La voce del Cengalo

Ultimo aggiornamento il: 23/05/2018 17:19:34


La voce del Cengalo

Perché ci si accorgesse di lui il Pizzo Cengalo ha dovuto fare la voce grossa e non una sola volta: in ben quattro occasioni, se escludiamo i brontolii minori, il ruggito della montagna si è sparso per chilometri e chilometri. Come se non bastasse, al frastuono si sono aggiunte sciagure di portata epocale che hanno segnato e segneranno profondamente le vallate ai piedi delle granitiche vette del Masino-Bregaglia.
Eppure il Cengalo è un colosso, una montagna grandiosa, impossibile da non notarsi, ma a voler fare un po’ di fantasia, a voler ‘umanizzare’ rocce e ghiacci, una spiegazione potrebbe esserci: la montagna soffriva un po’ di invidia nei confronti del vicino Pizzo Badile, star indiscussa dell’alpinismo d’élite, bello come un cristallo non meno imponente. Ma sono solo fantasie e le grandi frane sbriciolatesi dalle pareti Nord e Nord-est del Cengalo sono solo il frutto del mutare dei tempi, magari già in bilico quando con lavoro millenario, gli agenti atmosferici erosero i sedimenti che ammantavano magmi poi consolidatisi in granito, portando alla luce uno dei massicci montuosi più belli e suggestivi nel mondo. Il ‘tempo’ delle montagne non è il ‘tempo’ degli uomini.
Posto sullo spartiacque fra Italia e Svizzera il Cengalo occupa una posizione centrale nell’impressionante anfiteatro della piccola Val Bondasca, laterale della Val Bregaglia Svizzera e luogo storico per l’alpinismo. Non c’è parete, qui, ove non riecheggi il mito di grandi imprese, di grandi alpinisti, di grandi storie. In questo senso il Pizzo Badile è vetta esemplare, ma anche il Cengalo reca sulle sue rocce la firma di bravi scalatori, molti dei quali eccelsero anche in altri campi del pensiero e dell’azione. È vero, forse nessuna vetta al mondo può vantare fra gli apritori di una nuova via sulle sue pareti un premio Nobel, come è per il Badile. Sulla sua parete Est, nel 1968 due inglesi tracciarono una linea perfetta diventata poi ambita e classica; uno di questi era Mike Kosterlitz, recente premio Nobel per la Fisica e suo compagno Dick Isherwood. Però anche il Cengalo ha avuto le sue celebrità e le sue ‘storie’ che meritano di essere raccontate. Non ne faremo una relazione completa ché dovremmo partire da quel celebre alpinista Freshfield che dopo aver risalito la Val Porcellizzo con la guida Devouassoud di Chamonix, calcò per primo la sua cima nel 1866 percorrendo la cresta Ovest. Fu una bella impresa, ma già allora una delle tante che gli inglesi, in particolare, compivano sul terreno di gioco appena scoperto: le Alpi. Tuttavia non dobbiamo allontanarci troppo da quella data per imbatterci in un vero e proprio exploit, degno della più grande storia dell’alpinismo anche se forse neppure i suoi protagonisti ne ebbero percezione. Infatti, della prima salita alla grandiosa parete Nord del Cengalo, “la più alta delle Alpi Retiche”, non ci resta che uno scarno resoconto di poche righe. Rispetto a quello meridionale, il versante che piomba in Val Bondasca, si presenta con ben altre dimensioni e vedute; è un’oscura muraglia alta 1300 metri e larga altrettanto, percorsa da un intrico di rampe e canali che disegnano un sovrapporsi disordinato di pareti secondarie e pilastri rocciosi. La delimitano due grandi e stretti canaloni di ghiaccio separandola a ovest dal Pizzo Badile e a Est dai Pizzi Gemelli.
