Il mistero della Torre Re Alberto 1.0

Per ALP

Ultimo aggiornamento il: 16/05/2018 18:26:13


Il mistero della Torre Re Alberto 1.0

Mi chiamo Riccardo Rainoldo Walter Paindelli, per gli amici Oscar, supervisore dei Cai - Area Retica Meridionale (che d'ora in poi chiamerò ARM) - per l'arrampicata. Il mio numero di tessera è 7593D e sono uno dei pochi, in virtù, del mio grado, a possedere anche l'ambita Tessera Unificata Internazionale (d'ora in poi TUI) segno di prestigio e potere, ma anche meritato retaggio dalla mia famiglia per i lunghi anni di fedele servizio nei confronti dell'associazione: una tradizione che si tramanda di generazione in generazione da secoli. I tre nomi che porto sono quelli di altrettanti antenati che hanno ricoperto il grado che ora è mio e che furono battezzati così dai loro rispettivi padri a ricordo di grandi scalatori dei loro tempi.

Non starò a tediarvi su quelli che sono i miei alti compiti all'interno dei CAI, anche perché li ho quasi tutti tralasciati per seguire la missione, affidatami dal presidente Bonfanti VI, un incarico delicato da cui può dipendere il futuro dei Progetto Ritorno alle Origini (PRO).

Sul come si sia dato via al progetto sapete tutto. Sapete della Grande Guerra Ecologica Totale (GGET) del 2093; sapete dei periodo di terrore paura che si instaurò nei confronti ella natura ritenuta quasi la responsabile di quei tristi fatti e che obbligò i pochi sopravvissuti a rinchiudersi dentro mura impenetrabili; sapete dei degrado a cui andammo incontro con la nascita dei primi mutanti, frutto di quel modo di vivere circoscritto e privo di stimoli e fantasia; sapete anche della nascita della nuova religione che alla fine spazzò il Vaticano e la sua resistenza al rinnovamento e al ritorno dell'uomo verso la natura.

Il compito del CAI e quindi anche il mio, all'interno dei PRO, è quello di favorire il ritorno dell'uomo alla montagna incentivando tutte le possibili attività che vi si possono praticare, compresi l'alpinismo e la scalata. Allo scopo nel, 2212 fu riaperta a pochi selezionati elementi, la grande biblioteca conservata al 422° piano della Sede Centrale dei CAI, che domina tutta la Pianura Padana con la sua immane torre e quella gigantesca aquila sul tetto, le cui ali di tubi luminescenti, con un abile gioco di acceso-spento, imitano il movimento facendola quasi sembrare in procinto di strappare la torre dal suolo per portarla chissà dove. L'interpretazione dei testi unita ad anni di applicazione pratica delle tecniche di scalata e alla necessaria rinascita di una tecnologia dei materiali ha portato, pochi anni or sono, alla formazione dei primi nuclei di giovani arrampicatori che ben presto sono cresciuti di numero iniziando la riesplorazione dei monti.

E' in questo scenario che si inquadra la strana vicenda sulla quale sono stato incaricato di indagare dal presidente in persona.

Non ricordo più chi sia stato il primo a parlarne, mi pare Attlio Mazzucchi da noi soprannominato "La Pina": il viscido addetto alle squadre alpinistiche di arrampicata giovanile, responsabile di tutta l'attività fatta dai nostri scalatori sulle montagne.

Fu lui, alcuni giorni or sono a riferire al Gran Consiglio Centrale (GRCC) che nel settore centrale dell'ARM si era verificato un fatto assai strano: la scomparsa dell'intero tratto sommitale di una torre granitica che le antiche guide alpinistiche ricordano come Torre Re Alberto.

