Turismo in Valtellina 2015

Ultimo aggiornamento il: 24/05/2018 08:53:24


Turismo in Valtellina 2015

Passa un giorno, passa l'altro… e attorno alla parola “turismo” in provincia di Sondrio, vedo solo fumo, ma non credo di essere l'unico. D'accordo che il marketing è importante, ma qui pare che sia l'unica cosa che conta e, come testimoniano personaggi più autorevoli di me, si continua a perdere di vista il nocciolo della questione che è tutto concentrato sull'immagine del territorio. Ne parlavo con un professore dell'università di Napoli che descriveva la nostra vallata con toni tristi e sconsolati, citando il consumo irrazionale del suolo e l'erosione della sua bellezza. Che rispondere se uno come lui, conscio del disastro della sua città, riusciva a vedere anche il nostro, che, al confronto, gli sarebbe dovuto sembrare inesistente? La pianta si coltiva partendo dalle radici e se queste sono deboli, i frutti saranno di scarsa qualità; ma quali sono gli elementi che possono migliorare le "radici" del turismo in provincia? Intanto la consapevolezza che coltivare solo il proprio orticello è alla lunga controproducente e che favorire la più piccola e dimenticata località può far del bene anche a quelle grandi e famose. Questo è il punto su cui fare "sistema" e non solo il marketing; ma, come si dice, si continua a indicare la luna e si guarda solo il dito, passando rapidi da grandi alleanze a divisioni che riportano tutto a com'era prima; il tutto realizzato con soldi pubblici e cioè nostri. Si tratta di milioni di euro (miliardi di lire) che un sereno bilancio fra costi e benefici, calcolo difficile ma possibile, dimostrerebbe poco positivo.

Considerando che litigiosità e competizione sono presenti anche nelle vallate della Svizzera, forse bisognerebbe chiedersi seriamente perché i nostri vicini, pur con le medesime problematiche, riescono a fare ciò che noi ci sogniamo. La risposta è che da noi non esiste, né è mai esistito, un organismo che pensi strategicamente all'immagine reale che il territorio propone, mentre siamo bravissimi a illuderci che basti andare in TV o sul web. Certe scelte dovevano essere fatte a livello provinciale, iniziando magari da un'impostazione urbanistica e architettonica che, pur nel rispetto del singolo, favorisse una certa tipicità del costruito. Per superficialità, provincialismo o per vassallaggio politico, abbiamo poi subito alcune leggi rivelatesi un boomerang. Penso a quella di Tremonti post alluvione 1987 che, di fatto, ha impedito il patronato UNESCO sui nostri vigneti e poi, per par condicio, a quella di Bersani che con la scusa della pubblica utilità ha aperto il far west delle piccole captazioni in un territorio già pesantemente gravato dagli impianti idroelettrici. Quella tragica pagina del 1987, se gestita saggiamente, avrebbe potuto essere l'inizio di un nuovo corso per il nostro territorio; c'era ancora modo di intervenire ampiamente sulla viabilità, sulla ferrovia, sul dissesto generale. Invece si è riusciti a fare ancor peggio e, come dico spesso, dopo quella dell'acqua è arrivata l'alluvione del cemento, con i risultati che vediamo e che oggi paghiamo. Allo stesso modo si continua a ignorare il pessimo messaggio che, assieme a quello dei capannoni, è fornito dall'invadente cartellonistica pubblicitaria a fianco di strade e ferrovia. Anche se il più delle volte smentita, resiste ancora la convinzione che il turismo si possa richiamare con manifestazioni motoristiche di vario genere, mega impianti, grandi eventi, feste etniche che con la nostra identità c'entrano ben poco. La dimensione della politica, intanto, anche se con qualche eccezione, appare distante, arroccata in se stessa, forse timorosa del rapporto con una realtà che finge di conoscere, ma che non conosce, e con la gente. Quando deve esprimersi, appare incerta e, con aria fintamente partecipe, per non scontentare alcuno avvalla ogni scempio con la risibile parola d'ordine, "purché fatta nel rispetto dell'ambiente e della sicurezza". Prova di questo distacco è la quasi costante assenza degli amministratori ai convegni che trattano questi argomenti e dove han voce studiosi che, ormai si sa, non sono mai teneri nel giudizio. E quando fra amnesie, silenzi, distinguo e latitanze quasi tutte le organizzazioni e le amministrazioni avvallano l'uso ludico di trial e quad sui sentieri, di motoslitte ed elicotteri per l'eliski, si ha chiaramente idea di un disastro che nessun convegno, spot TV, dichiarazione d'intenti potrà mai sanare. Per provocare l'intervento di chi dovrebbe sorvegliare, occorre quasi sempre l'indignata denuncia dei cittadini sui media o alla magistratura: è comune la vulgata dell'ente pubblico, dalla Forestale all'ufficio tecnico comunale, che multa il poveretto per una tettoia o una finestra fuori norma, mentre sembra non vedere scempi ben maggiori. Avanza imperterrito il saccheggio del territorio, difeso solo da singoli coraggiosi o da associazioni caparbie come quella di Bianzone contro la cava del Ranèe. Sembra a volte che anche la legalità sia minacciata, se sono vere alcune vicende, come la concessione di ampliamento alla derivazione sul Mallero o il progettato impianto sciistico della Vallaccia a Livigno. Il tutto condito da affermazioni imbarazzanti come quella del sindaco di Chiesa che giustifica la captazione del Mallero (Centro Valle 26/09) con il fatto che il Comune ha già percepito e speso cinquecento mila euro dai richiedenti e quindi, implicitamente, non può essere contrario. Com'è possibile? Senza la certezza che un affare vada in porto, chiunque si guarderebbe bene dallo spendere un anticipo pattuito.

