Il principe e la parete

Ultimo aggiornamento il: 04/05/2018 10:25:17


Il principe e la parete

PREMESSA

Che ci crediate o no, la parete Nord del Cengalo fu il mio primo sogno di alpinista. Niente solari placche, niente celeberrima Nord-est del Badile. Quell'oscuro labirinto di rocce e ghiaccio sulla più alta parete delle Alpi Retiche, suggestionò da subito le mie fantasie. Quando si è sintonizzati su qualche cosa, quando lo si "cerca" intensamente, è fatale che da ogni dove emergano spunti che riportano all'oggetto con cui si vuole entrare in contatto. così fu anche per il Cengalo e per diversi anni spuntarono riferimenti, anche i più improbabili e strani su quella parete ed i suoi primi salitori. Il colpo decisivo alla faccenda lo diede la scoperta che quel Scipione Borghese, autore della prima, era lo stesso che pochi anni dopo vinse il mitico raid automobilistico Pechino-Parigi. Fu un'illuminazione che mi esaltò, portando la mia immaginazione, Già piuttosto fervida, a dipingere un quadro fantasioso di quella scalata, magari esagerando alcune situazioni e ironizzando sull'atmosfera di quei lontani tempi. Ne venne fuori "Il principe e la parete", un racconto che ancor oggi mi soddisfa moltissimo e che s'é insaporito nel tempo, dopo aver ripetuto quella via e dopo aver scoperto che, in parte, quello che avevo solo immaginato era effettivamente accaduto. Contrariamente a quanto scrissi, la parete non era sfuggita alle mire di Klucker, che pensava di salirla con il suo cliente Anton von Rydzewski ed il collega Martin Schocher. Le bizze del von Rydzewski, fecero sfumare l'appuntamento per il giorno stabilito dell’ascensione e, poco dopo, Schocher riuscì nell'impresa con Borghese e Schnitzler, soffiandola al famosissimo collega. Il racconto è stato pubblicato su Scandere 1984 e nell’antologia Montagne di Parole. Ho apportato solo alcune leggerissime modifiche al testo originale per renderlo se possibile più scorrevole nei due o tre punti in cui m'è parso necessario.



Mongolia occidentale, estate 1907

Un grande polverone nacque a oriente, sulla strada carovaniera che da tempo immemorabile univa quella regione alla favolosa Cina. In mezzo alla bianca nuvola, con fragore di ferraglia avanzava la mitica Itala del Principe Scipione Borghese.

Al fianco del nobile toscano sedeva l'amico e reporter del Corriere della Sera Luigi Barzini che, nonostante le buche e il grande caldo, aveva ceduto alla stanchezza e dormiva profondamente. Lo stesso stava facendo l’altro componente del team, lo chauffeur Ettore Guizzardi che coadiuvava il principe alla guida del veicolo. Scipione era al volante ormai da parecchi giorni, con gli occhialoni scuri coperti di polvere, e la pesante sciarpa rossa che gli copriva il resto dei volto.

Nonostante la calura, non ci si poteva togliere né sciarpa nè occhiali, perché la sottile polvere di quelle desolate pianure, avrebbe impedito la respirazione e avrebbe potuto accecare il guidatore.

Da parecchie ore, i tre italiani erano in attesa di scorgere all'orizzonte il profilo delle montagne che avrebbero dovuto attraversare, e che segnavano la fine di quelle steppe inospitali. Finalmente, verso Sud-ovest comparvero i primi rilievi, poi, lontane ed eteree, le cime imbiancate di neve; con una rapida sterzata il principe affrontò una curva poi diresse il muso della sua fida macchina verso la catena montuosa.

Erano molto in vantaggio sugli altri quattro concorrenti e, se tutto fosse andato liscio, la vittoria sarebbe stata loro. La macchina rispondeva perfettamente alle dure sollecitazioni del viaggio e l'unica cosa che preoccupava l’equipaggio, era la possibilità di incappare in qualche banda di predoni mongoli con conseguenze facilmente immaginabili.

