Ortles-Cevedale

Ultimo aggiornamento il: 24/05/2018 16:17:41


Ortles-Cevedale

Il massiccio dell'Ortles-Cevedale si trova un poco decentrato verso sud rispetto alla catena alpina, pur facendone parte a tutti gli effetti. Tale massiccio è geologicamente formato da Dolomia Principale nel suo settore nord-occidentale (Monte Ortles 3905 m, Gran Zebrù 3735 m) mentre, a partire dal Monte Cevedale (3769 m) affiorano le Filladi Quarzifere che determinano molte importanti vette del settore sud-orientale. Rocce cristalline e metamorfiche intercalate da lenti marmifere si riscontrano invece nel breve settore di costiera che separa la Val Camonica dalla Valtellina. Tutto il massiccio caratterizzato dalla presenza di imponenti fenomeni glaciali; 27 ghiacciai sono situati a cavallo della catena che separa la Valle del Braulio dalla Val Zebrù, 15 sono quelli della Val Cedèc, 26 quelli del settore meridionale a confine con la Val Camonica. 21 sono i corpi glaciali del livignasco, oltre 30 sono quelli del versante atesino. Fra tutti il maggiore è il Ghiacciaio dei Forni che per estensione è il secondo d'Italia con una superficie totale di 1290 ettari (il maggiore in assoluto è il Ghiacciaio Adamello-Mandrone con 1813 ettari).Tali ghiacciai durante i periodi di massima espansione e il successivo ritiro hanno profondamente modellato le valli e il territorio lasciando a testimonianza del loro passaggio grandi cordoni morenici ora ricoperti dalla vegetazione, ripiani e laghetti alpini che sono oltre un centinaio ma che un tempo dovevano essere assai di più visto anche il notevole numero di torbiere e paludi che ancora ne testimoniano l' antica presenza un po'o­vunque. Dal punto di vista orografico il massiccio più importante è quindi quello dell'Ortles-Cevdale, vero e proprio "tetto" della regione e meta di alpinisti e sciatori alpinisti di tutt'Europa. Montagne principalmente glaciali, queste vette sono un paradiso per gli amanti delle impegnative ascensioni su ghiaccio e misto e in primavera offrono percorsi sci alpinistici fra i più belli e completi di tutte le Alpi. Le vette maggiormente frequentate sono il Gran Zebrù o Koenig­spitze di cui sono celebri la via normale, l'impressionante parete nord e la cresta nord-ovest; l'Ortles con la difficile via normale e la pericolosa e altissima parete nord; il Cevedale, facile da tutti i lati ma possente come un colosso himalayano. Altrettanto celebre è la traversata per cresta dei monti che fan­no corona alla Val Cedèc, le cosiddette "13 cime", una cavalcata di un paio di giorni che si mantiene costantemente al di sopra dei 3.300 metri di quota e che comprende le vette dal Cevedale al Tresero (o viceversa). Grande importanza geologica viene attribuita al massiccio Ortles-Cevedale poiché in esso sono riconoscibili gli elementi fondamentali connessi alla nascita della catena alpina. Il massiccio appartiene ad un più vasto apparato tettonico che è noto come Austroalpino superiore e che è costituito dalla sovrapposizione di unita tettoniche dette falde alpine. Quindi anche il complesso montuoso che forma la regione descritta in questa guida è costituito da grandi sistemi tettonici (tre), che si sovrappongono. Il più antico è il cosiddetto Sistema del Languard che affiora in Val Trafoi ed è costituito prevalentemente da rocce cristalline di tipo granitico. Al di sopra di questo abbiamo il possente sistema Ortles-Quattervals costituito da calcari dolomitici, la cosiddetta Dolomia Principale. La terza falda è quella dello Scarl-Umbrail ed è costituita da rocce cristalline. Come abbiamo potuto vedere tutte la regione si sempre trovata a fare fondamentalmente da cuscinetto a due culture, una di tipo italico e l'altra germanica. La stessa divisione geopolitica ha poi sancito tale posizione e la divisione fra due sfere di influenza che si è mantenuta più o meno invariata fino alla prima guerra mondiale. Parte del confine italo-austriaco si trovava dunque a correre proprio sui crinali di questi monti, dal Passo dello Stelvio al Gavia e al Tonale. Tutti valichi strategicamente importantissimi, vere e proprie porte che permettevano l'accesso alle vallate che avrebbero permesso l'ingresso verso la Pianura Padana. Era pertanto logico che per il possesso di tali punti di passaggio si accendesse una guerra nella guerra che per tre lunghi anni vide impegnati sulle più alte cime i soldati dei due eserciti. Fu una guerra assai strana, inquadrata nello splendido e maestoso scenario delle più alte vette dell'Ortles-Cevdale, fra i grandi ghiacciai che le ricoprono, nelle valli che da esso si originano. Non poté stare tranquilla neppure la neutrale Confederazione Elvetica che confinando coi due belligeranti dispose la realizzazione di opere difensive sui monti per prevenire la tentazioni di una manovra di aggiramento che passasse sul suo territorio. Per sostenere lo sforzo bellico, i due eserciti dovettero preparare tutto un particolare apparato logistico che consentisse facili