La Capanna Luigi Mambretti

Ultimo aggiornamento il: 23/05/2018 18:27:22


La Capanna Luigi Mambretti

Tutte le volte che mi capita di salire verso il lago di Scais per poi raggiungere la piccola Capanna Mambretti nella Valle di Caronno, mi colpisce sempre fortissimo il ricordo di un altro rifugio che conobbi quando ancora aveva più o meno le stesse dimensioni: la Capanna Sasc Fourà in Val Bondasca. Credo che questa quasi inconscia operazione analogica non sia altro che il frutto delle profonde esperienze che da ragazzo vissi ai piedi dei giganti granitici del Pizzo Badile, del Cengalo, della Trubinasca e delle Sciore, quando ancora rappresentavano un mondo, ai miei occhi, fantastico e quasi inesplorato. Anche alla Mambretti ci arrivi lasciandoti alle spalle gli ultimi larici oltre i quali si apre grandiosa la catena di vette che corona la valle: a Sasc Fourà si innalzano le sagome eleganti del Badile, della Punta Sant’Anna e della Trubinasca; qui appare, non meno imponente, la sfilata di vette al cui centro si trova la proporzionata cima del Torrione di Scais, baluardo iniziale di una lunga cresta che porta sulla cima omonima. In fin dei conti questo crinale che separa due ghiacciai non ha nulla da invidiare al tanto celebrato spigolo Nord del Badile, anzi, per certi versi ne è superiore, almeno in quanto a varietà dei passaggi e sebbene la vetta superi di poco i 3.000 metri, circa trecento in meno del signore del Masino- Bregaglia. Il notevole impulso che nei decenni passati ha conosciuto la pratica dell’alpinismo, specie quello su roccia, ha trasformato gradualmente il vecchio baitello di Sasc Fourà in un confortevole rifugio e le scalate sulle cime attorno in arene spesso affollatissime di cordate. Le atmosfere arcane e magiche di un tempo hanno perso vigore, sopraffatte dalle mode e chi come me tenta a volte di ritrovarle, deve rivolgersi altrove. Ecco, per me salire alla Mambretti è co-me ritrovare il piccolo, vecchio Sasc Fourà; vuol dire ancora oggi fuggire dalla montagna alla moda, da escursioni e scalate sovraffollate, dal chiasso che allontana quelle atmosfere che solo il silenzio riesce a comunicare. Vuol dire ritrovare una dimensione in cui ci sentiamo solo ospiti rispettosi. Il percorso che porta al rifugio, seppure breve, è forse il più suggestivo delle Alpi Orobie e una volta raggiunto il ciglio della diga di Scais, si schiude un susseguirsi di vedute appassionanti, inaspettate e, è il caso di dirlo, sublimi. Ci troviamo nel punto mediano della catena orobica, il più interessante alpinisticamente e scenograficamente; qui, nello spazio di poche centinaia di metri, svettano le uniche cime che superano i 3.000 metri e due, la Punta Scais e il Pizzo Redorta, sono proprio a sentinella della Mambretti. Più si conoscono questi luoghi e più ci si rende conto della loro assoluta peculiarità tante sono le bellezze che racchiudono in così poco spazio: alcuni dei più importanti bacini idroelettrici, cave di uranio, fi ori rari e unici, antiche mulattiere per il trasporto dei minerali ferrosi cavati durante il Medio Evo da queste cime, paesi antichi, formazioni rocciose peculiari, relitti di antichi eventi orogenetici. Un complesso nodo montuoso La piccola capanna sorge sulla destra orografica della valle, la più orientale delle quattro che si originano dallo spartiacque orobico compreso fra il Monte Masoni a Ovest e il Pizzo Porola a Est, confluendo nel dirupato, lungo e stretto solco della Val Venina che sbocca sul fondovalle valtellinese a due passi da Sondrio. La valle è percorsa da una stretta carrozzabile che da Piateda, dopo aver guadagnato quota, ne tiene la destra orografica fino alla centrale idroelettrica di Vedello; l’ambiente è chiuso, un po’ misterioso, poco amichevole. Nulla qui lascia presagire quello che troveremo più avanti. Una possente prua boscosa, percorsa dal vertiginoso piano inclinato che parte dalla centrale idroelettrica per poi essere ingoiato dalla montagna molti metri più in alto, funge da primo elemento separatore. A destra si addentra la corta Val d’Ambria che in corrispondenza del villaggio omonimo si divide ancora