La vista dei monti, il sole e lo stordimento del viaggio, riportarono Scipione indietro nel tempo, agli anni in cui fece la sua breve conoscenza con l'alpinismo. Non era certo una vocazione, la sua, ma "noblesse oblige" e così tentò, come molti altri suoi pari, la sportiva attività dell'andar per monti.

La sua passione, se così la possiamo chiamare, durò molto poco, ma egli fece in tempo a scrivere il suo nome negli annali alpinistici e ciò, in fin dei conti, era quello che importava di più. Parenti e amici erano accontentati! Scipione Borghese faceva dell'alpinismo, come il Conte Lurani Cernuschi, come quei pazzi ed invidiati inglesi! Il nome della casata era al passo coi tempi!

Navigando in mezzo alla grande nube sollevata dall'auto, Scipione pensò a quella strana guida svizzera di nome Martin Schocher che alcuni amici gli avevano consigliato come ottimo capocordata per imprese difficili.

Ricordava ancora le lettere scritte alla guida per prendere accordi circa una possibile campagna alpinistica in Val Bregaglia. Soprattutto ricordava quel breve messaggio, nel quale Schocher gli annunciava con parole di fuoco che quell'antipatico del suo collega, Klucker, si era accaparrato ancora un'altra prima: quella che avevano progettato loro! Quella dei canalone del Cengalo!

Il principe fu comunque invitato a Bondo per decidere il da farsi, e li giunse verso la fine di giugno del 1877. Nel piccolo villaggio, ebbe un gran da fare per trovare la sua guida che sembrava scomparsa nel nulla. Finalmente, nell'angolo più oscuro dell'unica locanda del paese, trovò Schocher in compagnia di un certo SchnitzIer che gli fu presentato come guida, pure lui. I due erano completamente ubriachi, per aver trascorso i precedenti quindici giorni di maltempo chiusi nel fumoso locale, e solo dopo parecchie ore la guida potè farsi capire. Con alito. pesante, Schocher farfugliò qualcosa circa una grande parete che attendeva sul Piz Cengalo. Nemmeno Klucker ci aveva pensato e forse la si poteva salire, anche se sicuramente si trattava di un'impresa assai difficile. Il principe, arrivato a Bondo lieto in cuor suo che non ci fosse nulla o quasi da fare, a quelle parole ebbe un lieve cedimento, ma subito si riprese con molto fair-play, facendo buon viso a cattiva sorte.

Schocher e SchnitzIer, da parte loro, erano assatanati contro l'odiato Klucker e il vino filtrato non contribuiva certo a placare i loro pensieri di vendetta. L'ascensione "si tefe fare! Fetrà, fetrà karo principe ke topo kvesta skalata passerà alla storia", gli disse la barbuta guida svizzera.

Fu così che, il giorno seguente, i tre salirono da Bondo alla volta della grande e sconosciuta parete, alla cui base, benché la luce fosse ancora molto scarsa per permettere di vederla, Scipione fu assalito da nuovi dubbi.

Schocher era Però Già oltre la cascatella che segna la partenza della via e tirava il pesante canapone, mentre Schnitzler, con la scusa di aiutare il cliente, iniziò a palpeggiarlo in maniera sospetta. Oltre la cascata, il capocorda decise di raggiungere il canale nevoso che solcava la parete più a destra, separato da un pilastro roccioso. Il nostro eroe fu così trascinato, fra imprecazioni teutoniche, nello stretto imbuto nevoso; là capì che era meglio mettercela tutta, perché quei due non sarebbero tornati indietro tanto facilmente. A metà del canalone le guide si accorsero che una grande parete verticale lo chiudeva più in alto; dopo un'iniziale ed amichevole discussione circa la scelta dell'itinerario migliore, scoppiù un violento diverbio che ben presto sfociò in una rissa aperta. Con un paio di colpi d'ascia da ghiaccio, assestati con la precisione che l'aveva reso famoso, Schocher pose fine alla lite, decidendo che bisognava uscire dal canale, per risalire il pilastro roccioso onde poter raggiungere la grande rampa centrale.

