Alessandro Volta fra le cime

Per il giornale L'Ordine

Ultimo aggiornamento il: 20/05/2018 09:03:02


Alessandro Volta fra le cime

Alle soglie del venticinquesimo anno dalla fondazione, nel 1875, la Sezione di Como del Club Alpino Italiano era diventata una delle più attive, vantando una direzione saggia e di elevata preparazione culturale. Si avvicinava la fine del secolo e due date importanti erano in stretta concomitanza: i cinque lustri della Sezione e il centenario dell’invenzione della pila da parte di Alessandro Volta. Tutta a città lariana era in fermento per le commemorazioni voltiane e il CAI non voleva essere da meno. Il notevole successo che in quegli anni stava riscuotendo l’alpinismo, attività non più appannaggio solo dei ceti abbienti, stava favorendo il sorgere di un numero sempre maggiore di rifugi alpini per ospitare le affollate comitive di appassionati della montagna. In quasi tutte le maggiori vallate, ai piedi delle vette più celebri e ambite, il CAI aveva fatto costruire delle capanne, ma restavano scoperte ancora molte interessanti zone, trascurate dalla prima ondata del pionierismo alpino. Sotto la guida del suo presidente, avvocato Michele Chiesa, la Sezione comasca decise dunque di costruire un rifugio in una delle aree meno frequentate del Masino-Bregaglia: la Valle dei Ratti. Sicuramente per chiunque risalga le sponde lariane, la elegante sagoma del Sasso Manduino, fortezza lontana e inaccessibile, desta stupore e fascinazione. Anche chi alpinista non è, difficilmente può sottrarsi a quell’imponente bastione granitico che sorveglia l’Alto Lario alla confluenza fra Valtellina e Valchiavenna. Una capanna nel circo terminale della Valle dei Ratti, sulla cui cresta spartiacque s’alza anche l’importante Pizzo Ligoncio 3033 m, sarebbe stata di grande utilità, facilitando anche il collegamento con le limitrofe valli del Masino. L’opera si sarebbe dovuta completare per il 1899, anno delle celebrazioni voltiane, con inaugurazione ufficiale per l’anno successivo, nel venticinquennale della Sezione. I primi rilievi furono condotti dallo stesso avvocato Chiesa che, con due compagni, si recò sul luogo il 4 giugno 1899. Dopo ben sette ore di marcia i tre giunsero all’Alpe Talamucca ove… “si pernottò nella baita della nostra guida Oreggioni Battista, che pure era con noi assieme al fratello Pasquale, ed al mattino del giorno 5 ci demmo a percorrere l’amplissimo anfiteatro terminale della valle, in cerca del luogo adatto per la progettata costruzione. Di comune accordo si abbandonò la località detta “Pomello”, già indicata dalla comitiva che fece l'anno scorso la salita del Pizzo Ligoncio, e si scelse invece un bel posto nel centro dell'anfiteatro, a circa 2300 metri, in modo da mettere ben in vista, a chi sale, il nuovo rifugio, e da rendere agevole la salita di tutte le vette che coronano la Valle dei Ratti. Fissata la località, coll'aiuto della bussola, tracciammo la linea della facciata orientata perfettamente a mezzogiorno, e poi, tanto per impiegare il resto della giornata, demmo la scalata ad uno spuntone roccioso ergentesi maestoso sopra l'alpe di Talamucca, a levante del Manduino. Tre ore di buona arrampicata su solidissima roccia granitica ci condussero, per l’erto costone avanzantesi nella valle, alla vergine punta, costituita da un grosso lastrone sporgente in costa dal massiccio del monte, e su di esso fu mestieri porsi a cavalcioni. Qualche metro più basso, dove fu possibile fermar le pietre, costruimmo un piccolo ometto, ed a ricordo della salita lasciammo un biglietto scritto a matita avvolto in un guanto di pelle. A questa nuova punta fu dato il nome di Volta.”

Come spesso accade, costi superiori al previsto obbligarono ad una revisione del progetto inziale, redatto dall’Ingegner Enrico Mariani; tuttavia, poiché a causa del lunghissimo avvicinamento, le vette della Val dei Ratti restarono sempre una meta poco ambita, nonostante il ridimensionamento la capanna risultò più che adeguata. L’inaugurazione si tenne con grande partecipazione di soci, nei giorni 7/8/9 settembre 1900 e i festeggiamenti si conclusero presso l’Hotel Terme Bagni di Masino, raggiunto attraverso il Passo della Vedretta con discesa nella Valle dell’Oro. Confrontando la locandina stampata per l’evento e altre foto d’epoca non si può che restare un po’ meravigliati di come, a differenza di molti altri rifugi, la struttura del Volta sia ben poco cambiata in quasi centovent’anni di onorato servizio. Ma, come detto, la Val dei Ratti è solo per gli amanti delle grandi solitudini selvagge, dove ancora si possono incontrare dimensioni e atmosfere che in altre zone più famose si son perse. Negli anni successivi, gli alpinisti comaschi trovarono qui un terreno d’azione di enorme interesse, ma il periodo alpinisticamente più fecondo si ebbe sul finire degli anni 30 del novecento, con le imprese dei giovani milanesi, Parravicini, De Simoni e dei fratelli Tagliabue.