in Val Venina verso Sud-sud-ovest e Valle di Zappello verso Sud. A sinistra entra la Valle di Scais che porta al villaggio di Agneda e prosegue fino al bacino artificiale di Scais dove si ramifica: a Sudovest la Val Vedello, chiusa dall’elegante e alta parete del Pizzo del Salto, a Est-sud-est la Valle di Caronno. Pochi lo rilevano, ma tale complessità orografica concentrata su una superficie assai modesta è a mio parere uno dei primi aspetti che caratterizzano il luogo. Qui vi sono anche moltissime mete interessanti per gli alpinisti in cerca di natura incontaminata e di un confronto con pareti e creste selvagge ed isolate. Escludendo le valli del Bitto, questo è uno dei pochi luoghi delle Orobie valtellinesi dove si può arrampicare su roccia buona o discreta, gustando il gesto, ma avvertendo contemporaneamente in pieno la consapevolezza di essere in un ambiente che non consente errori. Se imponenti e belle sono le pareti del Monte Aga, del Pizzo Rondenino, alta ben 500 metri, o del Pizzo del Salto, le ascensioni più classiche e di ampio respiro si possono fare proprio avendo come base la Capanna Mambretti. Che le belle cime di queste vallate meritassero di essere servite da un rifugio fu esigenza subito recepita dalla Sezione Valtellinese del Cai che, scampata alla crisi che l’aveva quasi fatta sparire pochi anni prima, nel 1898 inaugurava un piccolo rifugio-osteria dedicato al consocio garibaldino Enrico Guicciardi, presso le Case di Scais. La costruzione aveva una superficie di 48 mq su due piani e forniva servizio di alberghetto nei mesi estivi. Ceduto nel 1924 all’ingegner Messa, valente alpinista ed esploratore di queste vallate, l’ex rifugio Guicciardi è quell’edificio posto in una radura a quota 1.547 m, che la mulattiera lambisce appena dopo le case che sorgono sulle sponde meridionali del bacino di Scais. Può forse stupire come si sia potuto erigere un ricovero alpinistico tanto in basso ma si tenga conto che, ai tempi, qui si giungeva solo dopo cinque ore buone di marcia da Sondrio. Inoltre, come ebbe a scrivere Alfredo Corti: «La posizione, non molto elevata (1.500 m circa), era stata scelta, oltre che per l’amenità, con la speranza che il rifugio potesse, assieme che base per ascensioni, essere meta di numerosi gitanti che salissero a godere le bellezze della valle».  Purtroppo il Guicciardi si rivelò in breve un mezzo fallimento e la Sezione Valtellinese, animata dall’esperienza di Corti, cominciò a pensare a un nuovo rifugio da collocarsi più all’interno del massiccio, possibilmente presso le pendici delle due maggiori vette locali, la Punta Scais e il Pizzo Redorta. Tutto si svolse in pochi anni e, riprendendo Alfredo Corti: «Nel 1923 un dilettissimo consocio, Luigi Mambretti, periva tragicamente sulla Punta di Scais: grande fu il compianto, e, nel desiderio che un ricordo sorgesse nel nome dello sventurato giovane, congiunti, amici, estimatori offrirono contributi perché la costruzione della progettata capanna potesse venir portata a compimento».  Solo due anni dopo la scomparsa del Mambretti, in tempi miracolosamente veloci, nasceva il rifugio che a lui fu dedicato «... a circa 2.000 m, a SE delle Moje di Rodes, in posizione amenissima, su un poggio a salvezza delle valanghe: ampia (m 5x6) in solida muratura, col tetto coperto di lamiera metallica, con un doppio tavolato sul quale può trovar riposo una quindicina di persone, e con un sottotetto di consimile ampiezza. Sulle chine poco a monte, verso NE, è una sorgente d’acqua: la legna è di facile raccolta sul pendio che si sale dopo l’Alpe Caronno (1.580 m), fin verso 1.800 m: la chiave trovasi a Sondrio presso la Sede sezionale, e presso le guide Bonomi ad Agneda. La posizione è ottima sotto il punto di vista alpinistico: al centro, quasi geometrico, del bellissimo circo di vette che coronano l’alto bacino del torrente Caronno, che costituiscono tanta della più bella regione della catena Orobia, e che vanno dal Pizzo di Rodes (m 2.831) per il Biorco, il Pizzo degli Uomini, la Scotes, la Porola, alla Punta di Scais (m 3.040) e al Redorta (m 3.037) per continuarsi con la Brunone, il