BREVE STORIA DELLE DOLOMITI E DELLA LORO ESPLORAZIONE

Ultimo aggiornamento il: 25/05/2018 09:02:27


BREVE STORIA DELLE DOLOMITI E DELLA LORO ESPLORAZIONE

Sfogliando le cronache di fine '800 riguardanti le gite dei soci del CAI Milano, un capitolo di un vecchio album fotografico è intitolato "Gita nella terra dei Dolomiti". L'uso del maschile per indicare quelle che oggi sono a tutti note came le Dolomiti non è un errore, ma forse il frutto di una certa confusione circa l'esatto toponimo che sussuteva ancora, a cento anni dalla scoperta ufficiale di quei monti. La "terra dei Dolomiti" mi sembra però un bellissimo appellativo, carico di suggestioni, che ci propone quasi un mondo staccato da quello che conosciamo, una terra dove "Dolomiti" possono essere quelle strane montagne stratificate, ma anche un popolo misterioso che le potrebbe abitare. Del resto questa regione montuosa dove improvvisamente e senza ordine alcuno, da verdi pascoli e boschi, si sollevano nude muraglie rocciose, proponendo un netto stacco fra mondo biologico e geologico, non poteva che suscitare immagini fascinose e fantastiche nei primi viaggiatori che la percorsero.
Come castelli in rovina fatti di mura possenti, di esilissime torri e di arditi camminamenti, le montagne dolomitiche sono disseminate in un territorio ben preciso, fra la pianura e l'arco alpino vero e proprio. Anche se la loro localizzazione geografica è stata oggetto di non poche discussioni, oggi è comunemente accettato che queste montagne facciano parte delle Alpi, costituendone una originale caratteristica del settore sud-orientale.
Le meravigliose strutture che oggi possiamo ammirare e che ci affascinano con le loro forme ed i loro colori, non erano tali molti milioni di anni fa, alla fine dell'Era Secondaria. A quei tempi buona parte dell'Italia Settentrionale era ricoperta da un mare caldo e ricco di vita. Per poter avere un esempio moderno, possiamo fare riferimento all'Oceano Pacifico ed al Mar delle Antille i cui odierni atolli e le barriere coralline altro non sono che "Dolomiti" potenziali qualora il mare si ritirasse. Per centinaia di migliaia di anni, una vita lussureggiante animò questo antico mare ed i suoi resti si depositarono man mano sul fondo; corpi morti, gusci, scheletri, strutture coralline, escrementi, sedimentarono innalzando il livello del fondo marino per più di 1000 metri.
Dopo l'Era Secondaria, il mare prese a ritirarsi, lasciando i grandi depositi in balia dell'azione meteorica delle piogge e degli altri fenomeni erosivi: vento, gelo, disgelo.
Con il passare del tempo, nei punti di minor resistenza, iniziarono a formarsi fessure e colatoi che poi divennero gole e valli; le compatte muraglie subirono un lento, inesorabile assalto che le trasformò in quello che oggi sono.
La scoperta ufficiale delle Dolomiti è datata 1700, anno in cui l'avventuriero e scienziato Deodate Guy Silvain Tancredi Grantet de Dolomieou, per brevità ricordato solo come Deodate de Dolomieou, durante un suo viaggio nelle Alpi Orientali, raccolse alcuni campioni di roccia nei pressi del Brennero.
I campioni del 1700 furono oggetto di analisi, ma solo ben tre anni più tardi ad opera dello stesso Dolomieou e successivamente di Theodore de Sassure (figlio del più celebre Orace Benedicte quello del Monte Bianco), Dolomieou si avvide che la roccia, seppur calcarea, reagiva poco all'acido cloridrico; una più attenta analisi di de Sassure portò alla scoperta che ciò era dovuto al fatto che essa non era costituita da carbonato di calcio ma da carbonato doppio di calcio e magnesio. Si tarttava quindi di una roccia nuova che, giustamente, fu chiamata Dolomite.
