Ettore Pagani

Senza Chiodi fissi

Ultimo aggiornamento il: 22/05/2018 08:37:07


Ettore Pagani

Non ho potuto vedere il film di Ettore, ma lo conoscevo e mi piaceva la sua capacità di non prendersi troppo sul serio e di guardare oltre con mente elastica ed aperta. Ettore non era un “rigido” e con “Senza chiodi fissi” ha lasciato a tutti un prezioso esempio di come si potrebbe intendere l’arrampicata e l’alpinismo. Ettore era un “sassista” vero,  uno che anche oltre i cinquant’anni sapeva vivere con ironia, leggerezza e curiosità, sempre pronto a mettersi in gioco per sperimentare e vedere poi  cosa succedeva.
Ho letto la lettera di Paolo Masala con interesse anche perché, distrattamente, l’ho scambiato per Paolo Masa (o avete sbagliato voi a scrivere il nome?) e mi interessava sapere cosa ne pensasse il vecchio Pilly, sassista della prima ora, sulla faccenda. Che si tratti di lui o meno, alcune sue considerazioni coincidono con quanto vado dicendo da anni. La prima e la più importante riguarda il rapporto fra scalatori ed ambiente. Si fa la guerra su uno spit in più o in meno in nome di chissà quale etica e intanto, sotto la falesia o la parete, ti fanno strade, centraline di captazione idrica, alberghi, muraglioni e quant’altro. Si va a fare pulizia sulle vette e ci si imbarca in battaglie ecologiche solo se ci sono dietro i soldi ed i media, altrimenti e meglio chiudere gli occhi… Il caso K2 è esemplare. E pochi di costoro che spendono fiumi di parole ed inchiostro parlando di gradi, rocce, chiodi, sono in grado di insorgere contro i veri scempi che le montagne subiscono giorno dopo giorno. Sarebbe anche ora di chiedere loro il perché. A questo punto prima di procedere, permettete una brevissima digressione per punti che ritengo doverosa:

1) non m’interessa se la via è spittata o meno e, forse, in ultima analisi, le vorrei tutte ripulite dai chiodi, compresi quelli normali.

2) sono però fra coloro che vorrebbero un ritorno degli alpinisti giovani sulle vie classiche e in generale amo lavorare per migliorare il territorio in modo che sia fruibile dai turisti (parlo anche dei sentieri).

Ma torniamo alle pareti dove, da anni, stiamo assistendo alla diatriba fra chi sostiene che con misura si dovrebbero riattrezzare le vie classiche con chiodi sicuri (resinati, fix..) e chi invece si erge contro questa proposta usando spesso toni da fondamentalista. In pratica costoro impediscono la sistemazione sicura di certe vie classiche obbligando chi sale ad affidarsi a chiodi messi venti o trent’anni prima da chissà chi e chissà come. Qualcuno di loro dice di non voler toccare le vie vecchie perché sono storiche e quindi bisogna rispettare questa loro dimensione. In linea di massima potrei anche essere d’accordo, ma allora, per rispettare in pieno questa posizione, tali vie dovrebbero essere totalmente schiodate (qualcuno si ricorda l’operazione fatta in Civetta agli inizi del 1970?). Però sappiamo benissimo che ciò è impossibile ed inoltre sarebbe poco ecologico, visto che chiodare e schiodare danneggia le fessure (vedi Yosemite). Quindi su molte belle ascensioni classiche arriviamo in sosta per trovare due o tre chiodi con gli anelli zeppi di cordini marci dove non puoi infilare neppure un moschettone; e magari, visto che la via è ripetuta, dobbiamo condividere l’ancoraggio con altre cordate. La stessa situazione la troviamo sui tratti dove non si possono mettere protezioni alternative tipo nuts o friends e siamo costretti ad affidarci a chiodi già in via. E chi mi garantisce della sicurezza di quei chiodi? Se il “ferro” lo metto io riesco a capirne la tenuta, viceversa se è stato infisso da altri, e magari molti anni prima, non ho nessuna possibilità di valutarne la solidità. Ho visto chiodi bellissimi esternamente che si sono rivelati completamente marci una volta tolti dalla fessura (umidità, tempo etc.) ho visto chiodi apparentemente a prova di bomba uscire alla prima seria sollecitazione (allargamento delle fessure etc.).

