Professione Guida Alpina

Ultimo aggiornamento il: 03/05/2018 08:43:10



Un fisico possente, una barba fluente, l'occhio spesso furente. Tutti questi ed altri "ente" erano le prime guide delle Alpi, uomini che il neonato turismo di montagna aveva trasformato da cacciatori o cercatori di cristalli in accompagnatori dei ricchi inglesi che, primi fra tutti, avevano scoperto le gioie dell'alpinismo.
Siamo agli inizi dell'800 e invero le prime guide lasciavano molto a desiderare in quanto a perizia tecnica e socievolezza.
Al primo difetto sopperivano facilmente grazie alla prestanza fisica che permetteva loro di compiere cose oggi impensabili. Polsi d'acciaio servivano per tagliare centinaia di gradini nel ghiaccio con l’ apposita ascia, (l'ascia da ghiaccio fu agli inizi una semplice scure da taglialegna e solo in seguito si trasformò nella nota picozza) gambe nerborute e resistenza animalesca permettevano di portare carichi incredibili ai quali si aggiungeva a volte anche il peso del cliente.
Se alla tecnica rudimentale fu ben presto trovato rimedio con un suo progressivo affinamento, non altrettanto si può dire per la capacità di intrattenere rapporti umani con la clientela.
Fatte le debite eccezioni il cliente era spesso visto come una pesante zavorra da issare a qualsiasi costo il più in alto possibile, meglio se su una vetta. Poco importava come far salire il poveretto; spinto, strattonato, tirato, incitato con parole a dir poco sanguigne, lo sfortunato turista diventava vittima di questi omaccioni ai qual la grinta dura era molto utile anche al momento di contrattare il prezzo dell'ascensione. Bastarono però pochi anni perché nei centri più in voga delle Alpi, a Chamonix, a Zermatt, Pontresina, Cortina, nascesse la seconda generazione di guide che seppur mantenendo le caratteristiche fisiche dei padri, si erano fatte più raffinate. La corporatura gigantesca restò ancora una caratteristica indispensabile tanto che la celeberrima guida del Monte Bianco Adolphe Rey, fu per molti anni preoccupato della sua struttura apparentemente gracile e minuta: "Come potevo, così piccolo, sembrare una vera guida e attirare i clienti?".
La fine dell'800 e gli inizi del ventesimo secolo segnano l'inizio di quella che spesso è indicata come l'epoca d'oro delle guide. Nascono in questo periodo le guide più leggendarie delle Alpi, uomini di tempra e mentalità eccezionali che operarono in qualsiasi gruppo montuoso ci fossero cime o pareti da vincere.
A Monte Bianco è il tempo dei Rey, degli Ottoz, dei Ravanel e dei Charlet; nelle Alpi Centrali sul versante Svizzero operarono Klucker, Schocher, Zippert e Grass, sul lato italiano Fiorelli, Lenatti, Sertori, Pedranzini; nelle Dolomiti un nome su tutti, quello di Angelo Dibona. Tutti costoro avevano una caratteristica in comune: un notevole spirito dilettantistico che li spinse spesso ad abbandonare il facile guadagno delle vie normali per affrontare, con il cliente, i problemi ancora insoluti delle Alpi. Erano anni in cui la montagna era vista con un sacro rispetto e con paura. La guida Martiri Schocher, in occasione della prima salita alla parete Nord del Piz PaIù fece addirittura in modo che il cliente facesse un testamento in favore della sua famiglia nel caso l'ascensione si fosse risolta tragicamente. Questo esempio può bastare per comprendere con che spirito si affrontarono quelle sconosciute pareti.
Spesso arrampicandosi scalzi come faceva il celebre Giacomo Fiorelli, famosa guida di Val Masino, altre volte spogliandosi quasi per intero per meglio aderire ai camini rocciosi, (Anselmo Fiorelli durante la prima salita alle Dames Anglaises 3610 m) essi crearono dei veri capolavori di ardimento.
Sulle più ripide pareti di ghiaccio imperversarono Klucker (pareti Nord del Roseg e del Lyskamm), Schocher e poi Charlet; sembrava che questo grande momento non dovesse mai finire. E invece, logicamente, anche il periodo eroico ebbe termine.