Livigno ha saputo valorizzare benissimo tutto ciò che le sue montagne possono offrire, trasformandosi in un polo eccezionale anche per gli amanti della bicicletta. Una località ricca, favorita dallo status di zona franca, anacronismo stranamente conservato, potrebbe dimostrarsi meno famelica, evitando attività da circo equestre, come l'elibike (elitrasporto in quota dei bikers per poi affrontare le discese) e l'eliski, o risparmiando da nuovi impianti l'area protetta della Vallaccia. In tutto ciò quello che m'incupisce di più è lo smaccato tentativo di ricatto messo in opera, ricorrendo ai soliti ritornelli della necessità di incrementare il turismo, dei posti di lavoro in pericolo, del fatto di avere già assunto e di avere ormai investito milioni subendo quindi un danno dal blocco dell'iniziativa. Il fatto è che, come per la faccenda del Mallero, probabilmente questi signori avevano già qualche certezza: altrimenti nessun imprenditore assennato, specie in Italia, investirebbe in assenza di solide garanzie.

Termino con un’ironica metafora, non so quanto spiritosa, ma che a me piace: se vuoi vendere il salame, più che fare pubblicità, occorre soprattutto che sia bello e buono.

 

Giuseppe Popi Miotti

 

Più che presunte le CARENZE sono palesi e lampanti. Come ho avuto occasione di dire alla conferenza CAI di Bormio, pur avendo nei confronti del Sodalizio sentimenti di rispetto e anche gratitudine, non posso che prendere atto di come l'apparato burocratico strangoli e rallenti ogni iniziativa. Il CAI potrebbe, ma in fin dei conti non vuole perché è "politicizzato" in larga misura e quindi non lavora con chiarezza e nobiltà etica, ma secondo le logiche del potere. Una associazione con 300mila soci potrebbe dire e fare moltissimo, ma si limita a partorire, tavole, decaloghi e bidecaloghi poi di fatto completamente disattesi subendo anche il danno d'immagine di mostrarsi ridicola agli occhi di tutti o quasi. Grandi convegni, grandi proponimenti, grande fumo e pochissimo arrosto per di più bruciato. E' una vergogna! Ma siamo in Italia. Allego l'immagine del nuovo logo CAI che ho proposto provocatoriamente a Bormio.