Il rifugio alpino

Ultimo aggiornamento il: 21/05/2018 17:09:18


Il rifugio alpino

In seguito qualche lamentela sono recentemente comparsi sui giornali di provincia degli interventi in merito ai prezzi praticati nei rifugi. La guida Marco Confortola ha correttamente giustificato la differenza dei costi rispetto al fondovalle e ha difeso la vita spesso non facile dei gestori, facendo rinascere in me l'idea di trattare, seppure parzialmente, l'argomento assai vasto e articolato dei ricoveri alpini. Per affrontarlo debitamente non basterebbero dieci articoli, ma intanto si potrebbe proprio partire da una definizione basilare attorno alla quale, per vari motivi, c'è parecchia confusione: cos'è un rifugio? Gestendo un sito web dedicato all'argomento, il problema si è posto anche me e alla fine ho deciso di allargare la lista a tutte o quasi le strutture dalle quali si può partire per ascensioni ed escursioni e che consentono il pernottamento. Così facendo mi sento però in contraddizione perché, in fondo in fondo, sono sempre rimasto dell'opinione che il termine rifugio dovesse soddisfare solo particolari condizioni. Rifugio, lo dice la parola stessa, è un luogo ove trovare conforto e riparo, sulla via verso le vette. Dovrebbe sorgere in un luogo isolato e lontano dalla "civiltà"; dovrebbe fornire una sistemazione comoda ma spartana e un servizio di ristorazione semplice; dovrebbero vigere regolamenti stringenti riguardo al comportamento e al rispetto dovuto verso gli alpinisti che diretti verso mete difficili devono poter riposare per svegliarsi prestissimo. Insomma, parafrasando una frase celebre: "questo rifugio non è (non dovrebbe essere) un albergo!" Negli ultimi decenni, un po' per inevitabile ammodernamento, un po' per attirare nuova clientela quasi tutti i rifugi, anche quelli più remoti, si sono trasformati invece in piccoli alberghi d'altura, spesso facendo dimenticare il loro ruolo storico.  

Un certo aumento del turismo e comunque la tendenza di alcuni a sfidare un po' incoscientemente la montagna, porta verso questi "nidi d'aquila" anche persone che hanno ben poca idea di quello che vuol dire vivere e lavorare quassù. Non è però solo un fenomeno dei nostri giorni, da sempre sono comparsi avventori pretenziosi e arroganti, in parte certamente per loro maleducazione e in parte per ignoranza. A costoro vale la pena di ricordare che in piena stagione il lavoro del gestore è assai faticoso e complicato e che gli daremo una mano cercando di essere il meno esigenti possibile: non siamo i soli a dover essere serviti e non siamo in un albergo di lusso. Soprattutto nei week end il lavoro è massacrante e la pressione cui si è sottoposti, può influenzare negativamente la disposizione d'animo anche del più mite gentile e ospitale dei rifugisti. A ciò si aggiungono norme igienico sanitarie, spesso assurde che obbligano proprietari e gestori a dotarsi di potabilizzatori, servizi igienici "di legge", prodotti certificati per il lavaggio delle stoviglie e quant'altro. Si sono organizzati persino dei corsi di formazione, a mio parere di dubbia utilità e gli eventuali controlli da parte delle ASL sono gestiti spesso con una mentalità del burocrate che sembra non cogliere, la differenza fra un esercizio di fondovalle e una capanna alpina. Sono tutte cose che di certo non rendono la vita più facile e che forse, a ben vedere, ostacolano più che favorire il turismo alpino. 

Non mi soffermo sulla questione dei prezzi ricordando che i rifugi di proprietà del Club Alpino Italiano praticano tariffe concordate con le sezioni che sono bene esposte al pubblico; quindi per non lagnarsi basterebbe dare loro un'occhiata. 

