Alla ricerca della Guida Alpina

Breve excursus sull'origine di una professione

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 18:22:43


Alla ricerca della Guida Alpina

Nel domandarsi, come già fece a suo tempo l'illustre reverendo Coolidge, quali siano da considerarsi le prime guide alpine della storia bisogna fare un salto nel tempo, scavare in canali ormai sepolti dai detriti dell'oblio e cercare, per quanto possibile, la risposta nei vaghi accenni delle cronache antiche. Di sicuro Annibale si avvalse di guide locali per valicare le Alpi e portare a compimento il suo grandioso sogno di invasione dell'Italia. Altrettanto certamente i romani usarono elementi delle popolazioni locali per farsi guidare fra valli e giogaie, almeno finché non realizzeranno un buon sistema viario. Altre fonti ci parlano dei "marrons" che già nel XII secolo accompagnavano pellegrini e viandanti nella traversata del Colle del Gran San Bernardo.

Non saprei come definire Antoine de Ville che nel fatidico 1492, su ordine di re Carlo VIII, diede la scalata al Mont Aiguille la cui verdeggiante sommità, difesa da ogni lato da altissime pareti calcaree, doveva avere un notevole potere di suggestione. Si favoleggiava che lassù ci fosse un mondo perduto e "una sorgente d'acqua limpidissima che vien giù in cascata lungo una scalinata di rocce".

De Ville non era però un montanaro sebbene, dopo aver "inventato" gli attrezzi adatti alla scalata (scale, uncini e corde), sia stato anche in grado di compierla. Pare comunque che questa sia stata la prima ascensione compiuta su ordinazione e sicuramente a pagamento; ed è anche quella che, secondo diversi studiosi,  segna la nascita dell'alpinismo.

Per molti anni ancora i montanari furono ingaggiati come guide al solo scopo di facilitare il transito della catena montuosa e nulla più. Non sappiamo infatti se il marchese Bonifacio Rotario d'Asti si sia avvalso di guide quando, nel 1358, portò una processione sul Rocciamelone, allora considerato la più alta vetta delle Alpi, allo scopo di scacciare alcuni diavoli che si diceva si fossero stabiliti lassù. Più certo è l'utilizzo di due "marrons" ingaggiati dal signor di Villamont nel 1588 per compiere la stessa ascensione. Proprio a questi due ignoti alpigiani il Coolidge assegna autorevolmente il titolo di "prime Guide alpine".

Se dobbiamo prestar fede ai racconti di coloro che da quel giorno si avvalsero di valligiani, cacciatori o cercatori di minerali per compiere ascensioni, dobbiamo però anche ammettere che l'esordio della categoria non fu  dei più travolgenti ed epici. Lo testimonia la relazione dell’abate Murith dell'Ospizio del Gran S. Bernardo che, nel 1779, ingaggiò due cacciatori per compiere la prima ascensione al Mont Velan con il seguente risultato:  "i cacciatori non trovarono la strada e non fecero altro che lamentarsi per la stanchezza. Ad un certo punto  dissero di aver nostalgia di casa e che non avrebbero fatto un passo in più". Ciò nonostante il ferreo abate li costrinse a seguirlo e, preso il comando della comitiva, scalinò il pendio glaciale issandoli a forza  fino in vetta.

Fra tutte le figuracce di quel periodo pionieristico, forse la più clamorosa è legata alla celebre prima ascensione del Monte Bianco, nel 1786. Durante la fase terminale della scalata il medico Paccard fu costretto a scendere dalla vetta ormai raggiunta per aiutare la sua guida, il cercatore di cristalli Balmat, e portare anch'essa sulla cima. Ad onore di Balmat si deve tuttavia riconoscere che in quel momento aveva ben altri pensieri per la testa avendo a casa un figlio moribondo che morì lo stesso giorno.  Qualche mese dopo la storica impresa, a seguito delle violente polemiche accese dall'invidioso giornalista Bourrit, il Balmat fu costretto dal Paccard a rilasciare un certificato in cui confermava  la sua deludente prestazione.

