Intervista a Popi Miotti

Per il quotidian La Provincia

Ultimo aggiornamento il: 20/05/2018 09:18:56


Intervista a Popi Miotti

SINTESI BIOGRAFICA

Ho frequentato le elementari alla Cesare Battisti con il maestro Lino Fognini (quanti scapaccioni e quante note, ma che insegnante). Le Medie le ho fatte alla Ligari, guidato in particolare dalle professoresse Giacomel e Caramatti; al Liceo scientifico Donegani ho avuto grandi professori come il professor Gaiardelli per italiano e latino, Clotilde Rossi per l’inglese, la professoressa Carini in scienze e chimica. Avendo poi la fortuna di frequentare il professor Grazioli per altri motivi legati alla passione per la mineralogia, la mia formazione umanistica non poteva che trarne vantaggio. Poi mi sono laureato in Agraria alla Statale di Milano, ma con grande sforzo di volontà perché avevo già imboccato la mia strada e quegli studi mi sembravano una perdita di tempo. L’ho fatto più che altro per pagare un debito verso mia madre che con sacrificio mi aveva cresciuto sperando che diventassi un… bravo ragazzo.

Primo approccio alla montagna

Ho conosciuto le alte montagne dapprima grazie a mia zia, Luigia Miotti, che mi portava spesso con sé nei suoi viaggi fra le Alpi. Poi è nata la passione per i minerali e ho fatto la conoscenza con il professor Fulvio Grazioli che era amico di mio zio, mineralogista pure lui. Con Grazioli, Bedognè e altri amici ho fatto qualche escursione e negli ultimi anni della mia passione sono andato spesso con Eugenio Redaelli. Dai minerali alle cime il passo è stato breve. Le prime esperienze le feci con mio cugino Franco Gualzetti, alla Pizzo Scalino e al Bernina, ma non furono del tutto fortunate anche per il modo un po’ originale che Franco aveva nell’affrontare le cime. Però, dopo un bivacco – premeditato - con tremendo temporale al Cornetto, lo Scalino lo facemmo, sebbene con fatica. Di particolare ricordo solo che ebbi un bel mal di testa: se il buon giorno si vede dal mattino… Verso il 1970, mi sono iscritto alla scuola Luigi Bombardieri del CAI e da lì ho iniziato ad andare in montagna con più preparazione e coscienza.

Le tue salite più significative.

Fra corte e lunghissime ho tracciato circa 150 vie nuove. Trascurerò quegli itinerari che, sebbene corti, considero dei miei piccoli capolavori, per fare riferimento solo ad alcune delle salite più significative e lunghe. Fra queste metto la parete Sud della Cima Viola, una muraglia di 600 metri situata in un remoto angolo della Val Grosina e che - ancora nel 1977! - attendeva di essere salita. La salii con Enrico Cometti e Cesare Mitta e la considero forse la mia prima ascensione più bella. Poi metto il couloir della parete Nordovest del Legnone, il più lungo colatoio di cascate delle Alpi (1700 m di dislivello), che salii nel 1981, con Gianpietro Scherini in due giorni. Nel 1982, con Carlo Pozzoni, ho aperto “Trio Pastorale” sulla parete Nord del Pizzo Monaco in Sicilia: per quanto non altissima, la via ha alcune lunghezze di corda di grande difficoltà e bellezza. Nel 1985 con Camillo Selvetti abbiamo aperto una via nuova lungo lo spigolo Sud del Gemello orientale - gruppo del Bernina - una salita di 500 metri su splendida roccia che, ho saputo, viene considerata molto dura. Nel 1987, ancora con Selvetti e Tarcisio Fazzini, salimmo in prima assoluta e prima invernale i 700 metri della parete Nordest del Pizzo Cengalo, l’ultima muraglia inesplorata della Val Bondasca. Data l’instabilità della roccia, la via non era scalabile d’estate; per sei anni, con diversi compagni, ogni inverno entravo in Val Bondasca per un tentativo, ma le condizioni ideali si ebbero solo nel 1987: riuscimmo nell’impresa, superando difficili tratti di misto e ghiaccio con pendenze fino alla verticale. Qualche anno dopo, con Eraldo Meraldi, ho salito l’inviolata parete Nordovest dell’Ortles, 1500 metri con pendenze fino a 85°; anche questa fu prima assoluta e prima invernale data la pericolosità della parete nel periodo estivo, infatti, oltre alla caduta di pietre, la prima metà della salita si svolge sotto un ciclopico seracco alto una cinquantina di metri. Ricordo con piacere anche la prima solitaria allo spigolo Parravicini sul Torrione di Zocca, salita che feci, in parte, slegato e, in parte, con rudimentalissimi sistemi di autoassicurazione che alla meglio mi avrebbero trattenuto solo dopo una caduta di venti metri.