Trentuno anni dopo la salita di Freshfield l’alpinismo aveva compiuto passi da gigante e le guide engadinesi erano diventate fra le più ricercate in assoluto. Fra queste, gli amici rivali Christian Klucker e Martin Schocher, sempre in gara per accaparrarsi imprese di rilievo, erano considerati esempi di audacia e maestria nella progressione su terreni ghiacciati o pareti miste di roccia e ghiaccio. In Val Bondasca Klucker aveva fatto tutto o quasi, ma restava l’evidente problema della immane parete del Cengalo, forse percorribile collegando un sistema di canali nevosi e una grande rampa glaciale che, portando sulla parte più facile dello spigolo Nord, avrebbe consentito di giungere in vetta. Quello era veramente il periodo d’oro delle guide e le migliori potevano contare su clienti ricchi o ricchissimi, membri della nobiltà o dell’alta borghesia di tutta Europa compreso qualche nostro connazionale. S’interessò per un certo periodo all’alpinismo anche il giovane principe Luigi Marcantonio Francesco Rodolfo Scipione Borghese, spirito avventuroso, ma anche uomo politico nonché imprenditore di grande lungimiranza. Nell’estate del 1897 Scipione ingaggiò Martin Schocher per un’impresa in Val Bondasca propostagli dalla stessa guida: la salita al canalone fra il Pizzo Badile e il Cengalo. Purtroppo la prima ascensione venne loro soffiata da Klucker, ma Schocher non si fece scoraggiare e propose al cliente la sfida alla parete del Cengalo, anch’essa nelle mire del rivale. Temendo di essere ancora una volta battuto sul tempo, la guida fece urgenza a Borghese che raggiunse l’Hotel Bregaglia di Promontogno sotto un vero diluvio incontrando Schocher e il suo collega Christian Schnitzler. Due giorni dopo, in sole sette ore e mezza i tre riuscirono a risolvere il problema compiendo un’impresa per quei tempi notevolissima. La carriera di Schocher era allo zenit e lui si sentiva tanto sicuro di sé che non chiese al principe un’indennità in favore della famiglia sua e di Schnitzler nel caso l’ascensione si fosse conclusa in tragedia; cosa che fece dieci anni prima con il cliente Hans Bumiller prima della salita all’inviolato sperone Nord del Pizzo Palù centrale. La relazione che Borghese scrisse per la Rivista Mensile del CAI è molto scarna e poco si sofferma sulle difficoltà, concentrandosi piuttosto sulla pericolosità della scalata, soggetta a continue scariche di pietre e ghiaccio. Ovviamente inconsapevoli, i tre furono i primi a calcare il settore di parete che poco più di cent’anni dopo si sarebbe sbriciolato rovinosamente. Ma i pericoli e le fatiche incontrati e nuovi interessi, fecero ben presto scordare a Scipione le gioie dell’alpinismo. Uomo avventuroso e dinamico non poteva starsene con le mani in mano e l’occasione per una nuova sfida giunse dieci anni dopo quella del Cengalo quando il quotidiano ‘Le Matin’ pubblicò questo invito dai toni futuristici: «Quello che dobbiamo dimostrare oggi è che dal momento che l'uomo ha l'automobile, egli può fare qualunque cosa ed andare dovunque. C'è qualcuno che accetti di andare, nell'estate prossima, da Pechino a Parigi in automobile?» Del resto il movimento artistico e culturale fondato da Filippo Tommaso Marinetti stava in quegli anni prendendo corpo e la Francia ne fu un po’ la seconda patria. Dei quaranta equipaggi che aderirono, solo cinque si trovarono a Pechino pronti alla competizione; fra questi c’era il team di Scipione, a bordo di un’auto Itala appositamente studiata con molte ingegnose trovate apportate dallo stesso principe. Fra tutte forse la più decisiva per la vittoria finale fu la sostituzione dei parafanghi originali con lunghe assi che all’occasione potevano essere smontate e messe a mo’ di binari per superare tratti fangosi o ostacoli. Partiti alle 8 del 10 giugno 1907, Borghese, il meccanico-autista Ettore Guizzardi e l’inviato del Corriere della Sera Luigi Barzini giungevano trionfanti a Parigi alle quattro e un quarto del 10 agosto. Dopo l’epica impresa di Borghese, Schocher e Schnitzler, nessuno s’interessò più alla parete settentrionale del Cengalo: tutti erano concentrati verso le lisce placche del vicino Pizzo Badile e probabilmente solo il caso riportò, seppur sommessamente, la montagna nelle cronache alpinistiche.
