Il Nuovo Mattino e la Libertà

Ultimo aggiornamento il: 30/05/2018 10:52:18


Il Nuovo Mattino e la Libertà

Se devo pensare a un momento particolare di Libertà, quella vissuta già in piena consapevolezza, devo rifarmi a quegli anni per molti diventati mitici del cosiddetto Nuovo Mattino e alla nostra avventura di Sassisti nell’ampolla alchemica della Val di Mello, le cui essenze si sono presto librate ovunque. Non ho dubbi che quegli anni siano stati i più fecondi e liberi della mia vita ma sicuramente anche di quella degli amici con cui scalavo. Come ho già avuto occasione di scrivere, per me la Val di Mello fu solo uno dei tanti luoghi ove respirare quel senso di meraviglia, di scoperta, di sregolatezza e di reazione alle catene di un modo di vedere la scalata che ormai era moribondo. Tuttavia rimane un luogo specialissimo, al quale mi avvicino ancor oggi con rispetto e stupore; e più penso a quegli anni lontani più mi pare di individuare il loro valore non tanto perché si faceva più o meno quel che ci pareva ma nel fatto che lo si faceva privi di quei sottili ed insidiosi vincoli che la tecnologia e la tendenza della Sicurezza ad ogni costo hanno gradualmente imposto. Noi eravamo “piccoli” e la Valle ci appariva smisurata, un eterno paradiso solo per noi. Alla fine della strada, dove inizia il sentiero, c’era spesso una sorta di Homo selvadego, un Cerbero beneaugurante, ma un po’ spaventoso, che ti accoglieva con suoni gutturali. Era El müt de Mell, il muto di Mello, che, sempre sporco e vestito poveramente, ci apriva le porte di un mondo primordiale, conosciuto allora solo dai Melàt che passavano l’estate nei piccoli e fatiscenti agglomerati di Cascina Piana, Rasica o Cà du Sciüma. Ben presto, logicamente, le cose mutarono e, anche grazie alla pubblicità che, ingenuamente felici, ne facevamo, nuovi e sempre più numerosi frequentatori invasero pacificamente il nostro Eden. Un po’ di gelosia c’era e forse c’è ancora, tuttavia non possiamo che rallegrarci per come, nonostante tutto, siano andate le cose. Naturalmente, chi ha vissuto la Valle negli anni d’oro, fra il 1974 ed il 1980, oggi fa un po’ fatica ad accontentarsi di quello che è diventato un mondo che, pur consapevole di aver contribuito a far nascere, è completamente diverso, non tanto nell’orografia e nel paesaggio quanto nell’Anima. Un po’ riluttanti si accetta l’inevitabile cambiamento, ma si cerca sempre quel qualcosa che sfugge, sommerso dal brusio dei turisti, dai comandi che si scambiano gli scalatori impegnati sulle pareti, dai profumi di costine e salsicce che si diffondono dagli agriturismi sorti in questi anni. Chissà cosa ne direbbe il Bosca, maestro della tipica scalata in aderenza sulle “placche melliche”. Anche prima di lasciarci per sempre credo che non frequentasse più la Valle da un bel pezzo. Oppure lo faceva come me, nelle mezze stagioni, quando l’Anima di un tempo scende dalle altezze e si riappropria del fondovalle. E Ivan Guerini, “il fascia” come lo chiamava Jacopo Merizzi, per la fascia con cui tratteneva capelli oggi scomparsi come quelli di quasi tutti noi? Credo che anche lui non torni spesso e se lo fa è quasi di soppiatto. L’unico “Cerbero” rimasto è forse Jacopo che ha costruito sulle placche e le pareti della Valle buona parte della sua fama di scalatore audace e fantasioso, ma anche lui credo preferisca esserci quando la folla si dirada.
I Sassisti sono presto scomparsi, rimanendo una sorta di mito sullo sfondo della Valle, la cui storia evolveva inesorabile non solo sulle rocce. Con l’arrivo del turismo di massa le misere abitazioni sono state pian piano tutte restaurate e oggi alcune offrono persino posti letto a chi vuol soggiornare in loco. Anche la vecchia baita di Ivan, poi diventata sede della prima scuola di arrampicata libera in Italia, quella del Gigiat, è stata acquistata e ammodernata. A volte ci scherzo sopra. Si potrebbe mettere una targa fuori dall’ingresso con su scritto una roba del tipo: “In questa baita soggiornò per anni Ivan Guerini, un precursore e un visionario che fece scoprire la Val di Mello e un nuovo modo di interpretare la scalata. Poi fu sede della Scuola di Arrampicata Libera del Gigiat, libera perché tale e non perché basata su mode e tendenze”.
Bisogna però anche dire che forse in nessuna altra mecca storica dell’arrampicata il legame fra il luogo e i suoi primi frequentatori è rimasto così saldo e indissolubile: non è stata solo una faccenda di rivoluzione o di prestazione. C’è qualcosa di più profondo che ha contribuito a fare in modo che questa valle speciale non subisse la sorte toccata ad altre e se paragoniamo la sua condizione attuale a quella dell’altra culla del Nuovo Mattino, il confronto è quasi improponibile. È certamente grazie all’interesse non solo arrampicatorio dei capi storici del Sassismo se la Val di Mello è oggi la più grande riserva naturale della Lombardia e attira da decenni migliaia di appassionati, dagli scalatori ai fotografi. In una Nazione dove raramente i tesori paesaggistici e naturalistici sono visti come una risorsa economica semplicemente per quello che sono, il miracolo Val di Mello sta a dimostrare come sia possibile creare un’economia basata sulla non distruzione.
Eh sì perché per quanto divisi da interessi diversi e dai casi della vita, molti anni dopo la loro avventura, i Sassisti si ritrovarono ancora per sventare l’ennesimo e più grave attentato al patrimonio della “loro” valle. Questa volta però non erano antagonisti dei “rigidones”, termine che, indicando gli scarponi a suola rigida usati dai tradizionalisti al posto delle morbide pedule d’arrampicata, veniva esteso alla loro apertura mentale. Era nell’aria il progetto di captare a fini idroelettrici le acque di tutte le valli laterali della Val Di Mello con un lavoro ciclopico e altamente distruttivo che avrebbe compromesso per sempre i luoghi. La battaglia non fu facile né breve, ma alla fine la mobilitazione di massa innescata ebbe un tale successo che non solo il progetto fu abbandonato, ma la Valle fu dichiara Riserva Naturale Regionale.
Fra luci e ombre, a parte i successi giovanili sulle sue placche, ci resta in fondo anche la soddisfazione di aver contribuito fortemente a ciò che oggi tutti possono ammirare. Abbiamo combattuto contro le cave e contro le captazioni idroelettriche, abbiamo “salvato” dal filo diamantato e dalla ruspa molti blocchi di granito ancor oggi felicemente utilizzati dagli scalatori, abbiamo lanciato un brand arricchito proprio dall’immagine di quella nostra antica, rivoluzionaria Libertà e di sicuro abbiamo favorito il turismo offrendo a molti abitanti locali l’alternativa fra la “prigionia” di un lavoro dipendente e una dignitosa attività gestita in proprio.