Mala tempora currunt

Ultimo aggiornamento il: 21/05/2018 17:32:13


Mala tempora currunt

Il lavoro che mi sono scelto è quello di “comunicatore della montagna” e lo faccio attraverso gli scritti, l’immagine e la ricerca: come guida alpina e come divulgatore, io sono un “venditore” del territorio. Non sono quindi un tecnico, ma uno la cui vita dipende strettamente dall’ambiente, e che quasi tutti i giorni si vede sottrarre un po’ di spazio lavorativo, visto che è sempre più difficile fare una bella foto senza qualche filo o traliccio, senza qualche manufatto di cemento. E a volte mi sento quasi un bugiardo nel decantare bellezze che, pur se esistono, sono ormai soffocate dall’orrore diffuso, cui, purtroppo, ci andiamo sempre più assuefacendo. Dal giorno di quella scelta sono passati 30 anni, vissuti su e giù, specialmente fra i nostri monti, e ad ogni nuova uscita oltre a far sempre più fatica a trovare bellezza, non posso che osservare sconsolato il danno ambientale e paesaggistico che abbiamo creato.

 

Sono anche un pessimo lettore, ma l’ultimo libro che ho letto lo consiglio veramente a tutti, anche perché sono solo 84 pagine. Si tratta del saggio “Allegro ma non troppo” di Carlo Maria Cipolla comprendente il geniale “Leggi Fondamentali della stupidità umana” ovvero, “sforzo costruttivo per investigare, conoscere e quindi possibilmente neutralizzare una delle più potenti ed oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”. Nell’opera l’economista divide il genere umano in quattro grandi categorie, sprovveduti, intelligenti, banditi e stupidi, classificando questi ultimi come coloro che con le loro azioni provocano danno agli altri senza trarne sostanziali vantaggi.

Ancor prima di leggere l’opera di Cipolla, guardando anno dopo anno questo territorio e la sua storia, ho cercato più volte di giustificare certe scelte, ponendone gli autori nel campo che Cipolla assegna ai banditi (qualche vantaggio per sé e danni agli altri), ma spesso mi sono dovuto ricredere: sovente siamo nel campo della stupidità perché il danno arrecato all’ambiente alla fine ricade anche sul bandito.

 

L’alluvione del 1987, non ha certo contribuito a migliorare le cose anche se avrebbe potuto essere un buon punto di partenza per impostare un futuro diverso. Purtroppo erano i tempi di una soffocante cultura edile (non ancora scomparsa), e dell’emergenza creata ad arte per rimpinguare le casse dei potenti. Così dopo il diluvio dell’acqua è arrivato quello del cemento e di scelte “strategiche” già vecchie ancor prima di essere attuate. È iniziato allora il processo di pavimentazione del nostro fondovalle con capannoni (molti ancora sfitti) e quello delle grandi opere, concentrate soprattutto in alta valle. Territorio prezioso è stato sprecato e nuovi elementi paesaggistici, alcuni dei quali generati dalla catastrofe, sono stati tolti di mezzo senza troppo ragionare.

Allora si sarebbe potuto pensare forse anche ad una ferrovia fino a Bormio e ad una nuova SS38, ma si preferirono altre scelte, quelle che vediamo oggi.

 

Ingenuamente, per qualche anno  ho creduto che i danni potessero limitarsi a questa pur grave situazione, ma ecco sorgere il devastante problema delle cosiddette “centraline”, benedette dallo Stato con la scusa del Protocollo di Kyoto e con la falsa concezione che l’acqua sia un bene rinnovabile ed eterno, concezione ormai smentita anche dalla scienza.

Nello stesso tempo, io che credo fermamente nell’enorme potenziale della provincia in campo di turismo eco compatibile, mi vedevo frastornato da grandiose quanto inutili operazioni di “rilancio turistico” (ma per rilanciare una cosa non bisogna averla prima lanciata?); operazioni il più delle volte fatte di grandi e sciagurati interventi edilizi, di roboanti quanto grotteschi proclami e di scontati quanto brucianti fallimenti. Al secondo tentativo spero si sia capito che fare altri Mondiali di Bormio non porta alcun ritorno significativo e provoca solo danni al paesaggio.