comunicazioni fra le retrovie e la prima linea che spesso si trovava sulle più alte vette del gruppo. A tale scopo vennero costruite strade militari, nuove mulattiere e teleferiche; dagli italiani venne inoltre pensata una seconda linea difensiva che potesse bloccare gli eventuali invasori in Valtellina qualora avessero sfondato. Le linee difensive stabili erano mantenute anche sui ghiacciai e pertanto perfino nelle loro viscere vennero ricavati alloggiamenti e gallerie (circa venti per un totale di 11.377 metri) che collegavano le trincee e le postazioni. Fra queste gallerie, la più lunga, 2 km, era quella che univa il Colle delle Miniere al Colle Pale Rosse sul Ghiacciaio dello Zebrù, ad una quota di 3.300 m. La più elevata si trovava sulla Trafoier Eiswand a 3500 m e aveva una lunghezza di 950 metri. Inutile dire che alla già crudele faccenda della guerra, si sovrapponeva qui una lotta per sopravvivere anche all'inclemenza stessa dell'ambiente. I protagonisti delle battaglie che infuriarono anche oltre quota 3000 erano spesso gli stessi abitanti delle vallate sottostanti, gli alpigiani reclutati nelle truppe alpine delle rispettive nazioni belligeranti Alpini gli italiani, Alpenjaeger o Kaiserschutzen i tirolesi. Pacifica gente di montagna spesso unita dai comuni, semplici interessi della vita di montagna e quindi spesso anche da vincoli di amicizia che ora, sicuramente un po' a malincuore, si trovavano a combattersi. Una simile particolare situazione diede origine a numerosissimi episodi di fraternizzazione fra le truppe che si fronteggiavano; famosa era la storia dell' alpino Giacomo Perico che riconobbe fra gli avversari il suo grande amico Arturo Stablum di Pejo che diedero vita ad un fiorente commercio di prodotti alimentari e di conforto. Una volto scoperta, la cosa fu passata sotto silenzio dagli stessi ufficiali che altrimenti avrebbero dovuto deferire i due alla corte marziale. Del resto era logico che benché nemici, tutti e due i contendenti fossero alleati nel tentativo di alleviare la durezza di vita imposta dall'ambiente in cui operavano. I rapporti fra gli uomini dei due eserciti furono a volte tanto "buoni" da generare anche della complicità. E' il caso del fatto accaduto allorché l'alto comando italiano mandò un ufficiale in prima linea per verificare la realtà dei supposti eventi di fraternizzazione. Giunto in trincea costui si sporse chiamando "Kamarad, Kamarad" con la certezza di ricevere un'amichevole proposta di scambi. Ma gli austriaci erano stati avvisati dai colleghi italiani e risposero con una schioppettata che mise all'ufficiale una fifa blu. Curiosa la storia della galleria del Cristallo. Per conquistarsi questa strategica posizione entrambi i contendenti pensarono di scavare una galleria nel ghiacciaio per evitare il tiro nemico. Combinazione volle che ad un certo punto i due tunnel si incontrarono e alla caduta dell'ultimo diaframma italiani e austriaci si trovarono faccia a faccia. Dopo una breve scaramuccia "underground" i tunnel vennero fatti saltare. Altrettanto curiosa la vicenda del "solarium" del Cristallo dove italiani e austriaci si mettevano a prendere il sole ignorandosi a vicenda. Quando la cosa fu scoperta dagli ufficiali italiani, venne ordinato all'artiglieria di tirare sui soldati ma gli artiglieri, fecero finta di sbagliare il primo tiro permettendo a tutti di rifugiarsi nelle rispettive trincee. Senza dubbio meritevole di essere ricordata anche l'incredibile avventura-sfida che vide protagonisti il capitano degli alpini Nino Calvi e la guida Giovan Battista Compagnoni suo sottoposto. Il Calvi, valente alpinista si era messo in testa di compiere la prima ascensione alla parete nord del Pizzo Tresero (3594 m), uno scivolo di ghiaccio ripidissimo. Ad una sua prima richiesta il Compagnoni rifiutò vedendosi poi dare del codardo dal capitano, cosa insopportabile che alla fine lo portò ad accettare. Fu così che il 24 luglio 1917 i due intrapresero la scalata ovviamente sfidando i pericoli della montagna e il fuoco dei cecchini austriaci che sparavano dalla vicina punta del San Matteo e dal mantello. La caparbietà dei due alpini ebbe la meglio su tutti i pericoli e la salita ebbe buon esito. Purtroppo però questa "guerra sulle vette" fu anche ricca di episodi sanguinosi ed eroici in cui si distinsero gli uomini di entrambi gli eserciti. Fra le azioni belliche più celebri c'è quella della conquista del Monte San Matteo (3.684 m) dal quale gli austriaci martellavano le nostre posizioni. Il giorno 13 agosto 1918 cinque colonne di alpini si diressero alla volta della vetta salendo da differenti versanti per prendere il nemico nel mezzo. Dopo un intenso fuoco di preparazione da parte dell'artiglieria si scatenò l'assalto simultaneo che portò alla conquista della vetta e a quella del vicino Mantello (3.537 m). Pochi giorni dopo, il 3 settembre le due vette tornarono nuovamente in mano agli austriaci grazie ad una brillante ma funesta azione dei Kaiseschutzen