Medasc, il Mottolone, il Gro: montagne in parte note, in parte bisognose di nuove esplorazioni ed illustrazioni, alle quali vanno dedicando speciali cure qualche giovane e qualche vecchio amico di queste valli. Il Rifugio Mambretti dista cinque-sei ore dalla stazione di Tresivio-Piateda della ferrovia Sondrio- Tirano: per buona mulattiera si raggiunge Scais, e quindi per sentiero, recentemente segnalato a triangoli rossi, in un’ora e mezzo, si arriva alla Capanna: le Acciaierie e Ferriere lombarde  (Falk, n.d.r.), che in Val Venina stanno compiendo ciclopici lavori, e che facilitarono  con molti aiuti la nostra costruzione, hanno allo studio il progetto di una strada rotabile fi no a Vedello (1.000 m circa) per la quale sarebbe ancor agevolato l’accesso al nuovo rifugio dal quale, in poco più di tre ore, si può per il Passo della Brunone (2.531 m), raggiungere la omonima capanna (2.300 m circa) dalla Sezione di Bergamo, in Valle di Fiumenero». La capannuccia compì per diversi decenni il suo servizio conoscendo però un progressivo declino forse anche dovuto al fatto che scalatori ed escursionisti erano maggiormente attratti dalle più ambite e importanti vette delle Alpi. Pochi appassionati, principalmente provenienti dal versante bergamasco, si aggiravano in questi luoghi che furono “riscoperti” solo negli anni Sessanta del Novecento soprattutto come splendido terreno d’azione per lo scialpinismo, attività che stava attirando un numero sempre maggiore di praticanti. Nel 1972 la Sezione Valtellinese iniziò a valutare la necessità di recuperare l’edificio e di ampliarlo. L’anno successivo, su progetto del geometra Bruno De Dosso, la Mambretti conobbe una seconda vita, rinnovata e ampliata pur mantenendo le caratteristiche originarie di vero nido d’aquila in un ambiente più che degno di questo nobile volatile. Scalate d’altri tempi Il fascino di queste montagne particolari colpisce chiunque: c’è qualcosa di diverso dall’ambiente alpino, ma è difficile dire esattamente cosa. Forse è la loro complicata geologia, frutto di potenti spinte orogenetiche che hanno lasciato sul suolo europeo lembi di arenarie e conglomerati africani. Forse sono i piccoli ghiacciai che caparbiamente resistono al riscaldamento globale, chiusi fra strette pareti che li proteggono, ombrose, rendendoli più simili a quelli dei Pirenei. Forse sono le cime vicine l’una all’altra, ma ognuna con profili suoi tipici: non c’è quella sorta di ricorrenza nelle forme scolpita dai reticoli cristallini del granito e ci avviciniamo di più a un antico paesaggio dolomitico, sebbene non calcareo. Tutto concorre a creare un’atmosfera magica che, unitamente alla scarsa presenza umana, ci porta quasi a pensare di essere entrati in un altro mondo, dove ancora abbiamo lo spazio per pensare con la nostra testa, rifuggendo tutte le moderne tecnologie, ma anche le semplici relazioni scritte di scalate o escursioni. Resta margine per essere creativi, ma allo stesso tempo si avverte che qui siamo solo ospiti e non padroni. Come ci racconta il Corti, la costruzione della nuova capanna fu agevolata dai lavori idroelettrici della Falk. Infatti, fra il 1919 e il 1955 tutte le vallate del settore orientale delle Orobie sono state interessate da un complesso di imponenti opere volute da detta società allo scopo di fornire energia alle sue acciaierie del Milanese. Notevoli furono i lavori condotti a partire dal 1923 in Val Venina e sue affluenti con la costruzione di alcuni serbatoi realizzati con tecniche ingegneristiche d’avanguardia.  