Col passare del tempo le nuove generazioni si fossilizzarono sempre più nelle valli di origine ove si accontentavano spesso di ripetere più volte nella stessa stagione le vie normali: .quelle del Bianco, del Cervino, del Bernina.
Il lavoro divenne così monotono e ripetitivo ma, come si può dare torto a quei montanari? Le vie normali erano e sono le più richieste, danno un facile guadagno con poco rischio e fatica.
L'involuzione tecnica e mentale causata da questo immobilismo pose la professionalità delle guide italiane su livelli assai bassi. Questa situazione rimase immutata fino agli anni '70 sebbene i primi segni di ripresa si ebbero già nel decennio precedente.
Fu infatti in quell'epoca che, sull'esempio delle più forti guide francesi, uomini come Walter Bonatti e Toni Gobbi, iniziarono a dare un nuovo impulso alla professione portando i clienti anche su vie molto difficili in ogni stagione e in ogni angolo delle Alpi.
Ma doveva essere Giorgio Bertone a dare decisamente il via al nuovo corso della professione di guida. La sua filosofia era quella di instaurare un rapporto di amicizia, un rapporto che non si esauriva al termine della ascensione ma che continuava nel tempo con giovamento da entrambe le parti. Il cliente era dunque introdotto gradualmente ai segreti della montagna e della difficoltà; veniva portato anche in palestra per iniziare assieme l'allenamento per i più impegnativi cimenti estivi. Per potere fare tutto ciò la guida doveva essere un autentico professionista, sempre allenato al meglio su ogni tipo di terreno, aggiornato su tutti i segreti dell'attrezzatura e della tecnica, padrone di tutte le manovre di soccorso.
Sull'esempio della grande guida valsesiana si è formata ed è andata perfezionandosi negli anni la nuova generazione delle guide italiane. Per potere ottenere il brevetto di Aspirante Guida bisogna oggi superare un durissimo corso di quasi due mesi che, con quattro periodi della durata variante dai sette ai quindici giorni, tocca tutti gli aspetti della professione dalla didattica allo sci alpinismo, dalla roccia alle tecniche di ghiaccio e misto. Dopo tre anni di tirocinio come Aspirante, un secondo corso analogo al primo consente di diventare infine Guida Alpina.
Oggi le guide italiane sono fra le più preparate del mondo e sono tornate ad essere gli elementi trainanti dell'alpinismo di punta con l'apertura di nuove vie non solo nelle Alpi ma in Patagonia, nel Nepal, sulle Ande. A testimonianza di questa ventata di modernizzazione bisogna sapere che sono italiane anche le prime due donne al mondo abilitate alla professione, dopo di loro solo in Francia un'altra ragazza ha ottenuto il brevetto. In un ambiente da sempre poco incline al femminismo come è quello della montagna il brevetto di Renata Rossi e Serena Fait, ambedue valtellinesi, è certo stato un momento di notevole rottura. A questo si aggiunga che molti giovani di città hanno scelto di imboccare questa non facile strada e ciò ha contribuito ad elevare ancor più la preparazione culturale e l'apertura della mentalità. Quello che un tempo era il lavoro prevalente, accompagnare gente sui monti, va lasciando sempre più il posto a tutte quelle attività collegate alla montagna che un vero professionista sa svolgere con inimitabile capacità. Accanto al lavoro con il cliente ecco che la guida diventa consulente per le ditte di attrezzi e abbigliamento alpinistico, diventa giornalista e fotografo, maestro di alpinismo nei corsi di roccia. La confidenza con corde e chiodi con il vuoto e il raschio, rendono le guide adatte per tutti quei lavori in cui si richieda perizia in quel senso: soccorso alpino, disgaggi, controlli e sorveglianza del territorio montano. Ultimamente anche la pubblicità si è servita in alcuni casi del loro rapporto per foto e spot televisivi.
Quella della guida è dunque un'attività entusiasmante e ricca di grandi prospettive per il futuro, libera e vissuta a contatto con la natura, dove anche il rischio è disciplina. Speriamo solo che questa ottimistica visione non sia oscurata da una nuova decadenza; perché ciò non accada bisogna che la gente e gli enti imparino a conoscere l'elevata professionalità delle guide ma bisogna anche che le guide stesse non cessino di migliorarsi.