E Alessandro Volta alpinista? Di lui che sappiamo? A questo aspetto del grande comasco, dedica ben 75 pagine del Bollettino CAI 1899, il celebre scienziato, alpinista e uomo politico Mario Cermenati di Lecco. Lo sforzo è lodevole, ma il risultato non molto convincente. D’altra parte il Volta visse in un periodo storico dove ancora di alpinismo non si parlava e le Alpi erano considerate più che altro un fastidioso ostacolo fra Nord e Sud. Eppure proprio in quegli anni stava nascendo una nuova considerazione verso questi territori, con l’affermarsi della visione romantica del sublime, dell’orrido e grandioso, che in particolare la natura della montagna sapeva offrire a piene mani. Se il suo contemporaneo Wolfgang Goethe descrive rapito le montagne come “Quelle scene della natura, sublimi, incomparabili” che “saranno sempre presenti nel mio pensiero…”, più cartesiana è la visione del Volta che, durante il passaggio del Gottardo, descrive, “le altissime rupi scoscese e diroccate, i massi incavati e pendenti che minaccian rovina, i gran pezzi già divelti e portati al basso, onde sorgono ammassi immensi di rottami ammontati, il fracasso e l’inabissamento delle acque nelle cupe voragini della valle dirupata…” Il suo pensiero è tutto per l’indagine scientifica anche se traspare chiaramente un profondo coinvolgimento emotivo, “il complesso e l’aspetto di tali cose offre ai sensi sopraffatti, ed alla meditazione profonda che succede, argomenti parlanti della estrema vetustà di questo nostro globo. Cosi è; quelle alte cime e le parti superiori della valle hanno un’aria di decrepitezza che ferisce lo sguardo, e che è impossibile di non ravvisare… Nel mentre che tutta l'anima è assorta da tale meditazione, e compresa da grandi oggetti, l’occhio è anche incantato… dalle prospettive terribili insieme e maestose de' dirupi, delle superbe cascate, del fiume medesimo, che allato della strada sovente angusta e rovinosa, e sotto d'essa, alla profondità quando di 300, quando di 500 e più piedi, mugge orribilmente e spumeggia…”

Dunque, se per alpinismo intendiamo quell’attività che ha nell’esplorazione di valli, ma soprattutto di cime e pareti, la sua motivazione principale, appare difficile parlare di un Volta alpinista. Nelle sue numerose traversate alpine, raramente egli si allontanò dalle strade e solo in un’occasione raggiunse una cimetta nei pressi del San Gottardo; tuttavia fu senza dubbio sfiorato dai primi tenui bagliori della nascente passione per i cimenti fra le vette ed ebbe rapporti con alcuni personaggi che ne vengono considerati i precursori. Conobbe personalmente Déodat de Dolomieu, lo scienziato da cui presero il nome le Dolomiti, e certamente era informato dei lavori di Von Haller e Deluc. In particolare, Volta fu amico e collaboratore dello scienziato ginevrino Horace Benedict De Saussure, il patrocinatore della prima ascensione al Monte Bianco che l'8 agosto 1786, vide in vetta Jacques Balmat e Michel Gabriel Paccard. Colui che è riconosciuto come l’ispiratore dell’alpinismo giungerà in vetta un anno dopo, con una folta schiera di aiutanti e guide, compiendo la terza salita assoluta e per onorare l’impresa e il suo esecutore, Alessandro Volta scrisse persino un poemetto di cui fece dono al De Saussure.

Oggi il rifugio Volta resta un vero nido d’aquile e sebbene sia stato ristrutturato e migliorato non ha un servizio di accoglienza con gestore. Pertanto chi sale lassù, più o meno con la stessa fatica dei pionieri, deve provvedere all’occorrenza e informarsi sulle condizioni della struttura presso la famiglia Oregioni di Verceia (tel 0343.39690 - cell. 340.6647284). La capanna sorge in un ambiente selvaggio e solitario che piacerebbe anche all’inventore della pila, il quale di sicuro non potrebbe trattenere un moto di meraviglia vedendo come, per illuminare le stanze, si ricorra a piccoli pannelli, detti fotovoltaici, che, catturando i raggi del sole, li trasformano in energia elettrica.

A titolo di curiosità segnalo infine che per poco più di un anno i rifugi dedicati ad Alessandro Volta furono due: nel 1899 un gruppo di alpinisti erbesi ne eresse uno sulla vetta del Monte Palanzone. Quest’ultimo, però, andò prestissimo in rovina e fu ricostruito un centinaio di metri sotto la cima, prendendo il nome di Rifugio Popolare del Palanzone, prima, e Rifugio Carlo Riella poi.