Il lago di Scais è trattenuto, ad esempio, dalla prima diga a gravità in Italia e l’impianto di pompaggio che unisce i bacini di Scais (1.495 m) e di Venina (1.823 m) fu il primo realizzato al mondo. Oltre a mutare notevolmente le condizioni socioeconomiche degli abitanti locali, gli impianti della Falk diedero occupazione a centinaia di giovani valtellinesi. Oggi, le strade costruite negli anni Trenta del Novecento per la realizzazione degli impianti idroelettrici, aiutano non poco ad avvicinare le maggiori vette orobiche. Un tempo, come abbiamo visto, si doveva partire dal fondovalle valtellinese sobbarcandosi ore e ore di noiosa marcia prima di poter vedere anche solo le cime minori. Immaginate l’entusiasmo che dovette muovere i primi alpinisti, esploratori del versante orobico valtellinese, soci della Sezione Valtellinese nata nel 1872: solo questo sentimento poteva avere la meglio sui disagi che avrebbero affrontato. Giunti ad Agneda potevano però avvalersi anche dei consigli, se non dell’accompagnamento, di una delle più celebri guide alpine del momento, Giovanni Andrea Bonomi, certamente non da meno del suo collega del versante bergamasco, l’assai più famoso Antonio Baroni di Sussia. Ancora oggi, nonostante ci si arrivi in auto, è impossibile non stupirsi di come fra queste valli remote sorga un villaggio come Agneda e appare ancor più sorprendente come qui sia nata una eccellente guida alpina, capace di portare clienti su tutte le vette, abile sulla roccia come sul ghiaccio. Eppure il giovane Bonomi fu uno dei tredici partecipanti al “primo corso sperimentale d’istruzione delle guide” che si tenne sulle Grigne nella primavera del 1898 e che, oltre agli aspetti pratici, prendeva in considerazione argomenti come diritti e doveri, geologia, geografi a, primi soccorsi, storia patria, botanica forestale. Quello stesso anno, presso la Sezione del Cai Milano, la guida di Agneda superava l’esame e riceveva il brevetto ufficiale: niente male per l’abitante di uno dei più sperduti villaggi di Valtellina.  Cliente assiduo del Bonomi fu Bruno Galli Valerio, certamente tra i più appassionati alpinisti orobici di quel tempo. Professore universitario in Svizzera, uomo colto, sensibile a tutti gli aspetti dell’ambiente, il Galli Valerio aveva vedute assai avanzate sulla gestione del turismo alpino, che riteneva una strategica e nuova fonte di reddito per le popolazioni locali. Molte delle critiche da lui mosse alle spesso enormi carenze organizzative e d’immagine delle località turistiche valtellinesi sono talmente attuali che potrebbero essere state scritte oggi. Accanto alla passione per le vette e gli ambienti selvaggi, da buon scienziato, Galli Valerio era incuriosito anche dalla geologia orobica, ma in particolare era attratto dalla presenza di alcuni endemismi riscontrati in queste vallate pochi anni prima dal botanico Filippo Massara: la Sanguisorba dodecandra e la Viola comollia. Se la prima è piuttosto comune su tutte le Orobie, tanto che veniva data come integrazione al foraggio delle mandrie, la seconda è molto più rara: per poterla osservare occorrono pazienza e costanza anche se, a pochi passi dal rifugio Mambretti, se ne possono già scoprire alcuni esemplari. Tuttavia, forse al professore sfuggì un’altra curiosità floristica della Valle di Caronno, individuabile nel punto in cui il sentiero normale per il rifugio percorre un tratto di bo-  scaglia petrosa prima di affrontare la salita decisiva. Qui, nel mese di giugno, fiorisce un ben delimitato cespuglieto di rododendro i cui fiori, invece di essere tipicamente rosa-fucsia o rossi, sono perfettamente bianchi. Non si tratta del Rododendro bianco scoperto dal botanico inglese Francis Kingdon Ward in Himalaya: è il classico rododendro alpino e data la limitata superficie occupata dai cespugli viene da pensare che il colore sia forse indotto da qualche sostanza minerale presente (o assente) in quel punto particolare e solo lì. Sapendo che nelle viscere di queste montagne si cela un notevole deposito di minerali d’uranio, con un po’ di fantasia potremmo spingerci a pensare che la curiosa decolorazione del rododendro sia dovuta a qualche misteriosa radiazione. Fra il 1975 e il 1985, infatti, il sistema di vette che dalla confluenza fra Valle di Caronno e Val Vedello si spinge fino al Pizzo Redorta è stato oggetto di una serie di prospezioni geologiche di “Agip”, volte a valutare la convenienza di sfruttamento dei minerali uraniferi (Pechblenda) scoperti in loco. I lavori, con l’apertura di una galleria esplorativa in Val Vedello, interessarono tutta l’area, comprese le cime attorno al Passo della Scaletta, valico antichissimo, percorso da una mulattiera che in epoca medievale