Da allora sono trascorsi duecento anni, un lungo periodo che ha visto le Dolomiti diventare uno dei templi della montagna.
Dapprima forse furono solo le suggestioni gotiche e romantiche di quelle guglie, delle torri dei profondi valloni ad attirare i turisti. Successivamente, all’interesse scientifico, cme ovunque era successo nelle Alpi, si sostituì lo sportivo desiderio di salire quelle muraglie che più di tutte davano l'idea della inaccessibilità.
Col passare degli anni, ai viaggiatori che visitavano la regione prendendo appunti e schizzi, si succedettero i primi alpinisti, molti dei quali già celebri per le loro scalate sulle vette maggiori della arco alpino.
Erano principalmente inglesi, animati da molto spirito di avventura e con tanto tempo libero a disposizione. Essi giunsero alle Dolomiti dopo aver conquistato le maggiori vette alpine e rimasero affascinanti da quel “nuovo mondo”: la terra delle Dolomiti era qualcosa che si staccava nettamente dalle usuali "classiche" visioni alpine.
Con l’avvento dell’alpinismo queste cime assunsero una loro ben precisa identità che andò sempre più consolidandosi sia filosoficamente che sportivamente: il confronto fra "il grottesco e disperato campanile di Val Montanaia e l'arco d'argento della Grivola" non era solo alpinistico. Le Dolomiti si posero dunque come montagne "diverse", dove i contrastanti aspetti naturali sono portati all'esasperazione: a volte appaiono morte, nude, caotiche, torbide, altre volte sono piene di vita e colore.
Quindi anche l'alpinismo assunse in questa regione caratteristiche del tutto particolari. All'alpinismo classico si affiancò dunque l'alpinismo Dolomitico, più tecnico deciso, funambolico: all'azione serena, classica,della salita di un "arco d'argento", si opponeva la lotta romantica contro la roccia e la gravità, contro un mondo subito inospitale, fatto più per i rapaci che per gli uomini.
A parte sporadici ed a volte oscuri tentativi portati ad alcune cime, la storia dell'alpinismo dolomitico ha inizio nel 1857, anno in cui il botanico irlandese John Ball riuscì a raggiungere la vetta del Monte Pelmo 3168 m. Ball arrivò nelle Dolomiti dopo innumerevoli esperienze alpinistiche condotte sulle montagne occidentali e fu il primo a scrivere una guida organica delle Alpi Orientali. Per l'ascensione egli si avvalse dell'aiuto di un alpigiano locale, ma quest'ultimo ad un certo punto della scalata, forse colto dalla paura, si arrestò. A nulla valsero le sue suppliche volte a fare retrocedere anche l'irlandese; Ball raggiunse imperterrito e da solo la vetta segnando l'inizio ufficiale dell’esplorazione alle vette Dolomitiche.
Accanto alla figura di Ball, le cronache alpinistiche ricordano altri personaggi di spicco fra cui l'austriaco Paul Grohman, gli inglesi Stephen e Tuckett, i fratelli Innerkofler e la guida locale Cesare Tomè, impareggiabile esploratore del gruppo del Civetta, Dimai e Siorpaes.
Sotto l'azione decisa di questi esploratori, in poche anni caddero ad una ad una tutte le vette maggiori delle Dolomiti. Ovviamente, qui dove la verticale è di casa, esaurite le poche "facili" ascensioni per le quali si potrono collegare sistemi, più o meno comodi, di cenge e ghiaioni. l'uomo dovette misurarsi con le difficoltà tecniche. E queste difficoltà si presentarono subito senza mezze misure, tanto che gli alpinisti dovettero escogitare una tecnica di arrampicata più raffinata, abbandonarono gli scarponi chiodati e le grappelle in favore di leggere e sensibili scarpette dalla suola di corda, applicarono le prime tecniche di assicurazione e le prime manovre di corda.
