Domande sul bouldering da Ivan Guerini

Intervista a distanza

Ultimo aggiornamento il: 20/05/2018 09:33:52


Domande sul bouldering da Ivan Guerini

Con quale precisa motivazione hai iniziato ad arrampicare sui sassi? Quando? Con chi?

Domanda difficile. Se dovessi risalire veramente alle origini direi che ho iniziato nel 1970, istintivamente, e per la precisione scalando un masso di serpentino sulla piana di Campagneda ai piedi del Pizzo Scalino. La pratica è diventata più costante poco dopo scalando in zona Sasso Remenno con Mario Mevio.
Poi, ulteriormente stimolato anche dalle nuove idee portate da te, cioè Ivan Guerini, ho proseguito con Ermanno Gugiatti al quale si sono aggiunti oltre a te, Guido Merizzi, Sergio Panzeri, Paolo Cucchi, Pierangelo Marchetti.

Che tipo di interesse comune avevi con Guido inerente l’allenamento fisico e la scalata sui Sassi?

Credo che in questo senso fra me e Guido ci fosse un abisso. Io mi allenavo, ma non riuscivo a farlo a secco, mi annoiavo, e anche quando mi allenavo sui mobili di casa o in cantina, dovevo scalare, ossia praticare il gesto: non riuscivo a “trazionare” più di tanto o a fare specifici esercizi di potenziamento come invece faceva Guido.
Per il resto fra di noi vigeva una sanissima e amichevole competizione mista a ricerca del gesto e curiosità nei confronti del limite. Era molto divertente.

In generale, quali limiti personali hai riscontrato in quell’attività?

Non mi sono mai soffermato troppo su questo aspetto; cioè, non pativo i limiti più di tanto e non ne ero frustrato. L’insuccesso era solo uno stimolo in più per migliorare. Se poi qualche amico o altro scalatore riusciva dove io avevo fallito, dopo l’inevitabile sussulto di umana gelosia, prevaleva la consapevolezza che anch’io potevo farcela, bastava impegnarsi di più.

In che modo e con che tipo di allenamento li hai superati?

Ripeto, solo con una presa di coscienza dei miei limiti e con il successivo studio sul come migliorarli, studio che, data la mia pigrizia, passava il meno possibile sull’adozione di allenamenti fisici più pesanti, ma verteva soprattutto sull’affinamento tecnico. Poi è ovvio che la parte fisica c’entrasse, ma personalmente volevo che avesse un ruolo secondario rispetto alla tecnica e alla concentrazione.
 
Ci sono stati dei personaggi che al tempo degli esordi, hanno rappresentato un tuo riferimento?

Credo che l’unica persona che, soprattutto all’inizio, io possa considerare “di riferimento” sia stato Ivan Guerini il quale aveva molte idee innovative riguardo la scalata e quindi anche il bouldering e con il quale ci si ritrovava a scalare al Remenno o in Val di Mello. In quei primi anni Ivan era sicuramente più…”avanti”. In seguito il mio percorso è stato per così dire sempre più autonomo e “solitario”.

Perché, pur essendo stato una figura principale del Sassismo Valtellinese, sei stato in disparte rispetto a quel movimento?

Perché è nella mia indole, è nel mio carattere. Come scherzando - ma non troppo - diceva un amico io sono “asociale”, ma non “dissociato”, cioè, ho e avevo bisogno di gestire spazi miei e un percorso mio, secondo le mie idee, ascoltando e seguendo il meno possibile quelle degli altri. Avevo delle idee, non le volevo imporre a nessuno e non volevo che altri mi imponessero le loro. Poi ad un certo punto, forse quasi subito dopo la sua nascita, mi è sembrato che il Sassismo fosse caduto nella stessa trappola in cui era caduto l’alpinismo. I punti di riferimento cambiavano, non più, che so io, la Walker o il Badile, ma questa o quell’altra via, questo o quell’altro passaggio estremo; sostanzialmente però eravamo tornati a riproporre gli stessi atteggiamenti che criticavamo nei “rigidi”, vestendoli e vendendoli come nuovi. Il movimento aveva tradito se stesso e questo Sassismo “radical chic”, finto rivoluzionario, non faceva per me. Io ho delle convinzioni e per coerenza nei loro confronti sarei disposto a tutto prima di abbandonarle; ma nello stesso tempo non mi preoccupo di divulgarle più di tanto. Credo che allora come oggi io vedessi “Val di Mello” un po’ ovunque e mi pareva stupido scalare in un luogo ove si concentravano gli interessi di molti altri, interessi che in qualche occasione entrarono inevitabilmente in conflitto. Con tutto lo spazio che c’era mi pareva proprio stupido e affaticante; non era quello che cercavo e poi, come ho sempre detto, arrampicare in Valle non è che mi piacesse molto; ma soprattutto non mi andava di legare il mio nome a una storia che si andava sempre più avvitando su se stessa.

Il racconto della prima salita di Goldrake e del Nipote, partendo dal primo e più importante:
Come ne hai concepito la salita?