Scoperta della vena pubblicistica

Francamente sono sempre stato una frana in italiano, ma ho fatto di necessità virtù e piano piano mi sono costruito uno stile. In quanto a grammatica e ortografia, lasciamo perdere, per quest’ultima mi resta almeno la scusa che siccome ci vedo poco da vicino…

MONTAGNA

Il tuo o i tuoi maestri. Posso dire con certezza di avere avuto due importanti esempi, Walter Bonatti e Warren Harding, e due maestri, Celso Ortelli e Carlo Pedroni. Bonatti, ovvero l’arte di sognare, disegnare e tracciare una via; Harding, l’arte di andare oltre e di pensare con la propria testa; Ortelli, l’arte di arrangiarsi con poco, anche nelle situazioni più difficili; Pedroni, l’arte di andare in montagna con cuore e cervello.

Comunque maestri ce ne sono tantissimi, ne incontriamo quasi ogni giorno, sta a noi decidere cosa prendere da loro e cosa lasciare. Ci sono anche cattivi maestri che tuttavia vanno conosciuti e riconosciuti: il loro insegnamento alla lunga può diventare positivo, sempre se si riesce a mantenere un profondo senso critico e grande indipendenza intellettuale. L’indipendenza di giudizio è un bene prezioso che va coltivato e difeso, ma che va accompagnato dal rispetto verso gli altri; in questo Warren Harding fu un esempio.

“Quando l’allievo è pronto il Maestro appare”, ma attenzione, non sempre si tratta di un Maestro in carne ed ossa.

Alcuni libri, alcune esperienze, mi sono stati Maestri e a volte anch’io sono stato Maestro di me stesso.