Ora, con l’assalto alle ultime acque captabili delle nostre valli, sta emergendo con chiarezza che la provincia, ma anche buona parte della regione alpina, si trovano ad bivio: da un lato dipendenza dalle metropoli, perifericizzazione, e sfruttamento spinto dello spazio, dall’altro recupero dell’identità e una nuova e coraggiosa politica territoriale che ne consenta una gestione sostenibile ed eco compatibile. Però, se vogliamo che le cose migliorino, deve cambiare radicalmente anche lo stesso concetto di valorizzazione turistica oggi in voga, con l’abbandono della megalomania per favorire interventi integrati ed intelligenti diffusi su tutto il territorio.

In questo senso il lavoro recentemente svolto dalla CM di Tirano può essere illuminante.

 

Intanto dal “laboratorio” della Val Malenco, da anni pesantemente sfregiato dalle cave e dissanguato dalle centraline, giungono i primi risultati. Il turismo ha subito una notevole perdita difficilmente recuperabile: qui un’attività che poteva essere risorsa per molti, e sempre rinnovabile, è stata sacrificata all’interesse di pochi “distruttori”.

La medioevale legislazione sulle “centraline” e quanto è accaduto in Val Malenco, mi confermano che il problema che stiamo vivendo e la guerra che stiamo affrontando non è solo di carattere ambientale, ma sconfina anche nell’ambito sociale. Stiamo, infatti, vedendo minacciato un importante aspetto della democrazia, se la vogliamo intendere anche come progetto di diffusione del benessere e di una migliore qualità di vita.

La sottrazione delle acque residue porterà grandi benefici a pochi speculatori e sarà un gravissimo danno per le popolazioni locali. In questo senso i segnali sono inquietanti. Da qualche anno, molti nostri Comuni vivono strane emergenze idriche: le poche acque rilasciate non sono sufficienti a risanare quel 50% di inquinanti non trattati nei depuratori, ma quel che più conta, si priva il territorio di una potenziale attrattiva paesaggistica che in certe zone è assolutamente peculiare. L’acqua come elemento suggestivo e vitale del paesaggio alpestre è spesso fondamentale nella presentazione dell’immagine turistica di un territorio: che sarebbe la Val di Mello senza le sue monumentali cascate? Che sarebbe la Val Grosina senza la cascata di Eita?

Al danno sopra accennato s’aggiunge quello ancor più devastante dei lavori di sbancamento e di edificazione necessari alle opere di presa: pensate alle quattro laterali della Val di Mello percorse da strade di arroccamento, tubature ed edifici per la turbinazione. Questi lavori hanno già rivelato la loro dannosità sul Torrente Bocco, ceduto in concessione dopo una strenua opposizione del Comune di Castione. La ditta che sta eseguendo l’opera, invece di evacuare i materiali di scavo con i camion ha pensato bene di economizzare,  gettando il detrito nell’alveo e sommergendo sotto circa 2000 mc di terra il letto del torrente, cascatelle, marmitte di escavazione e tutto l’ambiente vegetale ed animale; insomma, oltre a prendersi l’acqua con questo folle gesto hanno ulteriormente danneggiato l’ambiente. Come se non bastasse, nel silenzio più totale della “libera” stampa locale (unica eccezione Il Giorno), è avvenuto il franamento del pendio dove si stanno eseguendo i lavori, franamento che ha messo in pericolo parte del versante montano stesso. E altrove, da qui alle Orobie, dobbiamo pensare che accadrà verosimilmente lo stesso.

 

Ma quest’acqua, fondamentale per la vita di tutti i giorni, è anche una potenziale fonte di reddito diffuso non solo per la bellezza che porta al quadro montano. Essa è anche un terreno di gioco per molti sport, dalla pesca al canyoning, dalla canoa al rafting. In questo senso è illuminante e credo utile il dato rilasciatomi dal Professor Fulvio Ferrer circa la resa economica del torrente Noce in Val di Sole.