Fra urla di dolore e qualche schizzo di sangue, la cordata proseguì dunque per la via del pilastro; Schnitzler, benché duramente ferito, continuava nelle sue alquanto sconvenienti manovre nei riguardi del cliente.

Arrivarono finalmente alla base della grande rampa ove un selvaggio quadro si aprì ai loro occhi. La parete di ghiaccio e neve saliva per cinquecento metri a ridosso di grandi muraglie verticali, lambite dal primo sole; verso il basso si perdevano lividi scivoli ghiacciati, butterati di pietre. Ma non erano là per stupirsi di fronte a tanta selvaggia bellezza o per richiamare alla memoria, accomunandoli a quella visione, i mitici racconti di Whymper e Mummery. "Toppiamo salire più in fretta per efitare i sassi ke katono talla parete", disse Schocher allo sgomento cliente prima di partire, velocissimo, verso la rampa. Salirono tenendosi sul bordo sinistro del grande nevaio e raggiunsero senza troppi problemi la spalla posta al suo termine. Fecero una breve sosta, durante la quale le due guide si rappacificarono bevendo vino a grandi sorsi e addentando un puzzolente salame.

Fu durante quella pausa che, finalmente, Scipione capi che l'alpinismo era troppo faticoso per lui. Non era male la dura lotta con la montagna, che lo rendeva in qualche modo simile ai suoi bis-bis nonni, ma secondo lui quelle fatiche non erano ripagate da una eguale proporzione di gloria. I nobili cavalieri erranti conquistavano l'amore di una dolce pulzella, entravano in possesso di favolosi tesori, castelli, terre, ma tutte queste erano cose di altri tempi. Le donnine del principe, quelle di cui aveva un'agendina piena di nomi, tutti quegli snob di sua conoscenza, e anche il popolino non avrebbero certo capito tutte quelle fatiche con nulla o quasi in premio.

Dalla spalla, uno Schocher, rinvigorito dall'abbondante cibo, piegò deciso verso sinistra, sul grande pendio nevoso che, salendo dalla attigua parete Nord-est, portava sotto la vetta. Ormai era una brutta lotta, con il capocordata che tirava come un dannato, con la stanchezza e con quello strano Schnitzler che non parlava mai, ma che pure non demordeva dai suoi approcci, lanciando languide occhiate. La deviazione li portò molto lontano dalla logica linea di salita, ma fu ben presto deciso di mentire nella relazione finale, riferendo di aver percorso lo spigolo sommitale direttamente. La cordata dei complici era ormai alla fine dell'ascensione e il nostro eroe guardava sempre più spesso la linea di salita ideale; un po' si sentiva in colpa per la menzogna che avrebbe detto, ma era anche ora di finirla con tutta quella neve, quella roccia fredda e scura. Schocher tranquillizzò un poco Scipione dicendo che in fondo non si trattava di una frottola vera e propria, ma era solo "una pikkola motificazione tella realtà" che Già molti suoi colleghi avevano adottato. più sereno, ma sempre più deciso a mollare l'alpinismo, Scipione si trovò così sotto la grande cornice della vetta. Schocher era entusiasta di averla fatta in barba al rivale Klucker, Schnitzler cantava come un galletto e il principe aveva i piedi gelati e fradici; in cuor suo non vedeva l'ora di finirla e sospirava guardando la cornice sommitale frangiata dai raggi del sole. Mentre issava Borghese a braccia, su per il muro terminale, la guida salutò l'arrivo in vetta con uno jodel; l'altro intanto tentava ancora le ultime timide avances. A quel punto, esasperato, Scipione raccolse le ultime forze; richiamò in sé l'orgogliosa virilità dei suoi avi e, mandando al diavolo ogni regola di buona educazione, sferrò un potente calcio all'insistente cicisbeo, che per poco non stramazzava al suolo.

Sulla vetta, confortato dal caldo sole italiano, il principe si trovò a pensare a "Millie la rossa" che lavorava nella casa di Irma a Milano; pensò a morbidi divani e a dolci profili, promettendo nello stesso tempo a se stesso che mai più avrebbe fatto cose simili.