serviva per il trasporto dei minerali ferrosi cavati quassù. Le ispezioni dei geologi, accompagnati da guide alpine valdostane fra cui Cosimo Zappelli, si spinsero in luoghi impensabili: persino a metà altezza del ripido sperone Nord della Punta Giovanni Bonomi, oggi percorso da una bella via su roccia, che fu raggiunto grazie a un orrendo canalino franoso. Essì, ma prima dell’“Età dell’Uranio”, anche la Val Venina, come del resto tutte le Orobie, visse l’“Età del Ferro”, lungo periodo storico che spiega così anche la presenza di paesi come Agneda o Ambria nella vicina valle omonima. La mulattiera del Passo della Scaletta è oggi quasi scomparsa ma ancora percorribile, sebbene sia un tracciato che richiede esperienza. Nella parte alta affiorano ancora qua e là i resti dei muri a secco che delimitavano il sedime; disposti abilmente a lama di coltello per favorire il deflusso delle acque fra gli interstizi, limitandone il potere erosivo e dissestante. Il sentiero della Scaletta è un suggestivo modo per arrivare alla Mambretti perché si collega al tracciato che, partendo dal rifugio, lo intercetta verso i 2.200 metri di quota sui ripidi ghiaioni che adducono al passo. Il ramo principale del Caronno è originato dai due piccoli ghiacciai che scendono divisi fra loro dall’imponente ed elegante bastione roccioso del Torrione di Scais; ormai si sono rintanati nelle zone più alte e fredde, ma fi no a non molti anni fa giungevano, ancora vigorosi, fin quasi al basamento del Torrione con cui ha inizio la lunga cresta Nord-ovest della Punta Scais. La storia alpinistica di questa notevole struttura è piuttosto lunga e articolata, ma vale la pena di essere ricordata in quanto la “Cresta Corti”, così è nota a tutti, costituisce certamente la maggiore ascensione orobica, una grande classica che può benissimo stare al pari di altre sue simili nelle Alpi. L’esplorazione della cresta non seguì la prassi solita di quasi tutte le imprese alpinistiche: fu infatti compiuta principalmente partendo dalla cima e quindi in discesa. Il 20 maggio 1909, Bruno Sala con P. Berizzi e la guida Josi di Bondione, salgono il Torrione di Scais partendo presumibilmente dal Rifugio Guicciardi. Tuttavia da questa vetta alla cima c’era ancora quasi un chilometro di crinale e il terzetto decise la ritirata. Due anni più tardi, Sala con Berizzi e G. Pellegrini raggiungeva la Punta Scais dal versante bergamasco e poi percorreva in discesa il lungo tratto di cresta fi no al Torrione di Scais. In quell’occasione decisero anche di dedicare al valtellinese Alfredo Corti, uno dei maggiori esploratori delle Orobie, questo importante elemento orografico. Poco dopo, il toponimo fu inserito anche sulle carte dell’“Istituto Geografi co Militare” ma, purtroppo, con un errore; vi si legge, infatti, “Costa Corti”, anziché “Cresta Corti”. L’intero crinale fu infine risalito nel 1926 da Alfredo Corti e Augusto Bonola. Non restava dunque che percorrere la cresta nel periodo meno propizio: l’inverno. Nel 1985, in due giorni e mezzo, i bergamaschi M. Corna, Mario e Roberto Curnis, riescono per primi nell’intento. Impresa di tutto rispetto che non ha nulla da invidiare a tante ascensioni invernali compiute in quegli stessi anni sulle Alpi, anche per l’ambiente severo e isolato in cui si svolge. Chi volesse cimentarsi con questa pregevole ascensione deve sapere che, a dispetto della quota relativamente elevata, ci si muove in un ambiente molto isolato e selvaggio, su difficoltà che arrivano al IV grado e su una roccia che, per quanto solida, richiede attenzione. Non si trascuri neppure il notevole sviluppo, che è di oltre un chilometro per circa settecento metri di dislivello. Detto questo è altrettanto chiaro che una simile ascensione sia un must per chi ricerca le sensazioni prodotte da un alpinismo d’altri tempi dove conta di più il fiuto dello scalatore che la sua bravura tecnica, in un luogo dove il telefonino non ha campo e l’ambiente stesso induce un profondo senso di rispetto per la montagna.  