Siamo nel 1937, un’estate umida e piovosa, ma non tanto da allontanare i migliori alpinisti europei dal tentare l’ancora inviolata parete Nord-est del Pizzo Badile, 800 metri di piode granitiche apparentemente insuperabili. Ci stanno provando in molti e in particolare la cordata dei lecchesi Cassin, Esposito, Ratti e quella dei comaschi Molteni e Valsecchi che, a metà di luglio, si trovano alla capanna Sciora con il medesimo progetto in mente. Nel suo racconto sulla tragica salita alla parete del Badile, Riccardo Cassin cita solo di sfuggita gli altri ospiti del rifugio; fra questi vi erano due ragazzi tedeschi, Alfred Gaiser e Albert Wilhelm Lehman, giunti in Bondasca forse con le stesse intenzioni degli italiani, ma anche con un piano di riserva. Dimostrando poca voglia di mettersi in gara i due lasciarono la partita principale agli italiani e, il giorno dopo che questi avevano attaccato il Badile, rivolsero la loro attenzione al poderoso pilastro Nord-ovest del Cengalo, un monolitico, imperscrutabile scudo di placche. Avevano già avuto modo di ammirare questa ‘colonna d’Ercole’ l’anno precedente dal Pizzo Badile e, sebbene estrema, giudicavano l’impresa possibile. Con uno stile che possiamo definire modernissimo i due lasciano al rifugio piccozza e ramponi per non appesantirsi, si portano alla base del pilastro dove, sulle prime lunghezze di corda, hanno modo di constatare come il Cengalo sia un gigante dai piedi d’argilla. Dopo un centinaio di metri la roccia diventa però liscia, compatta, con passaggi difficili, poco proteggibili dai chiodi, senza una logica direttrice che complica la ‘navigazione’. Eppure nulla li ferma e in sole undici ore, Gaiser e Lehmann compiono una delle maggiori imprese alpinistiche di quegli anni, paragonabile a quella che riuscirà a Cassin e compagni in tre giorni di dura scalata sul Badile. Il fatto che il racconto sia stato pubblicato solo su una rivista tedesca e che i due non avessero steso una relazione tecnica precisa, circondò questa ascensione con un’aura di mistero e fascino, rendendola, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, un vero must per i migliori scalatori. Molte celebri cordate si ‘smarrirono’ su quel mare di placche prive di fessure o linee evidenti di salita; alcune furono costrette a ripiegare, altre a deviare nel più facile, ma pericoloso, sistema di canali che fiancheggia il pilastro sulla destra. Oggi, poco più di ottant’anni
dopo la prima ascensione, il fascino e la difficoltà della Gaiser-Lehmann restano invariati; è certamente paragonabile alla vicina parete Nord-est del Badile, ma l’impegno psicologico che richiede è forse leggermente superiore. Se si pensa che fu superata in un sol giorno non si può che restare ammirati e stupefatti: due ‘emeriti sconosciuti’, senza un grande palmares di vittorie alpinistiche, anche se non dei pivelli, avevano compiuto un’impresa veramente storica. A conferma di come questa ascensione fosse rimasta nell’ombra, non se ne trova cenno neppure nell’articolo che Alfonso Vinci, di cui parleremo fra poco, scrisse sulla Rivista Mensile del CAI l’anno successivo. In esso il poliedrico valtellinese cita tutte le grandi ascensioni fino ad allora effettuate nel Masino-Bregaglia comprese le pareti Nord-est e Nord-ovest (Castiglioni e Bramani) del Badile, ma non quella al pilastro del Cengalo. Nello stesso scritto, Vinci conclude così: “Molte massime imprese attendono di essere attuate. E lo scrivente non può che augurarsi alla fine della prossima campagna, una continuazione nella descrizione delle scalate di sesto grado sul granito dei Monti del Masino.” Fra queste imprese di sicuro ne pensava una in particolare: la salita lungo l’aereo spigolo Sud dell’Anticima meridionale del Cengalo.