Vorrei invece concentrare l'attenzione sulla ricerca di continuo adeguamento dei servizi a caccia di nuovi clienti e sul ruolo che queste strutture giocano nella promozione e nella gestione del turismo montano. Per quello che concerne il primo aspetto, forse potrebbe essere giunto il momento di invertire la tendenza, provando a ridare, soprattutto per certi rifugi, l'antica e storica dignità di ruolo. Questo ovviamente senza fare mancare servizi degni dei tempi in cui viviamo, ma limitandoli, facendo riscoprire a chi li frequenta quell'atmosfera rustica e un po' austera che è parte fondamentale del fascino di questi edifici. Sono convinto che se adeguatamente comunicato nei suoi aspetti culturali, storici e d'esperienza unica e singolare, questo tipo di "recupero" potrebbe avere un certo successo. Sono peraltro altrettanto certo che si proseguirà invece nella direzione opposta forse più facile e apparentemente pagante. 

Per quanto riguarda il secondo aspetto, la sensazione è che in molte località, vi sia una sorta di distacco comunicativo fra il turismo di fondovalle e quello che si svolge in quota e che se questa lacuna fosse colmata, ed è possibile farlo in molti modi, tutti ne trarrebbero giovamento. 

Altri input positivi potrebbero venire dalla gestione, oggi ancora per lo più concentrata solo sull'accoglienza e la ristorazione, impegno comunque non da poco. Per questo sarebbe auspicabile avere dei custodi che siano anche in grado di valorizzare e conservare la loro zona, dotandoli all'occorrenza dei mezzi necessari, magari con l'aiuto delle sezioni CAI e delle guide alpine. Voglio dire che attorno ai rifugi ci sono, spesso, attrattive sportive o naturalistiche che se ben proposte potrebbero essere fonte di notevole richiamo. Un gestore che riesce a fare del suo rifugio anche la base per scoprire un territorio debitamente valorizzato trarrà sicuramente beneficio dal suo lavoro extra e favorirà anche l'immagine turistica delle località più a valle. Tali possibilità sono a volte ostacolate da problemi e incomprensioni di vario genere fra i gestori e i proprietari che in molti casi non invogliano i primi a farsi carico di iniziative spontanee non solo per quello che riguarda il rifugio, ma anche per le opportunità che il territorio potrebbe regalare al visitatore. Alla fine chi resta penalizzato è però proprio il custode: ad esempio, basta un sentiero di accesso mal tenuto, sconnesso e scomodo per scoraggiare chi amerebbe fare l'esperienza di visitare e magari pernottare in capanna anche se questa si trova a una sola ora dall'auto.  

Per fortuna sono anche molti coloro che invece si danno da fare; è il caso di Floriano Lenatti gestore, del Gerli-Porro, che ha in corso diverse iniziative legate al Torrione Porro, fra cui la valorizzazione dell'eccezionale larice millenario che ancora vegeta sui ghiaioni della montagna. Bellissime idee che si aggiungeranno all'ottima cucina e alla cordiale accoglienza con positive ricadute anche per il vicino rifugio Ventina. Purtroppo, a volte, una gestione arroccata, è il caso di dirlo, solo su se stessa, magari poco attenta alla gentilezza e al rispetto degli avventori rischia invece di creare una condizione esattamente opposta, danneggiando se possibile anche i rifugi vicini, posti magari su una stessa "alta via". D'altra parte sembra sempre più difficile trovare i custodi stabili e fedeli "di una volta" specialmente per quelle strutture che, poste il luoghi poco utili dal punto di vista alpinistico si sono dovute comprensibilmente trasformare in ristoranti, spesso eccellenti, di altura: una breve camminata e un ottimo pranzo sfuggendo alle calure estive sono sicuramente una delle attrattive di maggior successo fra i turisti domenicali. Forse l'unica cosa che può infastidire è dover pranzare o cenare al suono di rumorose e volgari musiche da discoteca che nulla hanno a che vedere con il rifugio e le nostre maestose vette e che forse in fin dei conti, invece di attirare respingono