Quanto fosse dato alla tecnica ed al raziocinio e quanto all'entusiasmo romantico ed all'azzardo, non é dato precisamente a sapere. Certamente molte delle grandi ascensioni di quegli anni furono condotte più sull'onda dell'ideale e del sogno che sulle basi razionaIi che governano le regole dell'odierno gioco della scalata.
Comunque già sul finire dell'800, la tecnica di arrampicata dolomitica aveva raggiunto vertici di assoluto primo piano se si pensa che la guida Luigi Rizzi aveva toccato il 5° grado nella sua ascensione alla parete Ovest della Croda di Re Laurino.
I primi anni del '900 videro nascere un vero periodo di grazia. E' il tempo di Paul Preuss, il "cavaliere della montagna" e del suo amico rivale Hans Dülfer, è il tempo di Angelo Dibona, una delle più grandi guide alpine esistite e di Tita Piaz, il "diavolo delle Dolomiti". Costoro e tanti altri meno noti, ma ugualmente validi, scrissero pagine di leggenda sulle gialle muraglie dolomitiche e diedero impulso ad un nuovo, forse più grande ed entusiasmante momento.
In quegli anni fecero la loro comparsa i primi chiodi e manovre di corda ancor più raffinate, usate per progredire in parete (Ad esempio la carrucola). Propugnatore dell’utilizzo di queste nuove “diavolerie” era il fortissimo Dülfer, che su questo tema si scontrò spesso con Paul Preuss, sostenitore di un'etica severissima ma proprio per questo ancor oggi esemplare.
Questi grandissimi arrampicatori, armati soprattutto di una audacia fuori dal comune, si spinsero su pareti fino ad allora ritenute impossibili. Essi abbatterono un limite ponendo i presupposti per la nascita del 6° grado e ancor oggi, ripetendo alcune vie aperte da questi pionieri, non si può che restare ammirati dalla loro bravura, tenendo conto soprattutto dei mezzi tecnici che essi avevano a disposizione.
Il nuovo balzo in avanti nell'alpinismo dolomitico venne con gradualità, ma è ufficialmente segnato dalla salita dei monachesi Solleder e Lettenbauer alla parete N.O del Civetta.
Per la prima volta si sentì parlare di 6° grado, un termine destinato a diventare il magico sinonimo per tutte le cose difficili e al limite delle possibilità umane, non solo in riferimento alla scalata.
Con le vie di Solleder inizia l'epoca d'oro dell'alpinismo dolomitico, segnata da imprese e nomi leggendari: Cassin Carlesso, Andrich, Vinatzer, Tissi, Detassis, Comici.
Cominciò così l'era dei chiodi come mezzi diretti di progressione e con essa l’era dell'arrampicata artificiale (quella che a torto ai profani è nota come tecnica del sesto grado). Si assistè allora ad una progressiva involuzione delle capacità tecniche dell'uomo come animale arrampicante: la tecnologia del chiodo e delle scalette fece dimenticare a molti con che audacia, forza, stile ed eleganza si mossero i loro predecessori.
Per le Dolomiti era giunta l'era delle super direttissime, delle scale di chiodi, dei perforatori, un epoca che durò finché Reinhold Messner, fra i primi, ripropose il ritorno agli antichi splendori riportando in auge l’arrampicata libera: un nuovo, o meglio "vecchio", modo di arrampicare e di porsi in confronto con la roccia.
Queste poche righe tracciano una storia durata 200 anni, anni durante i quali le Dolomiti hanno visto crescere sempre di più la loro fama nel mondo e sono via via divenute meta di un numero sempre maggiore di curiosi ed amanti della natura. Le loro bellezze non sono però solo alla portata degli alpinisti, ma anche dei più semplici escursionisti, di coloro che si accontentano di ammirare dal basso quelle possenti strutture. Forse, essi più che lo scalare possono penetrare il fascino del mondo dolomitico e proprio per essi, nel tempo é andato a crearsi una ragnatela di percorsi e sentieri che permettono di raggiungere anche le zone più remote ed impervie. Oltre alla rete di semplici sentieri, proprio nelle Dolomiti ebbero grande sviluppo le vie ferrate: itinerari che si spingono oltre il normale tracciato escursionistico per superare tratti verticali e cenge sospese, grazie a scalette metalliche ed a funi d'acciaio.