Hai vissuto esperienze drammatiche? L’esperienza drammatica più spettacolare fu il mio grande volo sulla Via del Fratello al Pizzo Badile. Era, mi pare, il 1975; miei compagni, Ermanno Gugiatti e Mario Mevio. Quella era una delle prime ripetizioni della via, forse la decima, e andavamo alla grande. Purtroppo, per inesperienza, incapacità, superficialità, voglia di record, mi comportai presuntuosamente. Su quella che forse è l’ultima lunghezza difficile, mi afferrai ad una lama instabile; il tempo di capire che stavo sbagliando ed ero già 27 metri più in basso. Fortunatamente caddi nel vuoto, ma strappai via tutti gli ancoraggi, tranne i due chiodi della sosta che si piegarono, ma non uscirono. Se quei piccoli pezzi di ferro avessero ceduto non sarei qui a raccontare la storia, saremmo precipitati tutti e tre. Ovviamente il bivacco, che volevamo evitare, fu necessario e in cima arrivammo il mattino dopo, io con un gigantesco ematoma alla coscia provocato dal cosciale dell’imbragatura. Più o meno dello stesso periodo e sempre a causa della mia presunzione fu l’incidente del Cavalcorto. Con Carlo Pedroni e Mario Mevio stavamo facendo la seconda salita della via diretta sulla parete Sud di questa cima. Avevamo bivaccato a metà e il mattino dopo il tempo sembrò guastarsi. Visto che era ottobre, valutai escluso l’arrivo di un temporale e poiché non volevo scendere, forzai la decisione verso il proseguimento. Il tempo peggiorò durante il giorno e nel camino finale fummo colpiti tutti e tre dal fulmine. Io, forse perché avevo la mano sul gradino metallico di una scaletta, ebbi il braccio paralizzato per il restante tempo della salita. Dopo tre o quattro ore, sotto una nevicata fittissima, eravamo ai piedi del muro granitico che segna la fine della via. Carlo diede prova di tutta la sua abilità e tenacia forzando il passaggio che ci avrebbe “liberati” dalla parete, evitando un secondo bivacco che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. Col buio affrontammo la discesa in corda doppia; alla prima calata, scivolando sulla roccia bagnata ed innevata, Carlo corse il rischio di rompersi una gamba, ma se la cavò con una forte contusione. L’unico episodio in cui ebbi modo di realizzare lungamente e lucidamente che la mia vita sarebbe dipesa solo ed esclusivamente da come avessi affrontato il metro successivo della scalata, fu all’uscita della cascata degli Zombi, presso Lanzada. Ero con due clienti e prima di affrontare quel passaggio obbligato, vero confine fra i due mondi, stetti a valutare il gesto per almeno venti minuti, coi piedi su un sottile strato di ghiaccio friabile, l’acqua che mi colava nelle maniche e cattivi pensieri nella mente. L’ultimo incidente potenzialmente fatale lo ebbi al temine della prima discesa del couloir Sudest della Punta dell’Androsace sul Mont Maudit, nel massiccio del Monte Bianco. Con Giancarlo Grassi e Gianni Comino avevamo compiuto la prima salita del couloir Nordest di questa cima e avevamo deciso di scendere per quello meridionale, mai percorso anche quello. Data l’esposizione e il notevole innevamento, ogni tre, quattro minuti il canale era spazzato da valanghe di neve marcia. Riuscimmo ad evitarle tutte, ma proprio prima di saltare la crepaccia terminale io fui travolto e mi trovai ai piedi del canalone con le gambe cementate dalla neve marcia, impossibilitato a muovermi e sotto il tiro della successiva slavina che sarebbe implacabilmente scesa. Con grande velocità presi a scavare attorno alle gambe e grazie anche all’aiuto di Giancarlo uscii dalla trappola appena un attimo primo di essere sommerso.

La montagna ti ha dato quello che ti aspettavi da lei?

E’ una domanda apparentemente semplice che richiede una risposta complessa e che quindi sarà per forza di cose parziale. Per prima cosa voglio subito chiarire che la montagna non prende e non dà. Siamo noi con le nostre aspettative, la nostra fantasia, i nostri comportamenti a decidere cosa prendere e cosa dare. Non esiste la Montagna assassina o la Montagna amica. Esiste la Montagna sacra, ma questo è un argomento che richiederebbe molto tempo per essere discusso e spiegato. Direi che sotto il profilo emotivo, e cioè pensando a quello che la montagna mi ha dato emozionalmente in quanto alpinista, forse avrei potuto chiudere il mio percorso già nel 1977, ma evidentemente per me la montagna era, ed è, molto più della soddisfazione di una vetta conquistata per una nuova via. La montagna è, infatti, una grande occasione per dare sfogo, sotto varie forme, al mio spirito creativo e per rientrare in contatto con la Natura ancestrale, ma anche con il senso di magia e il senso della bellezza, elementi che abbiamo tentato di uccidere con il razionalismo più esasperato, ma che invariabilmente, prima o poi, riaffiorano in tutti noi. Nessuno per quanto cinico e cartesiano può restare indifferente di fronte all’ambiente montano: prima ancora che dall’arte, la bellezza andrebbe appresa dalla Natura. In fin dei conti è stata proprio quest’ultima ad avere ispirato gli artisti. Quindi, col passare del tempo ho deciso che avrei fatto una cosa giusta nel tentare di rendere alla montagna quello che mi dava. Così ho studiato molto la sua storia, la sua geografia, il suo ambiente e nel contempo ho voluto svolgere numerosi lavori, spaziando dalla Guida alpina all’elisoccorso, dalla segnaletica dei sentieri all’attrezzatura di luoghi per la scalata, dalla fotografia alla pubblicistica. Visto dall’esterno, soprattutto trent’anni fa, questo percorso poteva sembrare oscuro, pieno di fragilità e inconsistente. Io stesso a volte mi rendevo conto di quanto poco fosse presentabile la mia scelta: era facile sentirsi a disagio e… socialmente inutile. In più occasioni gli scalatori sono stati classificati, esseri socialmente inutili. Beh! A parte che non è vero, oggi io dico: meglio socialmente inutile che socialmente dannoso e in quest’ultima categoria non ci devono essere per forza solo ladri o assassini. Recenti episodi ci confermano che molti incensati colletti bianchi sono incomparabilmente assai più nocivi per la società di uno scalatore… Ci ho messo dunque molto a capirlo, ma un giorno, non molto tempo fa, voltandomi indietro ho visto la Via. Mi sono reso conto di come, in anni ed anni, mi sia creato un know how unico, di come abbia una conoscenza delle montagne - soprattutto delle nostre -  a 360 gradi sia sul piano teorico che su quello pratico. Come sempre, come prima, quel che ho davanti è incerto e improbabile, forse anche pericoloso, ma adesso ho degli strumenti tali che nulla mi spaventa. All’interno della Via ci sono molte vie e il futuro si costruisce in buona parte col passato. Non a caso, forse, nell’antichità si figurava il trascorrere della storia come un uomo che avanza voltato all’indietro.