Sono poi in molti a sostenere che bisogna mantenere “selvaggi” anche gli accessi alle pareti. Gli effetti di questa politica stupida li ho visti in Corsica dove, in nome di tale filosofia, il locale guru aveva impostato le sue guide evitando di dare una descrizione precisa degli accessi. Con il risultato che ogni cordata ha trovato e tracciato il suo sentiero, degradando il delicato sottobosco spesso in maniera notevole. Ma non era meglio fare un bel sentiero segnalato in modo che tutti percorressero solo quella traccia? Quando si ha a che fare con una grande massa “arrampicante” e un territorio limitato i conti da fare sono ben diversi: certi ragionamenti vanno bene su grandi estensioni e con l’eventualità di poche ripetizioni, altrimenti nascondono a mio avviso il profondo egoismo, fors’anche un po’ infantile, di chi crede di poter cristallizzare l’avanzare dei tempi. Io non sono mai stato un fautore dello spit a tutti i costi, però credo che dobbiamo prendere coscienza dei mutamenti che negli ultimi vent’anni sono intervenuti nell’alpinismo e nell’arrampicata e non dobbiamo restare ancorati ad un’improbabile difesa della storicità delle vie, che puzza anche un po’ di medicina per mantener verdi le nostre piccole o grandi gloriuzze alpine. Chi vuole salvaguardare e rispettare la storicità perché non va a farsi una via di Cassin o Comici con le corde di canapa, le pedule di pezza, i moschettoni di ferro ed i chiodi di misura unica? Per non parlare dell’abbigliamento e anche dei metodi di avvicinamento: ad esempio per andare a fare la Nord-est del Badile costoro dovrebbero partire a piedi da Bondo. Ovviamente tale proposta è giudicata inattuabile visto che ci sono le strade, i friends, i nuts, le pedule con mescole speciali, l’abbigliamento caldo e leggero e quant’altro, non escluso l’elicottero che alcuni di questi “puristi” usano per arrivare agli attacchi delle vie. Due anni or sono una guida svizzera ha messo dei fix sulle soste dello spigolo Vinci al Cengalo e ne ha aggiunto anche qualcuno sui tiri in questo forse eccedendo. Immediatamente è partita (in elicottero) la squadra “ecologica” che, una volta sullo spigolo, ha spaccato tutto, ma siccome non aveva i mezzi adeguati ha lasciato fittoni rotti ovunque facendo un  danno ben maggiore. Forse lo svizzero avrebbe potuto chiedere alle guide locali, forse si sarebbe potuto risparmiare i fix lungo i tiri, ma complessivamente, a mio avviso, aveva fatto un buon lavoro, che nulla toglieva al fascino della via. Ma io mi chiedo: che differenza fa avere in sosta due fix o tre chiodi ripiantati dagli “ecologisti” e a loro detta solidissimi? Risposta: nessuna. Salvo considerare poi che, fra qualche anno, quei chiodi andrebbero rivisti e magari ripiantati con danno alla roccia.
Secondo me si tratta di posizioni “radical chic” sostenute più che altro perché si ha poco o nulla da dire e questo è un modo come un altro per “restare a galla”, per poter fare ancora parlare di sé con azioni che fanno scalpore.
Sono d’accordo che trovando le soste già spittate si perde una quota di avventura, ma, viceversa, quest’avventura s’accresce di molto,  forse troppo, se si è obbligati ad usare materiali già in via da decenni. Finché posso intervenire per disciplinare il rischio e tenerlo sotto controllo, anche in situazioni estreme, mi trovo entro i confini dell’avventura. Quando devo far affidamento su strumenti non miei, vetusti ed improbabili, travalico il confine dell’avventura per entrare nella dimensione della roulette russa. Ecco perché sarebbe meglio allora che le vie fossero completamente ripulite dai chiodi e che i ripetitori fossero obbligati a metterli e poi toglierli ad ogni salita. Ma, come già detto, il danno che questa logica porterebbe alla roccia è noto.