La più antica ferrata dolomitica é quella delle Meisule nel gruppo del Sella; l'itinerario fu studiato ed attrezzato nel 1910 dalla sezione Pössneck del Club Alpino Austro-tedesco (DOAV). Da allora, la moda spesso eccessiva di attrezzature e rendere accessibili creste e versanti di montagne non solo dolomitiche è andata crescendo.
In tal modo è vero che si permette al normale escursionista di raggiungere le soglie del mondo dell'arrampicata e di ammirare scorci che altrimenti gli sarebbero preclusi, ma é altrettanto vero che spesso il ferro ed il cemento deturpano pareti e creste, molte delle quali sarebbero comunque alla portata di molti che conoscono le più elementari norme di sicurezza con la corda.
In questi 200 anni sono cresciuti i percorsi escursionistici ed alpinistici, hanno avuto grande impulso anche i centri turistici e soprattutto si é reso necessario sviluppare anche una adeguata rete di punti di appoggio. I rifugi delle Dolomiti sono numerosissimi, disseminati su tutta la regione a servire come meglio non è possibile le esigenze dei turisti e degli alpinisti.
Alcuni di questi punti d'appoggio risalgono ai tempi eroici anche' se col passare del tempo sono stati ampliati e resi più confortevoli, altri si sono via via costruiti man mano che le varie zone dolomitiche venivano di moda.
A volte ci troviamo di fronte ad alberghi più che ad autentici rifugi alpini, spesso sono raggiungibili in auto oppure in funivia oppure bastano pochi istanti di cammino.
Altre volte i rifugi si trovano, e sono i più affascinanti e "veri", nella zona più interna dei gruppi, nel loro cuore. Allora occorre qualche ora di buon cammino e un certo allena mento; la fatica sarà però ben compensata dal fatto di trovarsi anche solo per un po' al di fuori del giro della massa. Questi sono i rifugi alpinistici, quelli che servono di più agli scalatori; qui troverete forse meno comfort, un ambiente più semplice e rude dove vigono leggi ben precise e a volte fatte rispettare con giusta severità dai custodi.
Chi si ferma a pernottare in compagnia, non sempre potrà fare bisboccia fino ad ore tarde in quanto dorme assieme ad altri che, magari si devono alzare presto il mattino per compiere qualche ascensione. Bisogna quindi ricordare che lo scopo primario di queste costruzioni alpine è quello di servire da punto di appoggio per ascensioni ed escursioni ed anche care ricovero in caso di maltempo. Nella nostra breve trattazione, vi proponiamo dieci rifugi scelti nelle varie aree dolomitiche: sono rifugi custoditi di facile accesso. Le escursioni, per il loro raggiungimento, sono già delle simpatiche gite che ci mettono a contatto col mondo dolomitico. Bisogna tuttavia ricordare che dal rifugio raggiunto si possono prendere in considerazione traversate verso altri rifugi, vie ferrate, percorsi ad anello.
Ovviamente queste "cose in più" richiedono una maggiore preparazione oltre che ad una attrezzatura più specifica e completa. Per qualsiasi gita, anche la più facile, ricordate di essere muniti di scarponcini da trekking, giacca a vento, alcuni viveri di conforto: sono poche cose che hanno poco peso nello zaino ma che possono divenire utilissime. Per gite più impegnative é consigliabile non essere mai da soli ma almeno in due o più e ben allenati.
Se si ha scarsa dimestichezza con corde e moschettoni, non ci si avventuri sulle "vie ferrate" oggi tanto di moda: é più consigliabile affidarsi all'esperienza di una delle tante validissime guide alpine delle Dolomiti. In tal modo e con la massima sicurezza, avrete la possibilità di apprezzare appieno l'ascensione.