Il Club Alpino e le guide

Ultimo aggiornamento il: 21/05/2018 17:45:47


Il Club Alpino e le guide

Ovunque le Alpi portano i segni di un’evoluzione che da molti anni, soprattutto in Italia, è proseguita sotto il segno dell’industrializzazione, anche del turismo, e dello sfruttamento del territorio sia come occupazione di spazio, sia come erosione delle sue ricchezze. Oggi sta apparendo sempre più chiaro che ci troviamo ad un bivio e che l’unico modo di preservare quanto rimane consentendo al tempo stesso una vita dignitosa agli abitanti è quella di imboccare la strada di un turismo sempre più compatibile con l’ambiente, evitando nuove opere di grande impatto e puntando su un sistema integrato e diffuso che crei un terreno di svago ricco di offerte diversificate e ben assistite.

 

Fin dai primi anni della sua nascita il Club Alpino Italiano ha cercato di favorire in tutti i modi la professione di Guida. Non si trattava di un egoistico disegno dei suoi nobili esponenti per avere silenti Golem da usare nelle ascensioni di cui avrebbero preso tutto il merito. Il disegno, nobilissimo, era bensì quello di creare nelle nostre valli una nuova attività che potesse integrare, se non sostituire, il misero reddito di chi ci abitava. L’abbiano fatto mossi da retorico paternalismo o da un vero intento di promuovere la crescita sociale e civile della montagna, i padri del CAI, ed i loro successori, permisero che la professione di guida crescesse su solide basi.

C’era la Fondazione Magnaghi, e tutti si impegnavano a favorire la professione riconoscendone il valore ed i rischi insiti: pochi sanno del Conte Lurani che ai bagni di Masino girava fra i nobili convitati facendo colletta per raccogliere fondi in favore della famiglia di Bernardo Confortola caduto pochi giorni prima sulla parete Est del Rosa con Damiano Marinelli e Ferdinando Imseng.

Fu grazie al CAI se in molte valli nacquero personalità di guide che assunsero un ruolo carismatico presso le loro comunità guidandone spesso i destini. Ma nelle intenzioni di chi ne favorì lo sviluppo, la guida doveva essere anche una sorta di genius loci, il guardiano dei suoi monti, il monitoratore della loro condizione ed un consigliere per eventuali interventi da compiere su di esse, dalle opere di prevenzione alla sentieristica.

 

A partire dal termine della seconda guerra mondiale il rapporto fra CAI e guide si è sempre più indebolito arrivando ad una “guerra fredda” che raramente ha assunto toni virulenti, ma che è ancora in atto. Credo non sia il caso di perdere tempo nella ricerca di responsabilità che, sicuramente, potremmo dividere equamente fra due le parti. Fino agli anni ’80 del secolo passato la figura professionale della Guida alpina ha sofferto non poco ed in molte zone è praticamente scomparsa. I più bravi, intraprendenti e fortunati riuscirono a mantenersi a galla gestendo rifugi o facendo il maestro di sci ed altri lavoretti; i  migliori e fra essi Giorgio Bertone, cercarono di ridare dignità al vecchio lavoro aprendo nuove prospettive, ma pur sempre soffrendo dell’invadenza del Club Alpino.

Infatti, per motivi che in questa sede mi pare superfluo analizzare, il Club Alpino, magari armato delle migliori intenzioni, occupava sistematicamente tutte le nicchie di potenziale lavoro, erodendo ancor più, senza rendersene conto, le già scarse possibilità di lavoro che un giovane montanaro avrebbe potuto trovare in loco. Il CAI era ed è ovunque, a volte con merito, altre volte solo per questione di prestigio e senza la possibilità di mantenere quanto da lui ci si potrebbe aspettare. Inoltre forte della sua potenza d’immagine, ma anche economica, il Club Alpino interferiva pesantemente sul potenziale bacino di clienti delle guide grazie ai suoi corsi di alpinismo, scialpinismo, escursionismo, arrampicata sportiva etc. Il confronto era ed è insostenibile, infatti, per promuovere i suoi corsi una guida deve sostenere spese considerevoli: assicurazione, promozione, depliantistica, telefono, ed il prezzo deve comunque essere competitivo con quelli del Club Alpino, altrimenti… Chiunque, senza essere economisti, riesce a comprendere che la condizione è assolutamente impari.

L’orgoglioso rinascere della professione di guida e questa situazione, non potevano che portare ad un progressivo distacco fra le due anime della montagna, distacco che ancor oggi è presente.