Come ho già detto in altre circostanze, io non mi sono mai dedicato ad un passaggio solo perché era difficile, ma direi, solo perché mi piaceva, perché il sasso era bello, perché le sue rughe appagavano il mio occhio. Molto spesso, però, bellezza e difficoltà convivono ed ecco quindi che per fare un bel sasso dovevi anche avere l’allenamento adatto; ma ricordo piacevolmente anche sassi “facili” che mi hanno dato molta soddisfazione nella loro scalata. Diversamente da altri passaggi come Per voi giovani, Nosferatu, alcuni sassi in Val di Mello o il Sasso di Arquino, Goldrake e il Nipote di Goldrake erano belli non tanto per il masso in sé, ma per la sequenza di appigli e fessure che li componevano e che suggerivano una possibilità in cui trovavo uniti estetica e gesto sportivo.
Aggiungo a questa domanda il capitoletto preso dal mio libro “Gli Archiviritrovati “ che dovrebbe uscire nel 2013 e del quale, se usi qualche brano del testo, ti sarei grato se facessi una citazione visto che me lo voglio finanziare in proprio e che avere un po’ di pubblicità potrebbe aiutare nelle vendite.

Bouldering primordiale. Goldrake

Fra il 1977 ed il 1978 mi sono dedicato moltissimo anche alla scalata sui massi fino a farne quasi la mia attività principale. Allora non c’erano crash pad e tecniche di parata, si saliva preferendo i massi con un morbido prato alla base e spesso si facilitava la partenza utilizzando il “sasso dei piccoli”, escamotage considerato valido che consentiva ai bassi di statura di afferrare gli appigli che erano alla portata dei più grandi. Il “sasso dei piccoli” fu però presto bandito per la sua evidente antisportività. Se penso che oggi c’è addirittura il “sit start”... E poi basta andare al Melloblocco per vedere i livelli incredibili che si sono raggiunti. L’episodio più divertente di questo periodo è legato alla prima salita del passaggio che avevamo battezzato Goldrake, rifacendoci alla serie di cartoon Tv che allora andava perla maggiore. Un giorno ecco giungere al Remenno i Ragni di Lecco. Io me ne stavo a scalare da solo quando mi avvicina Daniele Chiappa, fresco conquistatore del Cerro Torre, che con tono un po’ arrogante e di sfida mi dice: «Siete voi i Sassisti? Beh allora fammi vedere dov’è sto VII° grado di cui parlate tanto.» Allora, del tutto innocentemente, lo porto sotto l’ancora insuperato Goldrake e con tono modesto gli rispondo:«Questo... dovrebbe essere VII°... o forse più.» E lui di rimando: «Fammi vedere allora…» M’attacco a quelle piccole sporgenze e in un attimo risolvo il passaggio, lasciando il Chiappa con un palmo di naso, ma forse il più stupito sono io. Per tutto il giorno i Ragni migliori, con le loro pedule rigide Galibier, modello Sassouis, tentarono invano di superare il passaggio. Che goduria… Fra loro c’era anche Sergio Panzeri con il quale feci poi amicizia e che per anni scalò in Valle; a lui si deve la prima salita il libera della Fessura di Budino che salì completamente in Dülfer e di corsa forse perché impossibilitato a fermarsi per mettere qualche protezione.

Che limiti fisici hai incontrato

Credo che l’unico dei due che ha opposto un limite fisico sia stato Goldrake; non ero ancora abituato a quelle difficoltà e a quel genere di bloccaggi e quindi ho messo un po’ di tempo a sviluppare la forza necessaria.

Come li hai superati?

Come? Per lo più scalando e cercando di simulare il “movimento chiave” anche in altre circostanze, su passaggi di altre vie, magari escludendo l’uso di qualche appiglio o appoggio. 

Particolarmente che limiti motori hai incontrato?

Curiosamente su entrambi i passaggi c’era un momento in cui la forza diventava quasi accessoria ad una determinata postura. Ovviamente parlo per me e non so se per altri sia così. Su Goldrake c’era un cristallo usando il quale si riusciva ad equilibrarsi e a staccare la mano destra dall’appiglio decisivo quasi senza fatica. Le cose sono un po’ cambiate quando il cristallo si ruppe. Sul Nipote c’era il momento di staccare la mano sinistra dopo che la destra era stata accoppiata: qui, mi ricordo benissimo, entrava in gioco un leggero, ma difficile, inarcamento della schiena a livello Ming-men (cioè appena sopra l’attaccatura col bacino) senza il quale lo sforzo delle dita era per me quasi insostenibile.

Quanti tentativi hai fatto e quanto tempo è trascorso prima di riuscire?

Non saprei che dire. C’erano delle volte che arrivavo al Sasso e avevo voglia di provare e delle altre che neanche guardavo i passaggi. Se volessimo fare un discorso numerico per quanto impreciso direi che per Goldrake non feci moltissimi tentativi e che molti di più ne ha richiesti il Nipote.

I tentativi erano dovuti prevalentemente ad un limite fisico o mentale?