Durante il successivo colloquio privato, Bonfanti VI mi pregò di seguire personalmente le indagini sul fattaccio che prestandosi a facili strumentalizzazioni da parte del nemici del PRO, avrebbe potuto essere il primo passo verso un movimento di restaurazione, cosa che il Governo Mondiale (GM) paventava più di ogni altra. Una volta ottenuto l'incarico, la mia indagine parti proprio dallo stesso Mazzucchi. Nel lungo e penoso, per me, colloquio tenutosi nel suo ufficio La Pina mi spiegò che un gruppo di giovani arrampicatori gli aveva riferito che nel tentare la salita della Torre, si erano trovati sulla cresta terminale al cospetto del... vuoto: il monolito sommitale era sparito. Per il resto il Mazzucchi si era mostrato molto costernato dell'accaduto, aggiungendo che erano giunti lassù sulla scorta di vaghe informazioni raccolte presso le popolazioni locali che facevano pensare a una precedente antica via di salita. "Tutte fandonie naturalmente - mi disse Mazzucchi - figuriamoci se c'è da credere a quel montanari". Qualcosa mi diceva Però che sapeva ben altro. Senza troppo successo fu anche l'interrogatorio dei giovani che scoprirono il disastro: non mi seppero dire nulla più di quanto Già non sapessi. Per giungere a capo dei mistero non restava che fare un sopralluogo diretto sul teatro dei misfatto. Mi documentai ben bene scartabellando fra i testi della biblioteca di famiglia, una delle maggiori a carattere alpinistico ancora esistenti dopo il grande rogo ordinato dal Presidente Bonfanti nel 2003 e certamente più ricca della stessa biblioteca ufficiale. Fra i preziosi testi trovai alcune testimonianze di un certo Conte Aldo Bonacossa in cui si parlava della prima ascensione alla Torre, "Dunque è stata effettivamente salita! - pensai - Non può esservi alcun dubbio a meno di non considerare i racconti del Bonacossa come un insieme di bugie".
I frammenti di cui disponevo erano un po' scarsini ma sufficienti per chiarirmi i tempi e i modi con cui era stata condotta la salita. Nelle descrizioni si citava un certo Giusto Gervasutti, soprannominato il "Fortissimo" e lo si ricordava come soggetto a sbalzi di umore piuttosto rilevanti che ora lo facevano essere arrampicatore imbattibile e ora un esteta dedito alla contemplazione e al riposo piuttosto che all'azione.

Trovata una bellissima carta topografica dell'antica Confederazione Elvetica, mi attrezzai e partii verso le montagne della Val Masino alla ricerca della Torre. Vi risparmio il resoconto dei viaggio che fu uno dei più disagevoli e avventurosi della mia vita. Finalmente la Val di Mello, pianeggiante solco sovrastato da imponenti pilastri di granito; qui salutai il capo della spedizione alpinistica che da alcuni mesi stava cercando di superare la fessura di quello che le cronache riportano come Precipizio degli Asteroidi. Il gruppo di testa era giunto quasi alla radice dei tetto trovando anche alcuni reperti storici: dei pezzi di corda, dei chiodi e degli strani, blocchetti di alluminio più avanti nella valle, entrammo in Val Torrone, dove sorgeva la Torre. Salendo e sudando, sbuffando per cercare di tenere il passo della mia guida ripensavo alle parole del Bonacossa sorridendo della descrizione dei suoi bivacchi nella valle, spesso sotto un sasso, in lotta con le pecore disturbate nei loro fetenti recessi che mai Augia ripulì.

"Anch'io e la mia guida bivaccheremo come il conte" pensavo tra me. Poche ore dopo infatti, trovammo da accamparci assieme ad alcuni giovani arrampicatori che erano in loco Già da tre giorni.

Davanti al fuoco e con l'aiuto di una bottiglia di whisky, cercai di interrogarli e con mia sorpresa scoprii che proprio loro erano quelli che tentarono la Torre per primi ma che, contrariamente a quanto mi aveva riferito il Mazzucchi, la loro scalata si era fermata sotto il monolito finale. Il muro era troppo compatto per poter essere scalato in perfetta sicurezza; non si potevano piantare chiodi nelle fessure, non si poteva lanciare un lasso, non si poteva salire perforando la roccia in quanto non avevano previsto tale eventualità. " Eppure - mi disse con fare circospetto uno dei ragazzi - sembrava che in cima alla Torre sporgesse qualcosa di simile ad un anello di corda".

" Abbiamo fatto un'accurata relazione al signor Mazzucchi - disse un altro - e abbiamo anche avanzato l'ipotesi che in tempi remoti qualcuno potesse essere riuscito a salire dove noi con le nostre tecniche e tecnologie abbiamo fallito".
" Allo ra quel porco mi ha mentito!".

Mi girava la testa. Il liquore? La stanchezza? 0 era quella vicenda che stava prendendomi la mano diventando fin troppo misteriosa?
Nei suoi scritti Bonacossa narra che Già aveva tentato la Torre con un certo Hans Steger e con la signorina Nini Pietrasanta, ma il repulsivo muro finale li respinse. Un anno dopo era tornato con Gervasutti, invero non troppo convinto del compagno: "due settimane prima l'avevo condotto presso il Maloja, a pochi minuti da una stupenda parete di granito liscio, ed egli al tentarla aveva preferito rimaner sdraiato tra i blocchi della cresta al limpido sole settembrino". Dopo aver scalato la Punta meridionale del Cameraccio, il giorno appresso, i due erano poi tornati