La situazione è questa, ma non la sto enfatizzando né credo di ragionare da partigiano visto che oggi ho abbandonato la professione di guida, inoltre so benissimo che ci sono Istruttori CAI magari più abili di un professionista e che molti sono animati da un vero sprito idealistico che gli fa onore.

Però il territorio montano è ovunque in emergenza ed io scorgo nel CAI una grande forza  che potrebbe fare molto anche solo mutando in parte la sua visione dei rapporti fra professionisti e volontari. I tempi sono in rapida mutazione e forse è giunto il momento di rivedere le cose, forse CAI e Guide dovrebbero fare entrambi un passo indietro, ragionare con maggiore umiltà e spirito di collaborazione, sempre che a tutti prema il futuro delle Alpi.

 

Come accennato all’inizio, oggi dalle nostre vette si scorgono due orizzonti; da una parte dipendenza dalle metropoli, perifericizzazione, e sfruttamento spinto dell’ecosistema, dall’altro recupero delle radici e delle identità locali, sostenuto da una nuova e coraggiosa politica, volta ad una gestione sostenibile ed eco compatibile del territorio.

Il primo orizzonte mostra già un po’ ovunque i suoi risultati devastanti con limpoverimento del paesaggio e la tendenza alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. La distruzione del paesaggio porta con sé l’inevitabile fuga dei turisti ed è il migliore alibi per chi vuole ulteriormente sacrificarlo ai propri interessi: se il turismo non funziona si proceda allora con centrali, strade, cave, seconde e terze case.

Purtroppo, sovente, le amministrazioni accettano questo stato di cose senza considerare che, una volta esaurite le risorse, e perso il patrimonio naturale, sarà difficile mantenere il benessere della loro gente.

Il secondo orizzonte è ancora assai incerto eppure appare come il più bello e anche il più democratico, se vogliamo intendere questa forma di aggregazione sociale anche come sistema che porta ad una maggiore diffusione del benessere e di conseguenza ad una migliore qualità di vita. Questo nuovo orizzonte ci mostra vallate dove è stato possibile far crescere e quindi trovare nuove dignitose attività che siano al tempo stesso fonte di salvaguardia per l’ambiente. Tali lavori, accompagnatore, guida naturalistica, maestro di roccia, di canyoning, di canoa, di rafting, di parapendio, d’alpinismo, consulente per interventi sul territorio, sulla sentieristica, sugli interventi edilizi in montagna (rifugi, funivie, opere di difesa idrogeologica etc.) dovrebbero essere affidati alle popolazioni locali in quanto elementi la cui conoscenza del territorio è frutto di un quotidiano rapporto e di un legame che si protrae da anni se non da secoli.

Favorire in loco il radicarsi di solide forme di guadagno attraverso le attività eco compatibili legate alla montagna è un’importante strada affinché quel poco che resta non sia divorato da cave, centrali grandi e piccole, impianti di risalita monumentali e quant’altro.

Diversamente dalle azioni speculative, i risultati di questo percorso si vedranno solo nel medio lungo termine ma, una volta consolidati saranno migliorabili e riproducibili a tempo indeterminato garantendo una prospettiva assai più desiderabile.

Subito dopo l’alluvione del 1987 in Valtellina, nel corso di un convegno, l’architetto Stefano Tirinzoni, oggi importante membro del CdA del CAI, propose che le guide, grazie alla loro assidua frequentazione del territorio, ne diventassero una sorta di guardiani in modo che le istituzioni potessero sempre contare su informazioni fresche ed attendibili sullo stato dei versanti. La proposta cadde nel vuoto ma era senza dubbio un’interessante apertura che a mio avviso andrebbe ripresa. In questi anni, in moltissime occasioni le Guide sono riuscite con merito a far valere la loro professionalità presso enti ed associazioni, ma non ovunque e non in modo costante.

 

Ecco perché potrebbe essere utile che il CAI sposi una linea più moderna di presenza sulle montagne che accanto all’innegabile funzione del volontario si spinga più avanti riconoscendo e sostenendo un grado di intervento più qualificato e garantito nel tempo, quindi di tipo professionale.

 

Riprendendo il progetto dei suoi padri fondatori il CAI che quando si tratta di montagna è sempre, e comunque, un punto di riferimento di primo piano presso tutte le istituzioni potrebbe aprire una nuova fase della sua storia con un’iniziativa di grande valenza civile ed ambientale. Aiutare a creare e mantenere posti di lavoro dignitosi ed eco compatibili fra le montagne è una delle strade per la loro salvezza.

Forse come accennato sopra, questo potrebbe implicare che qualcuno riveda un po’ le sue posizioni facendo magari anche un passo indietro ma credo che se si riesce a percepire l’importanza della posta in gioco il problema sarà di facile risoluzione.