Gli anni 30 del Novecento sono considerati a ragione l’epoca d’oro del Sesto Grado, difficoltà alpinistica estrema che dalle Dolomiti trovò nuovi terreni d’azione verso occidente: il Masino-Bregaglia divenne un vero paradiso per chi voleva cimentarsi con i gradi più alti di difficoltà.
Se a Nord il Cengalo presenta una parete scura e caotica, a Sud mostra un lato più amichevole ed elegante: una fascia rocciosa con alcune torri poco rilevate sostiene la cupola sommitale un tempo sempre bianca di neve e oggi ammantata solo in principio stagione o in estati particolarmente fredde. Una lunga cresta rocciosa inizia dai ghiaioni di Val Porcellizzo e, dopo un primo tratto sottile e merlettato, s’impenna con l’eleganza di una guglia gotica formando un’anticima che si collega alla cupola sommitale tramite un facile crinale. La meraviglia di questa architettura non era sfuggita agli alpinisti e a percorrerla ci aveva già provato, invano, il Conte Aldo Bonacossa inesauribile esploratore e descrittore di ogni angolo delle Alpi. Troppo difficile per il conte e i suoi compagni, la salita lungo il filo di cresta opponeva un bellissimo quanto compatto spigolo di granito giallo all’apparenza insuperabile. Ma la sfida era aperta e in bella vista a tutti i più ambiziosi e temerari scalatori compreso il giovane Alfonso Vinci.
Valtellinese trapiantato a Como, cresciuto alla scuola di Cassin e delle guglie della Grignetta, Vinci era già più di una giovane promessa dell’alpinismo e la sua formazione culturale, imprimeva alle sue scelte un carattere particolare con la predilezione di obiettivi nei quali eleganza di architetture assieme ad ambienti grandiosi e selvaggi erano i tratti più distintivi. L’avventura di Vinci sestogradista si consumò in pochi anni fra il 1936 e il 1939, periodo in cui realizzò imprese audaci come la salita alla parete Ovest del Monte Agner in Dolomiti (Medaglia d’oro al Valore Atletico) o la parete Nord del Pizzo Ligoncio nel Masino, concludendo con quella che è considerata a ragione la sua più bella e celebre prima, quella allo spigolo dell’Anticima del Cengalo oggi universalmente noto come Spigolo Vinci. Fra i protagonisti della storia del Cengalo il valtellinese è certamente l’elemento di maggior spicco e la sua biografia meriterebbe ben più di queste poche righe. Scalatore di classe, Vinci è stato capo partigiano sulle montagne della provincia di Sondrio per poi compiere un’avventurosa esperienza in Sud America che lo vide scopritore del maggiore giacimento diamantifero del Venezuela. Sempre attratto da molteplici interessi studiò e descrisse le popolazioni amazzoniche e la cordigliera andina sulle cui cime Vinci ha compiuto diverse imprese esplorative che però non raggiunsero l’eccellenza tecnica di quelle alpine. Le sue lauree in geologia e filosofia furono intelligentemente messe a frutto dando sostanza ad una vita già piena con la stesura di corposi testi dove avventura vera e scienza si mescolano ad arte e che oggi sono dei cult per gli appassionati di questo genere letterario. Fra le sue opere forse la meno nota è una denuncia romanzata scritta poco dopo gli eventi del Vajont, un libro di non facile lettura intitolato Orogenesi. Di sicuro gli eventi epocali che hanno interessato il Cengalo avrebbero mosso l’interesse e la curiosità del Vinci geologo che magari per descriverli avrebbe usato una delle sue potenti visoni tipo questa: “Quando tornava la coltre di ghiaccio, era passato un corpo celeste rombando e seminando cristalli. Gli strati rocciosi a riposo si risvegliavano pieghettandosi come una stoffa, in attesa del nuovo disgelo. Quattro volte fu la glaciazione e quattro volte il mondo si fece aspro e gli animali fuggirono o morirono. Quattro volte banchi di spato e di calcare, lasciati pensili nell’aria dallo sprofondamento delle valli glaciali, scivolarono fragorosamente, sbattendo contro i fianchi della montagna e preannunciando lunghi discorsi geologici.”