 I valtellinesi, in generale, amano la montagna?

Per secoli i valtellinesi sono stati costretti a sottoscrivere un duro contratto con la Natura e non esiste popolazione di montagna che abbia di essa la stessa considerazione, la stessa “visione” onirica, nobile ed elevata che scaturisce dalla cultura cittadina. La montagna severa, la montagna spietata è nel nostro DNA e ciò rende difficile avere un rapporto più sereno e meno conflittuale con essa. Inconsciamente per molti di noi la montagna resta quella dei nostri progenitori: una faccenda estremamente ostica e pericolosa. Ecco spiegato, in parte, come mai l’idea di sfruttare e spianare, anche solo idealmente, la montagna non sia vista poi come un male, ma, a volte, quasi come una giusta “vendetta” nei confronti di un ambiente ingrato e avaro, che per secoli ci ha piegato alle sue bizze.

Forse anche per questo, e grazie alla facile apertura verso meridione delle nostre due valli principali, ci siamo lasciati docilmente “infinocchiare” dal mito della città, diventando in breve una sorta di suburbia della metropoli, come ben può vedere chiunque percorra i nostri fondovalle capannonizzati e cartellonizzati. Il rapporto dei valtellinesi con la montagna è al meglio un rapporto di odio e amore, ma è un rapporto che dovremmo metabolizzare e rendere positivo, anche per ridare un senso alla nostra identità. Quello che il nostro lavoro, il nostro ingegno ha saputo fare tra i monti e le loro difficoltà, per me vale tanto quanto un Duomo di Milano, anzi, ancor di più. Dovremmo esserne orgogliosi invece di vergognarcene quasi.

Questa considerazione sembrerà forse scandalosa, ma io la penso così e sarebbe sufficiente che anche solo un briciolo di questo pensiero entrasse nei nostri conterranei per rendere le cose diverse. Per fortuna, mi pare di cogliere qualche segnale che le cose stanno cambiando e magari, per rafforzare il processo di valorizzazione di quel che siamo e dei luoghi che abitiamo dovremmo anche cominciare a guardare più verso Nord che non a Sud. In questo caso la politica, ma anche altre influenti istituzioni potrebbero dare una forte mano; tutto dipende dalla reale volontà che le muove.

I valtellinesi hanno dato un contributo rilevante all’alpinismo italiano?