Figure di guide, scienziati e scalatori Sono molti gli uomini che a vario titolo e in differente misura hanno legato il loro nome al rifugio e alle vette della Valle di Caronno. Si è detto di Giovanni Bonomi di Agneda, la cui dimora nel piccolo villaggio ospita oggi sulla facciata una piccola statua lignea della guida, opera di Luigi Colombera, attuale responsabile della custodia del Rifugio Mambretti. Bonomi deve essere considerato un po’ una rarità come la Viola comollia in quanto è stato l’unica grande guida alpina del versante orobico valtellinese; ebbe, infatti, un’intensa carriera, limitata solo dalla sua infelice località di residenza. Egli resta una guida leggendaria le cui orme furono seguite per qualche anno dal figlio Bortolo, ma le Orobie divennero sempre più terreno di scarso richiamo e di conseguenza i clienti diminuirono, tanto che, alla fine, per Bortolo fu necessario trovare altre occupazioni. Abbiamo citato Bruno Galli Valerio, lo scienziato appassionato della Valtellina dove amava trascorrere le vacanze e che abbandonò per sempre, offeso dagli insulti degli interventisti alla vigilia della “Grande Guerra”. Non possiamo dimenticare il professor Alfredo Corti, per decenni colonna portante dell’alpinismo valtellinese e massimo descrittore dei principali gruppi montuosi in guide alpinistiche e in corpose monografie che comparvero nei primi decenni del Novecento sulla Rivista mensile del Cai. Personaggio dotato di forte personalità, Corti fu uno dei primi membri del G.L.A.S.G. (“Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guida”) che poi diverrà “Club Alpino Accademico Italiano”, e con differenti compagni si dedicò in particolar modo all’esplorazione del nodo centrale della catena orobica. Assieme a Bruno Credaro e Silvio Saglio, fra il 1934 e il 1936 curò la stesura della guida Alpi Orobie per la prestigiosa collana “Cai-Tci Guida dei Monti d’Italia” che purtroppo, causa problemi principalmente economici, vide la luce solo vent’anni dopo, ormai già obsoleta. Alpi Orobie resta però una rarità, pezzo pregiato per la libreria di ogni buon bibliofilo di montagna. Conclude questa breve carrellata la fi gura di Luigi Mambretti a cui fu dedicato il rifugio che è stato spunto per questo lavoro. Non fu un grande alpinista, ma sicuramente un appassionato vero. Nato a Delebio nel 1897, Mambretti fu un valoroso combattente durante la “Grande Guerra” militando nel corpo degli Alpini. Alla fine del conflitto trovò occupazione come ragioniere presso la Banca Popolare di Sondrio riprendendo con maggior passione l’attività alpinistica che aveva iniziato, adolescente, sulle montagne della Val Lesina. C’è una preziosa fotografia che lo ritrae in vetta al Monte Disgrazia il 19 agosto 1923; pochi giorni più tardi, il 7 settembre, affrontando la salita alla Punta Scais con il collega Melazzini, causa una scivolata, il giovane precipitava perdendo la vita.
 
Capanna Mambretti
 
Eretto nel 1925 e ampiamente ristrutturato nel 1973, l’edificio, solido e spartano, può ospitare fino a 25 persone in un ampio tavolato con materassi e coperte, ricavato nel sottotetto (attenzione alla ripidissima scala di accesso). A piano terreno, in un unico spazio, si trovano la cucina con stufa, fornello a gas, lavello e la sala da pranzo. I servizi sono in un vano attiguo, ma accessibile solo dall’esterno. Un locale sempre aperto, dedicato al socio Diego Bianchi, funge da ricovero invernale e si trova sul lato meridionale della capanna. L’illuminazione è garantita da un impianto fotovoltaico e, grazie alla geniale opera del nuovo responsabile, Luigi Colombera, un sistema di antenne consente un pur precario e intermittente uso del telefono cellulare. Attualmente la capanna non ha una gestione stabile, ma un socio della Sezione Valtellinese del Cai ne cura la manutenzione e all’occorrenza fornisce un minimo di servizio d’alberghetto ai viandanti e agli alpinisti. Ecco di seguito l’elenco che ricorda questi appassionati: – Pietro Meago (dal 1972 al 1984); – Giuseppe Scieghi (dal 1985 al 1989); – Giuseppe Valsecchi (dal 1990 al 2012); – Luigi Colombera (dal 2013). Le chiavi del rifugio sono reperibili presso la Sezione Valtellinese del Cai (tel. 0342/214.300); presso i guardiani della