Divagazioni sul Masino-Disgrazia

Ultimo aggiornamento il: 23/05/2018 15:24:02


Divagazioni sul Masino-Disgrazia

Sono passati ben 131 anni da quando con la sua scarna, ma scientifica, monografia "Montagne di Val Masino" il conte Lurani Cernuschi dava per la prima volta lustro a questo massiccio montuoso. Da allora la bibliografia alpinistica della regione si è arricchita di pari passo al numero delle vie aperte su pareti e spigoli e tutti i maggiori scalatori, prima o poi, si sono misurati con il "ghiandone" del Masino contribuendo a farne una delle mecche dell'arrampicata su granito. Tuttavia, a dispetto della grande fama e frequentazione, queste magnifiche cime hanno conservato in gran parte l'aura che le circondava non solo ai tempi del Lurani, ma anche quando anch'io, alpinista esordiente, mi spingevo nelle remote valli di Zocca, del Torrone, di Cameraccio. Pareti lontane, vie "misteriose" di cui poco si sapeva, architetture da favola come quelle del Picco Amedeo, della Cima di Zocca o del Cengalo, irretivano, e ancora oggi lo fanno, la mia fantasia. Non pago di questo mondo di vette granitiche, qualche anno dopo "riscoprii", in veste d'arrampicatore libero, le cime forse più modeste, ma altrettanto entusiasmanti della Val Malenco ed in particolare del massiccio del Disgrazia. Non più grigio granito, ma rosso serpentino e un genere di scalata assai più vario in cui i colori cangianti della roccia e la sua spesso incredibile ruvidezza, compensavano adeguatamente la minore imponenza delle strutture. Alle pendici del Disgrazia, fra i Corni Bruciati e il Pizzo Ventina si apriva un modo trascurato e per questo quasi inesplorato, dove un arrampicatore disposto a qualche sacrificio, accollandosi avvicinamenti non sempre brevi, trova un vero e proprio parco per l'uso delle tecniche tradizionali. Fessure d'ogni dimensione, camini, diedri che si susseguono, potrei dire, senza soluzione di continuità, generano un potenziale di scalate quasi illimitato. L'estate è sicuramente il periodo classico, il più adatto per immergersi in questo comprensorio unico di cime e pareti: a Ovest i graniti, solidificazione dell'anima ardente del pianeta, a Est i "morbidi" serpentini forgiati dal maglio delle forze tettoniche. Tuttavia i miei ricordi più intensi sono quasi tutti concentrati nei mesi autunnali, quando il silenzio, e un minore affollamento, fanno tornare fra queste vallate l'anima selvaggia che per un attimo era fuggita. E' vero, forse i rifugi sono già chiusi o stanno per chiudere e allora bisogna aggiungere un po' di peso nello zaino ma, credetemi, è un onere che sarà ben ripagato. Perché chi viene a scalare qui non si trova di fronte solo la difficoltà tecnica e la bellezza della via, ma può godere anche di un ambiente unico reso ancor più grandioso dalla Natura spesso primordiale dei luoghi. Negli ultimi anni Mario Sertori, Lisignoli, Maspes, per citare solo i più attivi, hanno notevolmente aumentato il numero di itinerari, scoprendo o riscoprendo angoli di notevole interesse, a volte "aiutati" dall'avvento dello spit, ma tenendosi sempre fedeli ad una regola aurea: la logicità della via. Tutto ciò rende queste vie, su granito come su serpentino, un terreno che ha mantenuto i suoi contenuti di avventura anche quando si tratta di realizzazioni moderne.
Oggi mi capita abbastanza spesso di vedere queste vette da lontano: la sfilata uniforme e apparentemente insignificante di scogli color grigio chiaro del Masino, la figura imponente e solitaria del Disgrazia, le rupi dei Corni Bruciati e immancabilmente, mentre l'occhio cerca, magari, qualche ricordo perso su quelle pareti, mi sorge spontanea la riflessione che nessun altro luogo delle Alpi condensa tanta geo-diversità in così poco spazio, condizione che ne fa un vero paradiso per gli scalatori più raffinati ed esigenti.