Direi sicuramente di si. Purtroppo quello che manca, ed è sempre mancata, in provincia è la conoscenza storica di quanto abbiamo - come valtellinesi - dato, ad iniziare da personaggi come il professor Alfredo Corti. Il nostro contributo all’alpinismo è stato notevolissimo sia in termini culturali sia anche in termini sportivi. Solo per citare due fenomeni, gli studi di Corti e il Sassismo, con la sua rivoluzione culturale e tecnica degli anni ’70, sono stati determinanti a livello nazionale; salite come l’invernale dei fratelli Gugiatti al pilastro Nordovest del Cengalo - impresa che considero la maggiore dell’alpinismo valtellinese - hanno invece tenuto alto il livello di eccellenza tecnica dei nostri alpinisti in Italia.

Come sappiamo “nemo profeta in patria” ed è anche per questo che per me è stato quasi un dovere, oltre che un piacere, scrivere diffusamente del valore dell’alpinismo nostrano nel volume “Dal Corno Stella al K2 e oltre” edito per i 125 anni della Sezione Valtellinese del CAI.

A rendere difficilissima la nascita, il radicarsi e l’evoluzione di una tradizione alpinistica in provincia ci dobbiamo mettere anche molte delle considerazioni fatte prima in merito all’amore dei valtellinesi per la montagna.

AMBIENTE

Un giudizio sulla politica ambientale in provincia di Sondrio.

Parto da lontano. “The times they are a changin’ ” scriveva Bob Dylan e oggi più che mai è verissimo: i tempi stanno cambiando ed è innegabile. Dall’11 settembre del 2001, il processo di mutamento - che era già attivo - si è palesato e sempre di più la cosiddetta società dei consumi e della crescita sta mostrando i suoi limiti. Tuttavia anche chi se ne è accorto, e se ne accorge, trova più facile far finta di nulla, minimizzare o mostrare un forzato ottimismo. Purtroppo l’uomo è poco propenso a cambiare e ciò non fa che aumentare il potenziale per il danno futuro.

Ancora oggi la parola d’ordine di molti è sempre quella: “crescita”. Nessuno spiega però cosa vuol dire, che senso abbia quantitativamente e qualitativamente questo termine. Non sempre la parola crescita è sinonimo di bene o di benessere: anche un tumore cresce, ci fa del male, ma spesso ce ne accorgiamo troppo tardi.

Ogni processo è destinato a mutare nel suo opposto e allora io mi domando: è meglio governare il cambiamento, accettandolo, o finire nel vuoto? E’ evidente, e ineluttabile, che non vi possa essere crescita eterna e che quindi questa sia destinata a fermarsi o a trasformarsi. In secondo luogo non vedo perché, come spesso accade, si debba abbinare la crescita con il progresso: si tratta di due cose diverse, il progresso può essere indipendente dalla crescita, specie se quantitativa. Faccio un esempio restando nel campo della montagna: l’arrampicata è progredita solo quando, invece di continuare ad eccedere nei mezzi che facilitavano una scalata, si è deciso di limitarli o di rinunciare ad essi.

Quello che è accaduto sul nostro territorio è accaduto dovunque in Italia e noi siamo stati purtroppo bravi imitatori. La politica ha scelto di seguire modelli di sviluppo che non ci appartenevano e che difficilmente si sarebbero potuti adattare alla nostra società senza ridurla in brandelli; ma erano i più facili, i più eclatanti, i più atti a procurare voti…

Se l'Italia, e quindi anche la nostra provincia, avesse puntato su un tipo di sviluppo che, accanto ad una necessaria industrializzazione, avesse tenuto in maggior conto anche la valorizzazione dei beni artistici, del paesaggio, delle produzioni agro-alimentari, oggi ci troveremmo sicuramente meglio.

Abbiamo il doppio se non il triplo di tutto, ogni anno avevamo - avevamo perché oggi non sono più sicuro che sia ancora così - la possibilità di rifarci salotto, divano, auto… ma la nostra qualità di vita è migliorata? Stiamo bene con noi stessi? Abbiamo tempo da dedicarci? Abbiamo luoghi dove «staccare» senza pensare di dover andare in qualche località esotica all'estero? E soprattutto, anche avendoli, possiamo «usare» questi luoghi? Non mi ritengo un nostalgico, ma credo che dagli anni '70 del 900 la nostra qualità di vita non sia affatto migliorata, anzi. Basta prender l'auto e percorrere la nostra Strada Statale e poi in bicicletta fare il Sentiero Valtellina. A distanza di poche centianaia di metri si scoprono l'odierna e l'antica Valtellina: due luoghi così vicini eppure così lontani per suggestione spirituale e mentale. Penso con grande preoccupazione al danno che farà la futura superstrada se non si penserà di farla correre almeno parzialmente in galleria.