Se lo Spigolo Vinci, una delle più belle scalate delle Alpi, forse neppure si è accorto di quanto accadeva a Nord, gli eventi che hanno smosso dal dorso del Cengalo milioni di tonnellate di granito oltre alla Via Borghese, hanno danneggiato e reso impraticabile anche la Via Kasper-Koch (più nota come Pilastri Kasper) del 1966, i cui due giganteschi pilastri sovrapposti hanno di fatto diviso il materiale franato in due rami. Questa è la prima importante ascensione di Hans Peter Kasper guida alpina e scalatore elvetico fra i più forti al mondo nel periodo a cavallo fra gli anni 60 e 70 del Novecento. Di Kasper sono due direttissime alle pareti occidentali della Sciora di Fuori e della Sciora di Dentro, sua probabilmente la prima ripetizione europea della difficilissima Via North America Wall su El Capitan, una delle pareti più alte del globo. Kasper con il compagno Toni Holdner riuscì quasi anche nell’avveniristica impresa di salire l’inviolato sperone Est del Cerro Fitz Roy in Patagonia. Purtroppo il maltempo li costrinse alla resa quando mancavano duecento metri alla cima, i più facili; tuttavia, Casimiro Ferrari, il Ragno di Lecco a capo del team che terminò la salita pochi anni dopo, cavallerescamente riconobbe che l’ascensione era stata virtualmente compiuta dai due svizzeri. La stella di Hans Peter si spense quando era al massimo splendore causa un edema polmonare che schianto la vita dello scalatore in cima al Piler d’Angle, nel gruppo del Monte Bianco, dopo una settimana passata rinchiuso in una tendina coi compagni in attesa che la bufera invernale che li aveva colti cessasse.
Abbiamo dato un po’ di spazio al Cengalo, montagna trascurata, forse nella speranza che cessino gli imponenti sussulti geologici che dal 2011 stanno travagliando le vallate sottostanti e dei quali facciamo ora una breve cronistoria. Un primo ‘brontolio’ estivo di avvertimento si verificò il 19 luglio 2011; la frana si staccò dal lato orientale dello dello spigolo Nord nel suo terzo superiore più o meno sopra il punto che viene raggiunto dalla grande rampa della Via Borghese. L’evento obbligò le autorità a chiudere il sentiero del ‘Viale’ che collegava i rifugi Sciora e Sasc Fourà passando proprio ai piedi della parete del Cengalo. Dopo altri sussulti minori, che durarono per tutta l’estate travolgendo più volte il tracciato del ‘Viale’, il 27 dicembre, dalla stessa zona interessata dal precedente crollo si produsse un distacco di proporzioni ciclopiche. I massi di granito, un volume calcolato in diversi milioni metri cubi, raggiunsero il fondo valle, lambendo il sentiero che portava alla capanna Sciora nelle vicinanze della località Laret, poco a monte del parcheggio auto della strada di Val Bondasca. Fortunatamente data la stagione avanzatissima, non furono coinvolti escursionisti o alpigiani e i danni furono assai limitati. Naturalmente la via di Scipione Borghese, il Pilastri Kasper-Koch e la via Cacao Meravigliao, aperta nel 1987, sulla parete Nord-est divennero inscalabili. Pareva impossibile che, a parte qualche residuo, il Cengalo potesse fare ancora la voce grossa e, pure con la limitazione della percorrenza del ‘Viale’, il turismo alpinistico in Val Bondasca tornò ad essere più o meno quello di sempre.
