VENT'ANNI DI ALPINISMO IN VALTELLINA

EVOLUZIONE O RIVOLUZIONE?

Ultimo aggiornamento il: 22/05/2018 08:07:24


VENT'ANNI DI ALPINISMO IN VALTELLINA

Prima fu Alfredo Corti e la grandezza di quanto fece unita ad un indiscusso carisma, lo fecero il padre padrone dell'alpinismo valtellinese per oltre cinquant'anni. Alla sua figura si opposero negli anni '50 alcune pecore nere, Lorenzo Giana, Sergio Mella e il mitico Giuseppe "Pin" Marini, causando alcuni biliosi attacchi del maestro contro gli eretici estremisti della scalata. Poi fu la volta dello scisma del "Gruppo Rezia" che, negli anni '60, si staccò dalla matrice del CAI Valtellinese per dar vita ad un sodalizio rivoluzionario, ricco di idee e di uomini d'azione le cui gesta invernali ed estive riportarono l'alpinismo valtellinese a livelli di importanza nazionale paragonabili se non superiori a quelli che ebbe ai tempi di Corti.
Rientrato il fenomeno Rezia arrivarono i Sassisti, dei quali è meno utile dire qualcosa visto che la loro storia è nota a tutti. Oggi sembra che si sia alla vigilia di un nuovo scisma: con scadenza quasi cronometrica il. tempo del l'alpinismo valtellinese sembra quasi scandito da scismi e rivoluzioni che si generano fra il "potere costituito" del CAI e frange di giovani e attivi alpinisti e arrampicatori.
A più di dieci anni dall'infuocata riunione tenutasi nella stessa sala, quella della Camera di Commercio di Sondrio, gli esponenti dell'alpinismo e dell'arrampicata Valtellinese si sono ritrovati per cercare di tirare le somme degli avvenimenti che negli anni '70 lo hanno profondamente segnato, ma anche per cercare di capire come mai sia accaduto e accada quanto sopra detto.
Qualche capello in meno, qualche chilo o qualche ruga in più per i "vecchi", maggiore pacatezza rispetto a quella dei loro coetanei di allora per le nuove generazioni che in questa sede hanno avuto modo di dare il loro contributo di idee.
La discussione sul tema è stata promossa dal Panathlon Club di Sondrio con il patrocinio della Sezione Valtellinese del CAI e della Provincia di Sondrio e con l'appoggio di Fiorelli Sport Val Masino. Ad essa hanno partecipato alcuni "capi storici" del Sassismo come Miotti e Merizzi; Franco Gugiatti e Celso Ortelli quali rappresentanti del CAI; Renata Rossi, prima ed unica donna ad aver ottenuto il brevetto di guida alpina; Daniele Pigoni per l'arrampicata sportiva; Gianluca Maspes per l'arrampicata libera e l'alpinismo giovane.
All'accademico del CAI Gian Pietro Scherini il compito di moderare la discussione, compito che ha svolto, con la consumata abilità che, gli si riconosce. Purtroppo, ma era inevitabile, i fuochi di un tempo si sono spenti da un pezzo al punto che non esistono più nemmeno le braci su cui soffiare. Ci si è cosi dovuti accontentare di vaghi abbozzamenti polemici che però non hanno invalidato il succo del dibattito che si è rivelato assai interessante perché per la prima volta ha permesso di analizzare il fenomeno in maniera più meditata.
Jacopo Merizzi ha narrato con gusto sadico di quegli anni, in cui per il solo fatto di avere le pedule e quindi poter scalare almeno un grado più degli alpinisti coi "rigidi", si strabiliava quel mondo che ben presto venne identificato con le sue calzature.
Giuseppe Miotti come spesso gli accade cercava, di smitizzare il mito che aveva contribuito a costruire buttando là che forse si era trattato tutto di un equivoco e di una cattiva interpretazione delle notizie che allora si avevano sull'alpinismo californiano ecc.; equivoco che è servito comunque a generare un notevole fenomeno, una stagione irripetibile che egli non rinnega.
Renata Rossi ha ricordato quei tempi con sensibilità femminile e ha parlato delle sue scelte di vita che senza dubbio sono state in parte influenzate da quanto le accadeva intorno.
In merito alla recente differenziazione fra arrampicata sportiva e arrampicata libera-alpinismo, la Rossi ha poi dato un'occhiata a Pigoni e Maspes e rivolgendosi alla platea ha detto "ecco, se guardo questi due mi vengono in mente la notte e il sole. Quello lì guardando Pigoni, pallido e con una maglia guarda caso nera è freddo, funereo, notturno; quell'altro, prende il sole delle altezze, la luce della montagna". Alla risata di molti astanti la Renata ha poi precisato che anche la notte ha le sue valenze e che la sua era stata solo una constatazione (peraltro azzeccatissima, dico io) dettata dal suo modo di sentire.