alla base della monolitica placca finale con un Gervasutti assai più rassicurato e in confidenza con la roccia. Scrive il conte: "La osservammo attentamente. Dalla base al sommo il largo muro era proprio tagliato a picco, senza la più piccola fessura... Facemmo come il vecchio Burgener di Mummery e Schulz "tentare val più che studiare"; ci legammo alle due corde e via... Gervasutti partì, salì ancora alquanto accanito allo spigolone poi intraprese la traversata del muro. Sempre più lento, da un minuscolo appoggio all'altro, finché si fermò... Disse che non c'era possibilità alcuna di piantare nemmeno un chiodino... Fosse volato avrei solo fatto in tempo a recuperare tutt'al più qualche metro di corda prima che egli fosse andato a sfracellarsi sulle dentellature della cresta... Mi chiese cosa fare ed io non potei dirgli altro che "decidi tu". Non ho mai dimenticato, pur dopo tanti anni, la sua espressione in quel momento. Un accenno di pallido sorriso forse più per far coraggio a me che non a se stesso: ma fugace, melanconico, quasi triste. così fu forse l'ultimo lieve sorriso terreno dei grande mio amico Paul Preuss... Ma il gesto fu forse più rapido del pensiero: Giusto aveva allungato un piede fino a una rugosità per me invisibile; iniziata da quella un'enorme spaccata con le mani solo appoggiate alla roccia si era lasciato andare in avanti come se cadesse: ma no! Con le dita di una mano si era spasmodicamente aggrappato a un appiglio che era stato la sua salvezza e la nostra vittoria".

Un'alba fredda ma cristallina ci risvegliò, mentre il sole inondava man mano di luce le vertiginose pareti della Val Torrone. Ancora intirizziti lasciammo i ragazzi alle prese con la scelta dei materiale necessario a una loro scalata e partimmo alla volta dei canale d'attacco che sale alla Torre. Fortunatamente possedevo una descrizione tecnica dell'ascensione e una foto: mi fu dunque facile raggiungere il mio obiettivo. Già prima dei canale la mia guida aveva Però dato segno di una certa inquietudine guardando ora verso la scura costiera di granito dove c'era il monolito sommitale, ora ai suoi piedi. Attratto da questo comportamento mi misi pure io a scrutare e a un certo punto, estrassi il binocolo per avere una visione più dettagliata. I raggi dei sole mattutino sfioravano la cresta mettendo in risalto la rosea ferita di granito nuovo che segnava il punto dove sorgeva la Torre. La guida mi fece poi notare anche una striscia più chiara che solcava la parete sottostante e che si rivelò come il segno di una frana. Prima ancora di decidere la salita lungo il canale che porta alla cresta della costiera decidemmo quindi di andare a vedere ai suoi piedi.

Quasi correndo salimmo verso un bellissimo ripiano erboso aspettandoci chissà quale scempio di frantumi e rocce spaccate e invece... di fronte a noi piantato nel prato stava il monolito sommitale della Torre, intatto e purissimo, come un cristallo; rispetto a quanto potevo ricordare dal disegno che corredava la relazione, mancava solo il piccolo blocco terminale che doveva essersi rotto nel pauroso salto; probabilmente il gigante di roccia doveva la sua incolumità alla dura neve primaverile su cui era atterrato e che aveva attutito l'urto depositandolo dolcemente dove ore troneggiava. Con circospezione, quasi con riverenza ci avvicinammo al reperto, scrutandolo, analizzandolo, aggirandolo e palpandolo. Infine, al suo piede, in più punti scoprimmo i segni di diversi fori da mina: non c'erano dubbi, qualcuno aveva deliberatamente tentato di distruggere la Torre; ma chi? Chi poteva aver interesse a questo gesto distruttivo? Mi stava quasi venendo da piangere al pensiero di tanta calcolata perfidia, ma tutto sommato l'idea che in fondo in fondo il blocco era salvo mi consolò. Adagio ci sedemmo sull'erba e nel silenzio perfetto di quei monti mangiammo qualcosa meditabondi. Solo dopo qualche tempo, non senza un po' di paura osai portarmi di nuovo presso il monolito.

Accarezzandone la ruvida scorza infilai le scarpette d'arrampicata e ripensando a Gervasutti, ripercorsi, quasi tremando d'emozione, quei metri solenni cercando di trovare le stesse asperità che aveva potuto usare il grande scalatore. Faticai non poco sul passo chiave, ma la mancanza di altezza e di paura lo avevano reso assai più percorribile; in vetta, un vecchio chiodo e un cordino di canapa confermavano la versione dei ragazzi e al tempo stesso erano la prova dell'avvenuta ascensione.

Verso sera scendemmo a valle, la rosea ferita sul crinale della cresta si era fatta rosso sangue: la mia missione che credevo potesse concludersi con quel sopralluogo cominciava solo ora. Chi aveva cercato di distruggere la Torre Re Alberto e il passaggio più difficile della carriera alpinistica di Gervasutti?
E perché?