Questo suo proposito si rafforzò ulteriormente allorché il grosso capocordata, brandendo minacciosamente la sua famosa ascia da ghiaccio, protese candidamente la mano libera, esigendo un conto che a Scipione parve un vero e proprio attentato al patrimonio familiare.

D'altra parte dovevano ancora affrontare la discesa e, inchinandosi alla furbizia della guida, il nobiluomo pagò decidendo che era meglio non irritare troppo Schocher con ridicole questioni di denaro.

Scipione non dimenticò la promessa fatta sul Cengalo. Si sa, le promesse di un principe sono una cosa seria, e del resto egli non fece molta fatica a mantenere i suoi propositi. Il desiderio di passare alla storia e l'ardore antagonistico, rimasero sopiti, ma vivissimi in lui, e pronti a riemergere alla prima occasione.

Dai giorni del Cengalo erano passati anni ed ora il patrizio pisano si trovava a rappresentare l'industria automobilistica italiana nel massacrante raid Pechino-Parigi. Scipione fu bruscamente strappato ai suoi ricordi, allorché dovette sterzare improvvisamente per evitare un gruppo di mongoli, sbucato dalla polvere, in mezzo alla pista carovaniera. La gente guardò quello strano aggeggio rombante senza cavalli, guardò i tre passeggeri, con barbe e baffi bianchi di polvere, dalle sciarpe svolazzanti, ma probabilmente non fece in tempo a comprendere quella fugace visione. La macchina proseguì imperterrita e sicura verso i monti che si avvicinavano; correva davanti a tutti con un vantaggio quasi incolmabile.

Scipione sorrise un attimo ripensando alle due guide svizzere e alla sua unica grande impresa alpinistica; oggi le montagne le stava salendo comodamente seduto al volante della sua auto.

Chissà se Schocher era ancora così sanguigno ed avido? E Schnitzler? Poveretto forse insidiava ancora i clienti più grassi e rosei, sperando in un'avventura al rifugio. Forse in quel momento i due erano nella locanda di Bondo, seduti ad un tavolo, forse Già sotto di esso, completamente sbronzi, in attesa che il tempo si ristabilisse.

Ma non era tempo di perdersi dietro i ricordi di quell'esperienza che, pur nelle sue negatività, stava facendogli venire un groppo alla gola. Scipione cercò quindi di concentrarsi di più nella guida e di pensare a cose piacevoli.

Veloce come la Itala, anzi molto di più, il suo pensiero volò a Parigi, al traguardo e subito la mano risalì al taschino della giacca in pelle. La fida agendina coi nomi delle sue ragazze e gli indirizzi di alcuni localini osé era ancora al suo posto.

Con la bocca impastata di sabbia pregustò, per un attimo, il fresco ristoro di una bottiglia di champagne accompagnata possibilmente da altre piacevolezze.

Ah! Parigi! Parigi! Si! Avrebbe certo vinto e lui sarebbe passato alla storia, altro che Cengalo!

Un sobbalzo più forte fece riemergere Barzini dal sonno in cui era caduto. Passarono alcuni attimi di silenzio poi, stiracchiandosi, il reporter incominciò a intonare una canzone scollacciata, ma molto allegra.

In un primo momento Scipione non si unì al compagno giudicando il testo poco adeguato al suo rango, poi, dopo aver dato un'occhiata furtiva alla circostante pianura, visto che non c'era neanche un'anima, si lasciò andare e cantò. Lanciando acuti altissimi, esprimeva la sua gioia di essere in quei luoghi e per giunta in testa alla gara.

Ora stava iniziando il tratto in salita, poi oltre le montagne nuove pianure e poi ancora altri monti, fino ai paesi più "civili". Già nella mente del principe prendeva forma l'immagine di lui che passava trionfante nelle più famose capitali europee, acclamato dalla folla che faceva ressa sul bordo della strada.

Con una fermezza a lui insolita, Borghese ingranò la seconda marcia e la Itala si allontanò iniziando la prima rampa della salita per scomparire, avvolta nel bianco nuvolone di polvere, in un divino vortice di velocità e progresso