Credi che l’ambiente abbia un ruolo rilevante nel futuro della Valtellina?

Oggi si comincia a guardare a nuove forme di sviluppo, più sostenibili, si valorizza la produzione agro-alimentare tipica, si esalta la bellezza dell’ambiente e del paesaggio, si punta sulle attrattive storiche, artistiche e culturali; ma io mi domando, non sarà troppo tardi? Come ho detto, abbiamo puntato tutto sull’industrializzazione sbilanciando così il processo di evoluzione economica del Paese ed ora tornare indietro sarà assai difficile, anche se inevitabile.

Abbiamo devastato il nostro territorio come meglio non potevamo, l’abbiamo reso brutto e ben poco ospitale. Come stupirci, ad esempio, se l’UNESCO è restia a dare il suo patrocinio ai terrazzamenti retici?

La cultura del brutto ci permea. Se il brutto è il tuo unico metro di paragone, farai sempre più fatica a vedere il bello che viene distrutto. Se ti affacci tutti i giorni sui rifiuti diventi ogni giorno un po’ più sciatto e trascurato. Se vivi nella puzza, dopo un po’ ti sembrerà quasi un profumo. Se cresci nella violenza – che non sempre è fisica – la violenza sarà tua compagna. Se vivi nella desolazione, avrai desolazione nel cuore e la esporterai. Se il Grande Fratello è il tuo parametro culturale, i suoi partecipanti diventeranno eroi e le vere eccellenze saranno relegate all’anonimato e spinte alla decadenza intellettuale. Se lasci crollare la Domus dei gladiatori o la storica baita sul monte, - che per me vale tanto quanto – il tuo Spirito sarà schiacciato nelle macerie.

Per motivi professionali e di passione mi interesso ad eventuali possibilità di intervento nel campo della valorizzazione turistica dei luoghi e recentemente mi è capitato di spaziare dalla Sicilia alla Valtellina, passando per l’Oltrepo Pavese. Ebbene se vai a leggere i bandi e i programmi volti all’incentivazione del turismo, vedrai che sono imperniati quasi totalmente sulla costruzione di alberghi e infrastrutture. Da nessuna parte si parla, ad esempio, di qualificazione del territorio in funzione turistica e cioè di iniziative volte a renderlo fruibile, e quindi godibile, nelle sue più svariate forme. Evidentemente queste operazioni sono poco appariscenti e costose; quindi, probabilmente, sono anche invise, mentre invece sarebbero la base su cui impiantare una decente offerta turistica. Non c’è volontà, manca una progettualità a lungo termine, mancano professionalità con conoscenze dirette e approfondite del territorio, latita lo spirito di collaborazione fra enti e associazioni, c’è il disordine più totale: un mare magnum ove tutti galleggiano aggrappati al proprio relitto, pronti a difenderlo con le unghie e coi denti.

Sei ottimista o pessimista sulla volontà di non svendere ulteriormente il territorio?

Ovviamente pessimista. Il livello culturale medio è permeato da un’etica estremamente ristretta che non va oltre la logica del clan, fattore che è e sarà sicuramente limitante per i processi di conservazione del territorio e del patrimonio paesaggistico. Per lo più ancora prigionieri di logiche ormai superate, i politici fanno fatica a non favorire operazioni che promettono eclatanti risultati, meglio se spettacolari anche visivamente, e la tutela del territorio è vista quasi con fastidio. Chi comanda veramente, chi influenza la politica attuale, sono i potentati del cemento, della grande distribuzione, della produzione energetica solo per citare i principali, e non si tratta certo di un team di amanti della natura.

