa fatta su misura. E i pezzi erano centinaia! Quel giorno lei mi fece vedere la "collezione piccola" e mi disse: "Vedi, quando i cristalli sono piccoli, si presentano nella loro veste più bella, sono sempre i più perfetti e i più limpidi.

Sono dei veri e propri capolavori in miniatura ed è un piacere metterli al microscopio per osservarne il miracolo. Inoltre, in genere, i minerali più rari si presentano in una veste dimessa o son quasi invisibili: solo facendo passare e ripassare al microscopio la collezione piccola, posso avere il piacere di scoprire qualche nuovo esemplare sfuggito all'occhio nudo".

Sono passati molti anni da quel tempo e oggi, anche se grazie a lei so dove si trovano i minerali, preferisco lasciarli nella loro sede naturale.

Sono passati molti anni e per lei è diventato sempre più faticoso affardellare lo zaino, sobbarcarsi lunghe ore di cammino, tornare a casa col sacco ancor più pesante che alla partenza. Eppure, io lo so, lei riesce ogni giorno a vivere la sua avventura di ricercatore. Con pazienza, accende la lampada, mette i piccoli pezzi sotto le lenti, diventa piccolo piccolo ed entra nei labirinti di cristallo della "collezione piccola". Sale scalinate di fluorite e perowskite, salta fra le punte di quarzo, scivola lungo rutili ed epidoti atterrando morbido fra i teneri cuscinetti bianchi dell'artinite.

Prismi verde bottiglia, ottaedri neri e metallici, dodecaedri rosso sangue o verde smeraldo, immersi in un tappeto bianco iridescente o circondati da sottili, esilissime palizzate di neri fratelli: geometrie euclidee per un'avventura relativistica. Il suo viaggio prosegue entro geodi millimetriche e mentre con una sottile punta metallica scalza massi microscopici e macerie senza peso il suo occhio scruta variazioni di colore e di forma tornando ad ammirare lo spettacolo di quelle piccole creature immobili, eppure tanto vive e vivificanti. Io credo, professore, che ormai i suoi sassi la conoscano bene e di buon grado si lascino ammirare e frugare nelle pieghe più recondite. Glielo devo confessare: anch'io, quando a volte torno a rimirare i miei pezzi, sento che esiste un certo non so che, che mi unisce a queste pietre. Io Però non cerco più niente in loro; mentre lei, proprio ripassando sulla strada più volte percorsa, vive ogni volta una nuova avventura nel mondo minerale e ogni nuova scoperta è ancor più eccitante proprio perché così improbabile, così rara, così a volte sorprendentemente banale, quando la si compie su un sasso osservato per anni, solo in determinate condizioni di luce o dalla stessa angolazione.

Me la vedo, mentre fra un ribollir di acidi, togliere la patina calcarea che copre la bellezza e, quasi come un dio alchimista, far nascere, in mezzo a fumi e schiume una nuova Venere. Di tutto quello che lei mi ha insegnato, questo saper apprezzare le cose piccole, è forse quella più bella, perché porta si dentro anche tante altre considerazioni. E anche se il ricordo delle sue parole mi arriva solo ora alla mente, inconsciamente esse mi hanno forse sempre influenzato moltissimo e di questo, penso, la debbo ringraziare. In fondo, anche le mie montagne di adesso, non sono altro che un'espressione diversa dello stesso mondo minerale che ho imparato a conoscere cercando cristalli. I "cristalli" granitici della Val Masino, del Bianco o della Patagonia erano anch'essi celati da una patina di sedimenti e forse è stato un "Grande Professore" ad asportare il grigiore che li copriva e che ancor oggi è visibile come incrostazione su certe cime, come ad esempio quelle del Paine. A volte, mentre scalo, mi pare di aprirmi la via attraverso le forme e le incrinature di un cristallo, di essermi fatto tanto piccolo da arrivare ancora più in là di quanto si può fare osservando un minerale al microscopio. E nonostante nella mia "collezione" di scalatore ci sono anche "esemplari" grandi e belli, in genere sono più legato alle cose minori, alle piccole ascensioni nuove, ricercate, con fatica e studio, in mezzo a migliaia di "sassi" Già visti e rivisti. Anche in questo caso, il grande è una cosa da esporre in vetrina per mostrare e stupire; il piccolo si tiene quasi sempre chiuso nei cassetti del ricordo.

E' proprio vero che spesso le cose più ricercate e rare sono anche quelle più evidenti e facili da trovare. Ma questo lo si realizza solo dopo averle scoperte con grande impegno dà forze e di passione... Forse per questo quelle piccole salite, pensate e fatte con lo spirito giusto, sono anche quelle che hanno lasciato di più.

E allora? Che ci fai tu qui, in mezzo a questi colossi senza senso, per te? Che sei venuto a cercare, se Già sapevi che in questo modo e con lo spirito che la contingenza ti impone in questo caso, non avresti potuto entrare nel mondo di cristallo? Ricorda Però che un esperimento può dirsi inutile solo quando dà un risultato neutro: il si e il no, sono entrambi positivi. E allora, corri, corri a casa, ritrova il filo nelle tue cose piccole, tanto lo so che hai Già in mente di tornare qui: c'è quel magnifico sperone di 2000 metri che...


SASSO ARSO o SCOGLIO di VAL TERZANA - PARETE SUD "I VECCHI LIBIDINOSI"
Con: Luca Maspes - Diego Scarì ~ Camillo Selvetti.
Accesso: da Predarossa per sentiero in Val Terzana e all'evidente struttura che si nota sul crinale destro orografico della valle (ore 1 - 1.30).
Attacco: nel diedro a destra del grande diedro obliquo della parete.
Roccia: serpentino - ottima.
Note: breve doppia di 15 metri al quarto tiro. Tutta da attrezzare.
Lunghezze chiave: la terza (fessura obliqua leggermente strapiombante VII+) e la
sesta (diedro aperto e fessura V11+).
Materiale: friend n' 0, 1, 2, 3; stopper da 0 a 7; due o tre chiodi.


ARNAD - L'ALTRA FACCIA DELLA LUNA "ANCHE PER TE"
Con Enrico Franchi.
Accesso: dalla parete dove si trovano le vie di arrampicata sportiva, salire verso il bordo destro del grande sperone solcato dalla fessura diagonale (15-20 min).
Attacco: sulla verticale calata dal bordo destro del tetto che caratterizza la parte basale dello sperone, a destra della fessura diagonale.
Note: la direttrice è la scura striscia marrone che solca lo sperone, dovuta allo scolo di acqua. Difficile individuazione della prima sosta con due ottimi, ma invisibili chiodi in posto (si trova all'altezza del tetto, spostata circa cinque metri a destra)
Lunghezze chiave: la seconda (Placca a buchi VII+; due spit); la terza, diedro canale a lame sottilissime (V+ e VI; delicato); Materiale: tricam da n' 0 a 4; stopper da n' 0 a n'6.


PIZZO MONACO - IL FARAGLIONE - PARETE NORD "TRIO (Porno) PASTORALE"
Con Carlo Pozzoni.
Accesso: da San Vito lo Capo in pochi minuti si raggiunge la base della parete.
Attacco: appena a sinistra di una grande concavità della parete, sulla verticale di
una lunga fessura che inizia con un tettino a pochi metri dal piede della parete.
Roccia: calcare.
Lunghezze chiave: la terza, sulla placca rossa posta poco sotto il grande tetto dello
stesso colore, che caratterizza la parte centrale della parete, al termine della fessura (VI+).
Materiale: 4 o 5 chiodi, due serie stopper da n' 0 a 8, due serie friend da n' 1 a 4