Odore di rifugio

Ultimo aggiornamento il: 05/05/2018 14:51:35


Odore di rifugio

La decisione fu presa per disperazione al quindicesimo giorno di canicola tropicale, ma erano almeno vent'anni che Francesco ci pensava. Da quando aveva sposato la Giulia, trovato un sicuro lavoro e messo al mondo due figlie, aveva dovuto appendere la piccozza al chiodo. Però nelle giornate più limpide, quando le montagne comparivano all'orizzonte metropolitano come isole lontane e misteriose, gli capitava spesso di ripensare ai tempi della sua giovanile "lotta coll'alpe" e meditava il grande rientro. Per l'occasione aveva riaperto il baule che conteneva la sua vecchia attrezzatura, restando subito colpito da un'ondata di odori-ricordo che per poco non lo facevano stramazzare al suolo. Sollevando il coperchio aveva sprigionato un melange di profumi antichi e struggenti che resuscitavano una marea di ricordi disordinati e bellissimi: cuoio "vecchio scarpone", flanellona "camicia a scacchi", velluto sauvage "pantalone alla zuava"; e poi legno di piccozza, ferro di ramponi, sudore di canottiere. La Giulia e le ragazze si mettessero pure quei ridicoli abiti moderni da escursionista e quelle scarpe da trekking tanto vistose quanto certamente poco adatte alla montagna. Lui sarebbe andato vestito da vero alpinista!

La sensazione che qualcosa fosse cambiata dai suoi tempi la ebbe solo una volta che furono a Chiareggio: una folla di turisti, alpinisti, escursionisti, mamme, nonni e bimbi chiassosi faceva ressa nella via principale, andando su e Già come animali in gabbia. Che differenza da allora! Di questa stagione, vent'anni prima, c'erano si e no una trentina di turisti e un silenzio quasi religioso. Decantando le sue doti di alpinista, il nostro eroe imboccò il sentiero con un passo che avrebbe sfiancato anche Messner. Fu un fuoco di paglia: al secondo tornante, fu riacciuffato e superato dalla Giulia e dalle ragazze. "Per forza - rantolò ansimando - lo zaino e i pesi li ho tutti io". Lo sforzo di quelle poche parole pensate lo obbligò ad accasciarsi sul muretto del sentiero all'ombra di un larice. Si consolò aspirando l'aroma di legno e di essenze vegetali che, scaladati e resi più intensi dai raggi del sole, gli infusero nuove energie. Nel frattempo frotte di escursionisti lo superavano con passo leggero, vestiti con abbigliamento poco acconcio alla montagna, almeno secondo quello che lui ricordava. E che ci facevano tutte quelle signorine, alcune delle quali niente male, che mettevano in mostra le loro bellezze con leggere canottiere e pantaloncini cortissimi? Davanti a tanto ben di Dio, Francesco si sorprese a filosofare su quelle forme armoniose, paragonandole agli argentei archi delle creste ghiacciate, lassù, sulle vette: il famoso detto "sulle nude rocce e sui perenni ghiacciai dove la trifola non si trova mai", che, con goliardico maschilismo, si recitava ai suoi tempi, era dunque invecchiato con lui?

Lo scarso allenamento e la pancetta lo fecero arrivare al rifugio verso il tramonto, incollato alle cosce fasciate di cellulite di una pesante signora che non per questo aveva rinunciato ai pantaloncini corti. Un po' per il disgusto e un po' per la stanchezza, Francesco infilò la prima porta che vide e gettò stravolto il suo pesante zainone sul primo tavolo che vide. Niente di male, se non fosse stato il tavolo della cucina, sul quale erano Già allineati alcuni piatti di minestrone fumante.

Ben sapendo che per il custode del rifugio la cucina è una specie di luogo sacro, laboratorio alchemico dove vengono elaborate le ricette più improbabili e per questo anche segretissime, Francesco si sentì morire. Voleva sporfondare quando vide venirgli minacciosamente incontro, ciabattando in una densa palude di minestrone, un omaccione nero di carnagione, con un grembiulaccio sporco di sugo e un coltellone in mano. Tutto sembrava perduto, ma inaspettato avvenne il miracolo. Invece che dal coltellone, fu colpito da una violenta pacca "toglimilrespiro" e da un vocione che disse: "te se sempre el solit - sei sempre il solito - non ne fai mai una di giusta". Ripresosi dallo shock, Francesco riconobbe nell'omaccione il vecchio Enrico, detto "Rico", sua guida alpina preferita e amico in tante imprese; abilissimo nel brandire la piccozza, tanto per scalare le pareti di ghiaccio quanto per far pagare i clienti riottosi. Con quella sorta di memoria tipica dei montanari per cui certe facce amiche o nemiche non vengono mai scordate, per fortuna il Rico aveva riconosciuto Francesco. La cena fu un sollievo: in vent'anni nulla era cambiato, c'era il solito minestrone, la polenta, la cotoletta e il mezzo di rosso. La Giulia, come tutti coloro che non sono mai stati ad un vero rifugio, aveva cominciato a lamentarsi perché non c'era la toilette in camera, perché non c'erano le federe sui cuscini, gli asciugamani, la televisione e perché le coperte puzzavano un poco di polvere e il pavimento poteva essere più pulito e si doveva dormire tutti assieme su quei tavolati. Ma Francesco ormai non le dava retta; era arrivato al Suo rifugio preferito e gongolava nel tepore della sala foderata di abete. La sera dopo, a casa, sedicesimo giorno di canicola tropicale, Francesco se ne stava in poltrona ancora mezzo vestito da "alpinista". Con la mente intossicata dalla stanchezza, aveva creato una sorta di barriera con il resto del mondo. Una sarabanda di immagini e pensieri gli turbinavano in testa: il Rico, il rifugio, il minestrone, le curve delle signorine e le creste dei monti, il cielo finalmente blu e le nubi bianche.... Con un ultimo barlume di lucidità, mentre la testa gli cadeva riversa, raccolse da sotto l'ascella destra un delizioso profumo di larice, essenze e sudore; poi si addormentò .