Per quanto detto sopra il discorso era puramente mentale.

Di che limite si trattava?

La voglia di ingaggiarmi, la voglia di ingaggiarmi o meno. Semplicemente quello era il limite.

Hai vissuto quell’esperienza in modo equilibrato o ossessivo?

Non mi pare di esser stato ossessionato da quei passaggi; forse ciò era dovuto anche al fatto che non avevo troppa concorrenza e quindi non mi ponevo fretta. Ho dei ricordi molto vaghi dei miei stati d’animo ma a distanza di quasi 40 anni, qui, seduto alla scrivania, darei per certo che, accanto ad aspetti ludici ed estetici, ci fosse anche una solida giovanile componente di “desiderio di primato”.

Cosa hai provato al momento della riuscita?

Credo che tutti questi passaggi estremi abbiano una sorta di climax oltre il quale ti trovi sopra la difficoltà quasi senza accorgertene; c’è come un momento, un minuscolo punto che segna lo spartiacque fra caduta o successo e quindi, soprattutto per quel che riguarda la prima volta che risolvi un passaggio difficile, può capitare quasi di sorprenderti per quel che hai fatto. Per come si è svolta la salita di Goldrake è però quella che ricordo con maggiore piacere perché non solo segnava un piccolo passo avanti personale, ma credo sia stata una di quelle che hanno simboleggiato la definitiva consacrazione delle nuove tecniche e delle nuove filosofie arrampicatorie allora guardate con ironico scetticismo e sufficienza dal Gotha della scalata italiana. Quindi non c’è dubbio: Goldrake è stato il passaggio che mi ha dato di più in termini di soddisfazione.

Che valore hanno avuto Goldrake prima e il Nipote poi, come passi avanti?

Mah! Siccome scalavo non per fare passi avanti, ma perché mi piacevano i passaggi, non ho mai fatto caso a questo aspetto. Sicuramente se la vogliamo mettere sotto il profilo tecnico-atletico hanno avuto una loro valenza mostrando ad altri più giovani e motivati nuove possibilità fino a poco prima impensabili e sono stati di stimolo. Forse fra i due Goldrake è stato più importante perché poco dopo la salita del Nipote, il bouldering, in Val Masino-Val di Mello, ha avuto una notevole battuta d’arresto che è durata qualche anno. Quindi quest’ultimo passaggio ha fatto sentire poco la sua “influenza”.

Come vivi oggi il ricordo di quelle tue salite?

Per la sua storia Goldrake ha senza dubbio un posto importante nei miei ricordi. Non così il Nipote. Ci sono passaggi che mi hanno lasciato impressioni più profonde come Massacro, alle Cassandre del Mallero, luogo che tu conosci perché l’anno prima, 1981, avevamo già aperto un difficile passaggio. Massacro è quello che potremmo considerare un “hard grit” ante litteram, un difficile strapiombo di 8/10 metri con la prospettiva di una caduta sui grossi sassi del greto del torrente e dal quale l’unica via di uscita, una volta superato, era scendere per il passaggio che io e te avevamo fatto l’anno precedente e che era niente facile. Ho provato più volte a riportarmi alla base della parete, ma l’alluvione del 1987 e poi altri inconvenienti durante l’avvicinamento mi hanno per ora impedito di rivedere quel luogo.

Cosa ti ha fatto desistere dal completamento del S.d.T?

Il Sogno di Tarzan è proprio bello; è bello il granito, è bello il masso, è bella la sequenza di movimenti. Era un sogno e per me è rimasto tale. Però in quel periodo ho avvertito che il mio gioco sui massi stava finendo, che dovevo imboccare altre strade pur restando sulla Strada. Non avevo più le motivazioni giuste e, non ultimo, credo che fossi piuttosto disgustato dall’atteggiamento di qualche scalatore locale che mi aveva ferito; ma col senno di poi credo di doverlo ringraziare, anche se non era certo nelle sue intenzioni darmi una mano a cambiare.

Provi nostalgia per i grandi momenti di allora?

Neanche un filo. Come ho scritto: “Quello che è stato fatto è stato fatto, quello che abbiamo dato è stato dato e quello che non abbiamo fatto o ricevuto difficilmente ci sarà ritornato… Il fiume scorre…”

Che valore ha il bouldering che pratichi oggi?

Oggi non pratico più o quasi e se dovessi dare un valore al mio attuale inesistente bouldering direi che vale come innocuo gioco fra due contendenti: me e me stesso. Nel 1997 in seguito ad un incidente ho avuto un distacco di retina che mi ha fatto penare per diversi anni con notevoli ripercussioni psico-fisiche dalle quali sono uscito grazie a grande fatica, applicazione e umiltà. Ovviamente, per quanto guarito perfettamente, non mi va di rischiare cadute a terra e contraccolpi di vario genere; io non uso il crash-pad (mi sentirei ridicolo e alla mia età potrei adottarlo tutt’al più per dormirci sopra) e quindi devo stare molto attento. Però… per il 2013 ho un personale obiettivo…