La bellezza dell'artificiale

Pubblicato su Intelligenza Artificiale

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 20:50:46


La bellezza dell'artificiale

C'è stato un periodo della mia vita fra rocce in cui la scalata artificiale mi piaceva, ma mi piaceva proprio. Forse brandivo chiodi e staffe perché non ero un bravo scalatore in libera, ma c'è da dire che fin da piccolo amavo dare martellate e poi, allora, quel tipo di scalata era di moda. Tuttavia credo che lo facessi di più per una serie di sensazioni che mi regalava quel genere di arrampicata. Trovavo nell'artificiale un modo assai efficace per entrare in contatto con l'ambiente che mi circondava e con me stesso: in fin dei conti una tecnica di meditazione. La lentezza della progressione offriva il piacere di percorrere centimetro per centimetro la roccia, permettendo di osservarne ogni minima particolarità, colore, calore, odore, asperità, incrinature; e poi anche tutto il mondo vivente aggrappato a essa, i licheni, le erbe, magari qualche tenace alberello e poi i minuscoli animali che sgambettavano, noncuranti, su e giù per la parete, gli opilioni mollemente appiccicati a testa in giù nelle rientranze; infine c'ero io, essere alieno, visitatore di quel mondo poco ospitale per un bipede.
Se si vuole realmente entrare nell'anima di una parete non credo ci sia modo migliore di impegnarsi in artificiale, abbandonando ogni "inquinamento" prodotto dal pensiero free climbing, per provare un viaggio spazio temporale completamente diverso.
Si mette l'ancoraggio e, se è precario, lo si prova e riprova, si sale gradino dopo gradino sulla staffa, magari alleggerendo il peso afferrando qualche sporgenza con le mani e appena possibile si mette un'altra "diavoleria" per poterci agganciare la staffa successiva. Magri non ci si fida e allora tocca distribuire il peso un po' sulla staffa sotto e un po' su quella sopra per potersi allungare un po' più in alto. Il respiro è leggero, per sentirsi leggeri, con qualche comprensibile apnea nell'atto di salire sul gradino successivo della staffa, lentamente, molto lentamente. Le lunghe pause alla ricerca dell'ancoraggio giusto, del posto giusto dove metterlo, i tentativi ripetuti più e più volte, le mille astuzie, più una, che si devono escogitare mentre le ore scorrono lente e veloci allo stesso tempo. La concentrazione assoluta che richiede la scalata ti fa quasi sentire come in un bozzolo: sei tu con te stesso e quei pochi centimetri quadrati di roccia, il ferro, il vuoto, forza e delicatezza, nocche sanguinanti, paura e tensione, incertezza. Scusate ma mi è impossibile dar conto esatto di tutto quello che vorrei esprimere.
Forse la più intensa e meno nota delle mie scalate in "artif" è quella del "Diedro di Popi" al Sasso Remenno che feci in solitaria con un paio di tentativi. Stiamo parlando del 1975 o giù di lì; allora il Remenno non era frequentato come oggi, anzi, era raro incontrarvi qualcuno. Non so dire esattamente perché, ma questa via, oggi 7a, è quella che mi torna in mente con maggiore chiarezza e le cui sensazioni mi colpiscono ancora oggi, forse perché la solitudine non ha fatto altro che aumentare le percezioni del momento. Se non sbaglio già alla terza o quarta salita alcune lamette che avevo prudentemente chiodato, si ruppero e tutto divenne molto più difficile. L'ho ripetuta nel 2007 per allenarmi a una nuova esperienza sul Capitan alla quale preferii poi la Norvegia, ma con i friend e gli stopper la storia, per quanto non semplice, è stata tutt'altra.
Paradossalmente la via di cui invece ho meno ricordi è forse quella tecnicamente difficile più, una breve linea che è stata ripetuta solo dopo 39 anni da Fabio Elli: "Ossessione millimetrica". Per fortuna, a testimoniare il fatto, sono rimaste le foto che quel giorno fece Jacopo Merizzi perché ancor oggi stento a credere di essere arrivato in cima al Remenno sano e salvo. Pochi anni fa giusto per curiosità ho tentato anche di ripeterla autoassicurandomi dall'alto: non ho fatto un metro e ho rischiato di prendere il primo knifeblade nei denti! Bisogna però dire che i primissimi KB importati direttamente dagli USA erano delle vere lame di coltello e che negli anni successivi la ditta che ne aveva la licenza di produzione li fece leggermente più spessi. Comunque, lo ripeto, ancor oggi non so chi mi abbia sorretto (letteralmente) lungo quei metri: il nome della via la dice lunga, una volta misurata la penetrazione dei chiodi, quello che era entrato di più l'aveva fatto per cinque o sei millimetri.
L'ultimo dei miei "masterpieces" (scusate l'immodestia) fu il superamento del Tetto del Rondone, la porta che, una volta varcata, sbloccherà la salita della parete Est del Liss del Pesgunfi. Si tratta di una lama rovescia lunga circa 10 metri che superai usando prevalentemente i grossi cunei di alluminio americani, i bong-bong. I cunei erano piantati dal basso verso l’alto e a ogni ancoraggio che mettevo, la lama si allargava, indebolendo la tenuta di quello su cui mi trovavo; inoltre, una sottile crosta friabile copriva la roccia buona. Distribuendo il peso su più staffe, e col cuore in gola, arrivai alla fine del... viaggio, dove la lama piegava all’ingiù e la fessura si allargava al punto da richiedere l’uso del bong più grande; lontanissimo dal primo chiodo buono, mi rendevo fatalisticamente conto che se fosse uscito avrei fatto un volo epocale “sbottonando” senza sforzo tutti gli ancoraggi. La fessura ora iniziava a salire verticalmente e per alleggerire il peso sulla staffa riuscivo già a fare un po’ di opposizione in Dülfer. Velocemente, e alla cieca, "buttai dentro" un incerto excentric passandoci la corda. Appena terminata l’operazione, il cuneo cedette lasciandomi per un attimo goffamente aggrappato alla fessura. Spossato, dopo un po’ di titubanze, fui costretto a caricare l’excentric che mi fu benigno permettendo la soluzione del problema.