Si stanno però rivelando un po’ ovunque voci nuove che mi fanno ben sperare. Mi è piaciuto molto sentire il “rivoluzionario” sindaco di Firenze quando ha descritto il recente Piano Strutturale approvato dalla sua Giunta. Un piano che non punta ad un’ulteriore espansione della città, ma ad azzerare i residui del vecchio Piano Regolatore Generale così da evitare consumo di nuovo suolo.

Per restare alla sinistra voglio però purtroppo ricordare anche lo sciagurato “decreto Bersani” che ha innescato il dilagare delle richieste di concessione per la realizzazione delle cosiddette “centraline”, un cancro dal quale ancora stentiamo a liberarci poiché non certo inviso alla destra.

ATTIVITA’ PUBBLICISTICA

Qual è il lavoro che ti ha dato maggiore soddisfazione?

Sicuramente il libro “A piedi in Valtellina” che realizzai con Alessandro Gogna per conto della Banca Popolare di Sondrio nel 1984. Fu un successo nazionale che l’Istituto Geografico De Agostini editò per anni ed anni.

Perché?

Intanto fu sicuramente un’iniziativa molto coraggiosa ed originale; un grazie vada quindi alla Banca Popolare che seppe accogliere la nostra idea. Mai in Italia era stato pensato e realizzato un lavoro simile. Poi, a parte la soddisfazione di sentire ancor oggi persone che hanno letto il libro facendone una sorta di vangelo per le loro escursioni in provincia, “A piedi in Valtellina” era uno di quei lavori che mi permettevano di rendere alla montagna quel che mi aveva dato. Era anche un’idea che puntava a mostrare il volto meno noto della nostra provincia eppure un volto su cui si poteva basare il progetto per un turismo diffuso e a misura d’ambiente.

Sia io che Sandro, lo ritenevamo uno strumento allineato con la nostra visione di sviluppo sostenibile promosso attraverso il turismo e la cultura; se penso che solo da qualche anno si parla di queste cose, mi vien da pensare che forse eravamo un tantino in anticipo sui tempi. La chiave di lettura primaria del volume era però quella legata ai testi e alle fotografie e pertanto di facile presa sul grande pubblico. Questo il motivo principale che ne decretò il successo.

Da allora sono passati quasi trent’anni, pensi se ne potrebbe fare una nuova edizione?

Mah… Sarebbe bello proporre una serie di nuovi itinerari e magari in appendice raccontare ai lettori, anche con immagini, come si sono trasformati quelli descritti nella prima edizione. Sarebbe una lavoro a doppia valenza, una prettamente ludica, di tipo turistico-culturale e l’altra storica perché darebbe conto delle trasformazioni positive o negative subite dal territorio.

A che punto sei con il sito dei rifugi europei?

Diciamo buono, ma il lavoro è tanto e a volte mi domando se e quando ne vedrò almeno una fine soddisfacente per me.

Quali sono le sue principali caratteristiche?

L’idea viene da lontano. Ho sempre avuto un’innata passione per i collegamenti. Mi spiego: fin  da piccolo mi sono sempre divertito a trovare analogie e collegamenti fra cose anche apparentemente distanti fra loro. Ancor di più mi divertiva e mi diverte esaltare tali collegamenti in modo che siano reciprocamente funzionali per le cose che uniscono. A questo aggiungi la passione per la montagna, le mie scelte professionali, l’avvento di internet e ottieni gli ingredienti base del progetto. Da tempo navigando mi ero reso conto che le notizie riguardanti i rifugi si limitavano all’area geografica dove questi erano collocati. Pertanto se si voleva ad esempio fare una traversata fra due rifugi siti in aree geografiche limitrofe, ma poste in province, regioni o nazioni diverse, bisognava fare una doppia ricerca.

Così mi è venuta l’idea di metter tutti i rifugi ed i bivacchi in un unico sito. Sono partito con Provincia di Sondrio ed Engadina, poi mi sono allargato alla Lombardia ed infine ho pensato di fare un sito che contenesse tutte le strutture, gestite e non, delle Alpi. E’ dunque un sito transnazionale, di livello europeo, che dà informazioni sui rifugi ed i bivacchi di tutte le nazioni appartenenti alla catena alpina mediante un facile sistema di ricerca e schede informative. Oggi, anche grazie ad un finanziamento Interreg, stiamo potenziando il sito sia a livello di programmazione, sia a livello di ricerca e di grafica. Tieni conto inoltre che l’area di confine fra Lombardia e Svizzera sarà presto disponibile in quattro lingue diverse.