diga di Scais o presso il responsabile attuale (cell. 340/16.75.592). La salita normale al rifugio prende le mosse dal parcheggio con area picnic situato poco oltre l’abitato di Agneda. Il borgo si raggiunge al termine della tangenziale di Sondrio (direzione Tirano) deviando a destra prima del passaggio a livello. Passato l’Adda su un ponte, si tralascia una prima deviazione per Faedo e si prosegue giungendo a Busteggia. All’attraversamento semaforico all’ingresso del paese si entra fra le case (cartelli indicatori: Piateda Alta, Vedello, Gaggio, Le Piane) imboccando via Tambarini che porta alla frazione di Pam e poi si immette nella carrozzabile proveniente da Piateda. Saliamo per questa arteria fi no al bivio posto al quarto tornante dove si va a destra (cartelli indicatori: Vedello, Rifugio Mambretti). Superata la centrale di Vedello e lasciata a destra la deviazione per Ambria, si giunge ad Agneda e poco dopo al parcheggio. Si prosegue a piedi sulla carrozzabile che dopo un tratto rettilineo sale a stretti tornanti verso il muro della diga di Scais finché, poco prima dello sbarramento, un ponticello (El Punt de la padela – Ponte della padella) consente di traversare il torrente Caronno (belle marmitte dei giganti nella forra sottostante) e di risalire lungo un bel bosco di abeti per poi deviare a destra e raggiungere lo sbarramento e la casa dei guardiani. Si costeggia ora la sponda orientale del lago giungendo a Case Scais e proseguendo su buona mulattiera che in breve sbuca sui vasti pascoli dell’Alpe Caronno 1.612 m. Qui ci sono tre possibilità.
a) Soluzione consigliata. Dalle baite proseguire verso Sud-est puntando alla dorsale boscosa che chiude la piana. Traversando in successione due torrentelli che scendono da sinistra, si inizia la salita della dorsale grazie a una lunga serie di tornanti che adduce al magnifico lariceto che prelude ai pascoli. Usciti dal bosco, con una breve salita in lenta diagonale si raggiunge il rifugio (2 ore e 30 minuti dal parcheggio di Agneda).
b) Dopo il secondo dei due torrentelli citati nella soluzione precedente, si trova una deviazione a sinistra (cartello artigianale con scritta “Rodes”) che con diversi tornanti prende quota fra bosco e tratti erbosi giungendo sul margine della meravigliosa conca delle “Moie di Rodes” (vecchia stazione di arrivo della teleferica che serviva l’alpeggio). Senza raggiungere le baite si piega a destra lungo la poco marcata dorsale erbosa che delimita la conca e poi per sentiero quasi pianeggiante si tagliano ripidi pascoli giungendo al rifugio (2 ore e 30 minuti dal parcheggio di Agneda; segnaletica con bandierine biancorosse a volte rada).
c) Per escursionisti esperti. Dalle baite di Caronno si devia a destra traversando il torrente su un ponte e poi si segue la traccia che punta a Sud-est tagliando un vasto prato. Al suo termine si lambiscono i suggestivi massi dei “Camer” e si continua risalendo un rado bosco con rododendri. Presa quota, la traccia entra verso la testata della valle tenendosi sempre presso le pareti rocciose del Medaccio (ometti) finché sbuca su una pietraia dove si fa meno marcata. Sempre tenendosi accostati alle pareti, si supera questo tratto passando poi sotto un grande strapiombo che per pochi metri ha protetto l’antico tracciato. Si perviene così nella piccola gola scavata dal ramo occidentale del torrente Caronno e la si traversa (attenzione! Rocce franose e neve possibile anche a stagione inoltrata). Guadagnata la dorsale sulla sponda opposta la si risale con molti tornanti (traccia visibile, ma molto stretta e a volte invasa dagli ontani) giungendo nella conca detritica che porta al Passo della Scaletta. Tralasciando una prima deviazione a sinistra, si prosegue lungo la traccia fin verso i 2.200 metri dove si incontrano le bandierine biancorosse e i bolli gialli di un tracciato proveniente dalla Mambretti. Seguendole verso sinistra fra pendii erbosi e qualche roccetta si scende lentamente in diagonale e, traversato il ramo principale del torrente Caronno, con un ultimo mezzacosta si giunge alla capanna (3 ore e 30 minuti dal parcheggio di Agneda).