Per quanto oggetto di captazioni idriche, ma sufficientemente alimentato dal rispetto delle norme sui Deflussi Minimi Vitali, (in Valtellina quasi ignorate) il Noce è celebre presso i canoisti di tutt’Europa.

Grazie alle sue caratteristiche, il torrente dà lavoro a 48 addetti, membri delle varie Associazioni di navigazione presenti in valle. Il reddito proveniente dalle attività di navigazione ammonta a 560.000 Euro; l’indotto ad attività esterne alla valle (canoe, attrezzature, gommoni etc.) è pari ad altri 500.000 Euro circa; l’indotto lasciato in valle ad altre attività come campeggi, alberghi e bar è pari a 800.000 Euro.

Stiamo parlando quindi di circa 2 milioni di Euro generati con impatto ambientale zero, con prospettive di crescita ulteriore e con riproducibilità praticamente eterna (se l’acqua dura).

Una cifra analoga, se non superiore è generata annualmente dal turismo in Val Masino-Val di Mello, (arrampicata, alpinismo escursionismo, turismo famigliare) dove si vorrebbero captare tutte le acque, distruggendo un patrimonio ambientale e paesaggistico unico al mondo ma anche una grande risorsa economica per la gente del luogo. Una centralina rende certamente di più, ma sul posto non lascia nulla, nemmeno l’acqua.

 

Mala tempora currunt, anche perché le scelte sul futuro sono in mano ad amministratori che spesso hanno ben poco amore per il territorio e ne hanno una conoscenza più che sommaria. E qui si dovrebbe aprire un altro fronte, quello della necessità di ricreare un’identità culturale legata alle radici ed ai luoghi, identità che fra le nostre montagne è stata progressivamente cancellata in una sorta di tentativo di omologazione e tensione verso il miraggio metropolitano. Oggi, forse per la prima volta dopo i fatti di Nicolò Rusca o, in tempi più recenti, della Resistenza, grazie a questa “guerra dell’acqua”, ci troviamo di fronte alla nascita di un movimento che unisce i diversi e difficili campanili della provincia. Sono nati numerosi comitati di difesa territoriale contro le captazioni ed un gruppo di coordinamento provinciale che, percorrendo le vie della politica, ha trovato l’appoggio di gran parte dei partiti.

 

C’è gente che vede la nostra terra destinata allo sfruttamento e all’industrializzazione e che probabilmente da anni manovra verso questo obiettivo. Si tratta di nocchieri miopi e legati a modi di pensare superati da decenni, ma duri a morire anche perché sostenuti da notevoli disponibilità economiche. Purtroppo tali disponibilità hanno e avranno un ruolo fondamentale nell’alimentare e sostenere le scelte per il futuro, a meno che non cresca una classe politica più libera, indipendente e coraggiosa.

 

Ormai gli spazi di manovra sono ristretti ed il punto di non ritorno è vicino se non già superato. Arriverà il giorno in cui sarà difficile propagandare per genuini i nostri, tanto decantati, prodotti locali; e anche la nostra gastronomia, così unica, potrebbe soffrire. Come si fa a pubblicizzare i prodotti della provincia all’insegna della genuinità e della natura con un territorio tanto maltrattato?

Una terra senza identità, senza acqua ne’ verde, farà sempre più fatica a promuovere gastronomia e prodotti tipici: il turista che viene da noi sfila per chilometri di fronte ad un paesaggio che è sicuramente molto lontano dall’immagine che se ne dovrebbe dare. Il miglior cartellone pubblicitario - a costo zero -  per bresaola, bitto, mele e pizzoccheri, sarebbe lo splendore della valle, che però è soffocato da cartelloni pubblicitari, capannoni e asfalto. Se non si vuole capire l’aspetto ambientale del problema, o lo si ritiene secondario, per lo meno si dovrebbe porre attenzione ai suoi risvolti economici: un territorio curato e protetto lancia al turista un messaggio che va ben oltre il semplice discorso naturalistico.