Pigoni, da quella sera soprannomi nato "La nuit", ha esposto con cura e voce flebile le differenze che esistono fra l'arrampicata sportiva e gli altri tipi di scalata, spiegando i motivi che lo hanno indotto verso questo tipo di ricerca; perché parlando del tipo di approccio alla arrampicata di Pigoni, bisogna parlare proprio di ricerca interiore e disciplina quasi orientale. A lui andrà senz'altro ascritto il merito di aver promosso, con le nuove idee e la sua palestra artificiale di arrampicata, Ottoci, l'evoluzione dell'arrampicamento sondriese.
Franco Gugiatti e Celso Ortelli hanno spiegato e raccontato da opposte posizioni il fenomeno "Rezia"; Ortelli in particolare, ha ricordato che tutto sommato quello che fecero i Sassisti lo avevano già fatto loro anni prima, andando a cercare tutte le roccette dove si potesse scalare. A questo che è sembrato un bonario e in parte vero richiamo al detto che "non c'è nulla di nuovo sotto il sole", Miotti ha voluto puntualizzare che il fenomeno dei Sassisti è senza dubbio andato culturalmente più in là di una semplice ricerca di nuovi terreni di gioco.
Gianluca Maspes ha parlato della sua esperienza personale che dall'arrampicata sportiva è invece approdata ad un tipo di alpinismo di ricerca piuttosto raffinato dove anche l'uso del lo spit viene guardato con diffidenza e si è rammaricato di non aver potuto vivere direttamente gli anni dei Sassisti e del la loro ventata di giovanile rivoluzione.
Il dibattito è proseguito con importanti interventi anche da parte del pubblico in sala fra cui si ricordano quel lo assai equilibrato e circostanziato della guida alpina Giuseppe Lanfranconi e quello del vicepresidente del CAI Valtellinese Camillo del la Vedova. Quest'ultimo in particolare ha lamentato una scarsa presenza dei giovani più attivi nei corsi del CAI e nel l'ambiente.
Ha replicato Maspes che egli, come del resto moltissimi validi giovani in altre sezioni del CAI, non sente alcun bisogno del sodalizio per portare avanti il suo alpinismo: una risposta che potrebbe far meditare.
La conclusione della parte pubblica del dibattito si è avuto con l'immancabile domanda del moderatore: "Alpinismo Valtellinese, evoluzione o rivoluzione?". Gli intervenuti hanno dato una loro risposta che può essere sintetizzata nell'analisi che tutti i momenti di novità sono caratterizzati da due fasi: quella rivoluzionaria in cui un gruppo di rinnovatori cerca di rompere con lo "statu quo" che invece si oppone duramente e quella di sedimentazione e distillazione in cui le tensioni si placano e volendo si possono usare le nuove posizioni raggiunte per approfondire l'esperienza.
Prima di lasciare la sala, prendendo spunto da quanto aveva poco prima affermato il simpatico Ortelli a proposito di molti nuovi materiali che furono ideati dagli alpinisti di Sondrio per il soccorso alpino, Miotti ha voluto fare una piccola digressione. Risalendo al "Pin" Marini, (i l primo in assoluto ad inventare e usare il chiodo a pressione), all'arpione Roseg, primo chiodo da ghiaccio tubolare, ai materiali da soccorso e alle più recenti produzioni di guide, libri, filmati, nonché ai contributi all'arrampicata e alla sua evoluzione; Miotti ha richiamato l'attenzione sul fatto che quasi mai i valtellinesi sono riusciti ad avere riconoscimento per quello che fecero e che sarebbe invece ore di riuscire a canalizzare ed esaltare quanto si produce in termini di idee e materiali. La stessa cosa vale per le nuove realizzazioni di arrampicata estrema in montagna dove ambiente selvaggio, uso più che parsimonioso di spit e ricerca dell'antica qualità, fanno di queste vie dei banchi di prova ben più duri di tante celebratissime produzioni di serie alla Piola o Remy.
Al ristorante Hotel Posta il dibattito si è concluso convivialmente davanti a bottiglie di fresco vino bianco che, se era necessario, hanno contribuito a smorzare gli ardori residui.