Ora date le numerose richieste giuntemi, ho in animo di inserire quanto prima possibile anche i rifugi ed i bivacchi dei nostri Appennini e delle isole.

Fino ad oggi, Interreg a parte - che è destinato però solo ad un’area geografica ben precisa - il resto del lavoro è stato fatto in totale economia se non per puro spirito volontaristico. Quello che mi facilita è la disponibilità di un archivio bibliografico e informatico, il mio, che è sicuramente fra i più completi d’Italia.

 Hai già in mente un prossimo lavoro?

Al momento sto lavorando con Michele Comi al progetto per le celebrazioni del 150° anniversario della prima ascensione al Monte Disgrazia compiuta dagli inglesi nel 1862. Abbiamo appena istituito il comitato esecutivo e stiamo cercando sponsorizzazioni un po’ ovunque, ma soprattutto sul territorio. Siamo partiti con molto anticipo sia perché in tal modo un eventuale sponsor ha più tempo per essere informato e pensare ad una sua eventuale adesione, sia perché fra le iniziative abbiamo in animo anche l’edizione di un libro storico e illustrativo su questa importantissima cima. Il Disgrazia è, infatti, la più alta vetta della Provincia e della Lombardia: tutte le altre vette di maggiore altezza si trovano lungo la linea di confine provinciale o nazionale e sono quindi divise con i nostri vicini.

Fra gli sponsor che per ora hanno già dato la loro adesione voglio ricordare in particolare l’importante presenza del Credito Valtellinese.

Recentemente alcuni episodi curiosi mi hanno indotto a pubblicare su facebook una serie di foto con le quali ripercorrevo la mia vita. L’inaspettato successo che ho avuto mi ha finalmente indotto al passo che da alcuni anni stavo meditando e cioè quello di preparare una serata imperniata sulle mie esperienze e di scrivere una sorta di biografia. Accanto a questa idea sta prendendo corpo anche quella che riguarda la pubblicazione dei miei scritti più riusciti; si tratta di racconti su diversi argomenti, fiction, interviste reali o “impossibili” a grandi alpinisti, ricostruzioni di vicende storiche.  Mi sa che c’è troppa carne al fuoco… Vedremo… Vedremo…

LA FESTA DEI TUOI 40 ANNI DI ALPINISMO

Quarant’anni sono un lasso di tempo che ho stimato facendo partire la mia vicenda dal momento in cui mi iscrissi alla Scuola Bombardieri. In realtà sarebbero di più. Beh, la storia dei quaranta di alpinismo m’è venuta in mente parlandoti. Direi che, per autofesteggiarmi, la serata e l’eventuale libro saranno più che sufficienti. Insomma è una faccenda che riguarda più la mia sfera privata che quella pubblica e che non voglio enfatizzare.

C’è un concetto che vorresti far passare, che le domande non evidenziano?

Sì. Con riferimento ai miei punti di vista ambientali voglio dire che andrebbero letti solo come considerazioni in massima parte generali e non come accuse specifiche. Come l’acqua, le cose sono fluite ove era più facile scorrere e l’impeto iniziale ha trasportato un po’ tutti. Sottolineo però che il contesto attuale, compresa la palude in cui si sono fermate le acque, è frutto di una cultura che non mi appartiene. L’unica cosa che posso fare è suggerirne le storture, ma ci devo convivere. Per questo motivo, ad esempio, guardo quasi con perverso piacere la devastazione che le cave stanno producendo in Val Malenco, area Franscia. Se questo è quello che si vuole… Potrà anche dispiacermi, ma mi adeguo al detto cinese “Se il mondo è in ordine, vi si può partecipare; se il mondo è in disordine, bisogna farsi tollerare”.