L’enorme successo dell’arrampicata in falesia con vie ben attrezzate ha creato una nuova dimensione mentale nello scalatore, ma era inevitabile visto che il progresso ci ha messo a disposizione la possibilità di scalare con maggior sicurezza. E perché mai dovremmo rifiutare questi mezzi? Come mai non abbiamo rifiutato tutte le altre cose simili messeci a disposizione dal progresso (corde di nylon, friends, moschettoni in lega etc.)? E non mi si venga fuori con la risposta che i fix sono anti ecologici perché se andiamo a vedere come stanno certe fessure intasate di chiodame e cordini….
Oggi sono poi in produzione fix con piastrine opache o brunite che si confondono perfettamente con la roccia circostante.
Il cambiamento subito dall’arrampicata ha via via fatto spopolare le montagne e oggi tutti si gettano su linee ben attrezzate, corte o lunghe che siano, preferendo evitare la grande salita classica che, magari, corre a pochi metri ma è priva di attrezzatura sicura, o è zeppa di ancoraggi vecchi e marci che impediscono a volte di proteggersi a dovere.
Inoltre, cosa assai più grave, capita che queste vie moderne facciano dimenticare quelle aperte in precedenza che, se sono poco attrezzate, cadono nel dimenticatoio per essere poi magari “riaperte” con gli spit in quanto se ne è persa quasi la memoria storica. E siccome al peggio non c’è limite, conosco casi in cui proprio questi “difensori della purezza e della storicità” hanno quasi sovrapposto una delle loro linee moderne a spit su un’altra già esistente e ben più logica, rovinandola irrimediabilmente.
Ma non sarebbe più bello attrezzare le soste delle scalate classiche, aggiungendo magri qualche altro ancoraggio nei tiri, (ma solo nei punti dove non si possono piazzare ancoraggi ecologici e sarebbe obbligatorio mettere un chiodo) ripulendole contemporaneamente da tutti gli ancoraggi vecchi e obbligando chi sale ad usare friend e nuts? Non sarebbe più intelligente cercare di riportare gli alpinisti sulle vie classiche, grandi o piccole, tracciate seguendo la logica ed i punti deboli delle pareti, mostrando loro che almeno il 60% delle vie a spit moderne sono state aperte seguendo l’innaturale ricerca del difficile a tutti i costi. A volte mi è capitato di fare un tiro di 6a scoprendolo di V° se ci si limitava ad andare dietro le linee di debolezza della roccia, spostandosi a destra e a sinistra della “ferrea”  e un po’ idiota linea degli spit.
Il grande alpinismo, le grandi vie hanno parecchio da insegnare, ma se non le “restauriamo” ben raramente esse potranno aprire il loro messaggio. Secondo me sono un po’ come quadri ed affreschi che, guarda caso, sono costantemente oggetto di restauri e nuove soluzioni espositive che si avvalgono dei materiali più moderni per essere costantemente attualizzati in modo che chi voglia possa ancora goderne la vista.
Per finire vorrei ricordare che se consentiamo un maggiore afflusso turistico grazie alla richiodatura di splendide vie più o meno obliate, il territorio verrà indirettamente più protetto da assalti speculativi di vario genere. Se la gente frequenta in gran numero una zona, il turismo, e quindi l’economia locale, ne traggono beneficio, spuntando le armi a chi, con la scusa di creare nuovi posti di lavoro e ricchezza, trova facile spazio di manovra per fare avvallare, da comuni ed enti vari, progetti distruttivi e anti ecologici.
Credo pertanto che un sereno e giudizioso uso dei moderni sistemi di chiodatura non possa altro che far del bene anche alle vie classiche e alla montagna.
Peraltro mi rendo conto che l’argomento è vasto e volendo sento che potrei andare avanti per un bel po’ ancora. Tuttavia son certo di aver detto il necessario e non voglio tediarvi di più.