Poi, l’11 settembre 2016 ecco il minaccioso risveglio, come a dire: “Attenzione ché sono ancora vivo. E pericoloso!” Si trattò di ‘solo’ poche centinaia di migliaia di metri cubi e gli esperti la considerarono un fisiologico assestamento negli equilibri della montagna. Scriveva allora Silvia Rutigliano sul giornale Il Grigione Italiano: “...i rilievi effettuati, successivamente esaminati, hanno mostrato che il distacco è stato netto e dunque non si prevedono ulteriori frane. Ma tutta l'area è in movimento, e questo ripetersi di frane non sorprende le persone che si occupano del fenomeno. Il bacino di raccolta materiale, creato recentemente fra Bondo e Promontogno, è solo indirettamente legato a questi fenomeni... Senza forti piogge, non c'è alcun pericolo che il materiale franato in quota raggiunga il fondo valle.
Purtroppo le previsioni degli esperti si rivelarono troppo ottimistiche, ma era veramente difficile pensare a quello che accadde il 23 agosto del 2017. Quel giorno, sempre dal punto dove si erano verificate le precedenti frane, precipitarono lungo la parete Nord-est e parzialmente dalla Nord, ben quattro milioni di metri cubi di granito. Il peso della massa precipitate sul sottostante ghiacciaio fece esondare uno o più laghetti subglaciali prodottisi anche causa le elevate temperature. Un fiume di fango e detriti scese poi per tutta la Val Bondasca portando rovina e distruzione fino al suo sbocco dove sorgono i villaggi di Bondo e Promontogno. Otto sfortunati escursionisti che avevano quasi raggiunto le loro auto furono spazzati via presso la località di Laret e a valle 12 edifici furono distrutti con ostruzione della strada cantonale del Maloja.
Ora la calma pare tornata, ma sul Cengalo altra roccia instabile è pronta a precipitare. La Val Bondasca è chiusa e si stanno cercando percorsi alternativi per ricostruire la viabilità escursionistica verso le capanne Sciora e Sasc Fourà, ma non sarà cosa facile né breve. La spada di Damocle pende e penderà per anni su questo paradiso degli alpinisti e il colpo inferto al turismo locale, con qualche riflesso anche per il rifugio Gianetti sul versante Sud del Badile, è mortale. E forse, osservando tanta potente distruzione dallo spalto di Soglio, Alfonso Vinci si sarebbe limitato a commentare: “L’orogenesi, un ignoto che non dipende da nessun essere vivente ma solo da se stesso, come un motore a ciclo perenne, producendo montagne da offrire all’erosione, non si realizza mai completamente e lascia creature deformi, nascondenti residuati di mine inesplose, pronte per il futuro. Queste produrranno terremoti, scrolleranno foglie dagli alberi e seracchi dai ghiacciai, alimenteranno professori di sismologia, maghi alla rovescia, interrati nelle caverne, assordati dalle upupe, profeti del passato, arruffati menestrelli del dinamismo terrestre.
 
Bibliografia
Scipione Borghese, relazione della prima salita alla parete Nord del Pizzo Cengalo, in Rivista Mensile del CAI 1897 pag. 249-250.
Friedrich Kluge e Manfred Baßler, “Ein Dreigestirn der ‘Klettergilde Battert’ (Bertl Lehmann, Fred Gaiser, Hans Moldenhauer)” in Veröffentlichungen der Sektion Freiburg-Breisgau des Deutschen Alpenvereins – Helf 4
Raffaele Occhi, “Gaiser e Lehmann, dalla Foresta Nera al Cengalo”, Le Montagne Divertenti n. 37 – 2016.
Alfonso Vinci, “Monti del Masino Regno del Granito”, in Rivista Mensile del CAI 1938 pag. 421-427
“Ein Russ im Bergell Anton Von Rydzewski 1836-1913 Der erste Fotograf des Bergells”, Catalogo della mostra a cura di Ursula Bauer e Jürg Frischknecht