Di ben altro sapore è il certificato-testamento che un secolo dopo, nel 1887, le guide Martin Schocher, Johann Grass e Christian Zippert fecero sottoscrivere al signor Hans Bumiller in favore delle proprie famiglie nel caso fosse accaduto loro un incidente. La scalata che essi avrebbero dovuto affrontare col cliente era quella dello sperone centrale della parete Nord del Piz Palù, una vera incognita e un ostacolo estremamente difficile. L'impresa riuscì e la vetta venne felicemente raggiunta con la gioia di tutti,  forse anche con quella delle tasche del Bumiller, ai cui potenziali eredi fu risparmiata l’incombenza di onorare l'impegnativo testamento. Chi oggi abbia avuto la fortuna di ripetere la via non potrà che trovare giustificatissimo l'obbligo imposto dalle guide al cliente e non potrà non ammirare la loro eccezionale bravura.

Nei cento anni trascorsi dall'avventura di Balmat le guide si erano dunque trasformate: da saltuari e spesso impreparati accompagnatori erano diventate una vera e propria categoria professionale di alpinisti. In ogni importante centro turistico delle Alpi si formarono le Compagnie delle Guide e ad esse si rivolsero con sempre maggiore assiduità i turisti che venivano a trascorrere le vacanze nelle Alpi. Molti di essi erano animati da un notevole spirito esplorativo: in fondo le Alpi erano un “continente” nel cuore dell'Europa che era rimasto per secoli incognito. Tale attività di esplorazione imponeva sempre più spesso di avventurarsi su terreni difficili ed insidiosi e, dopo che furono risolte tutte le vie normali alle vette alpine, le nuove ascensioni si fecero per forza di cose più impegnative. Tutto l'ottocento vide le guide protagoniste nelle maggiori conquiste delle vette e delle pareti alpine; ad esse va dunque ascritto buona parte del merito di aver dischiuso agli uomini il magico mondo delle Alpi. Sebbene spesso l'ideazione dell'impresa fosse del cliente, che in certi casi rivaleggiava con loro in tenacia e bravura, non possiamo dimenticare che, anche se può apparire strano, l'azione delle grandi guide in queste ascensioni doveva essere sorretta prima di tutto da una grande e pura passione alpinistica. Solo così si possono spiegare imprese che ripetute ancor oggi non possono che destare ammirazione e stupore. Che dire infatti di Christian Klucker che col cliente salì la parete Nord del Roseg senza ramponi o di Anselmo Fiorelli che per conquistare una delle guglie delle Dames Anglaises nel massiccio del Monte Bianco, si spogliò per meglio aderire ai camini che portano in vetta?

Più abili con corda e piccozza che con la penna, fino a non molti anni or sono, le guide alpine hanno quasi sempre lasciato ai clienti il compito di descrivere le imprese di cui furono protagoniste. Per questo, in molti casi, il loro ruolo nelle scalate fu, purtroppo spesso, minimizzato se non totalmente ignorato. Ma non tutti gli alpinisti che arrampicarono con le guide furono tanto avari di lodi e riconoscimenti. Ad esempio, il bravissimo alpinista valtellinese di fine ‘800, Antonio Facetti così si espresse sui meriti di Enrico Schenatti che egli definì “appassionato alpinista ”  oltre che “ottima Guida”, intendendo con ciò porlo un gradino sopra quello del semplice prestatore d'opera. Un giudizio analogo, il Facetti lo espresse  per Bortolo Sertori, considerato più un amico esperto e mosso dalla stessa passione che una semplice Guida ...Anche Sertori era arcicontento di averlo  (sic.)prescelto fra tante buone Guide, e ci diceva che avrebbe fatto l'impossibile per riuscire in questo nostro intento che d'altra parte era anche un poco il suo ed il suo orgoglio. In esso non parlava solamente la voce della Guida, ma anche quella dell'appassionato cultore del nuovo. 

Dal Cervino al K2, quasi tutte le grandi conquiste dell'alpinismo hanno visto in primo piano le guide alpine che, dopo un  periodo di profonda crisi verificatosi fra gli anni '50 e '60, oggi hanno saputo ritrovare parte dell'antico prestigio e spesso sono protagoniste, anche nel ruolo di semplici dilettanti, delle maggiori realizzazioni alpinistiche sulle Alpi e sulle altre catene montuose del globo.