Alfonso Vinci

Per il notiziario del CAI Valtellinese

Ultimo aggiornamento il: 20/05/2018 09:00:11


Alfonso Vinci

Credo che l’origine del mio interesse verso Alfonso Vinci sia da rimadare alle radici più profonde del mio io e della mia montagna, della quale fa parte, elemento non principale, anche un percorso d’alpinismo.

Da sempre sono stato attratto più dalle cose in ombra che da quelle chiare, luminose e spesso sfacciate. Ma se questo stato d’animo era sopportabile per un ragazzo degli anni ’60, oggi, messo di fronte al sorriso a tutti i costi, alla spettacolarizzazione spesso volgare, potete immaginare quali pensieri mi attraversino. Essere uomo d’ombra, ma non uomo ombra, non era e non è quindi facile, soprattutto finché, magari disegnando, non scopri che sono le ombre a dar vita alle cose. Allora le cose cambiano parecchio.

Quindi per avvicinarci al nostro personaggio parto da un giovane me stesso ebbro di montagne e desideroso di scalate eroiche che, poiché introvabie, si ricopia a mano la guida Bonacossa del Masino Bregaglia Disgrazia. Senza nessuno sforzo, quella guida in bianco e nero mi parlò subito con le oscure immagini della parete Nord del Pizzo di Prata e ancor più con quella della Nord del Pizzo Cengalo. Inconsciamente seppi subito che quelle erano le mie pareti e per questo, da allora, quasi con un percorso Karmico, a meno di non esservi costretto, fui costretto ad evitare vie famose, pareti famose e ben esposte muraglie solari. Va da se che un simile percorso porta inevitabilmente sulle tracce di alpinisti “strani” che, quando si incontrano sulla carta o in carne ed ossa ti fanno sentire meno solo. Anche Walter Bonatti con le sue salite alla Nord-ovest del Badile, al misterioso pilastro del Cengalo o allo spigolo della Sant’Anna mi aveva detto che, semmai, il mio alpinismo sarebbe stato di quel taglio: non ci fu verso di cambiare e ancor oggi funziona così.

Fra le oscure pareti lontane e neglette scoprii che un certo Alfonso Vinci aveva salito la parete Nord del Ligoncio, il Liss d’Arnasca, poetico nome locale che già evoca arcane atmosfere: era un’altra di quelle pareti nere che mi attiravano. Poi un po’ leggendo e un po’ chiacchierando con amici più esperti venne fuori che quel Vinci aveva salito un'altra meravigliosa struttura del Masino che mi aveva affascinato: lo spigolo meridionale del Cengalo. Questa volta niente ombre, ma che meravigla: in qualche modo il disegno di quella cresta mi raccontava in chiave diversa le stesse cose delle pareti oscure. Era una meraviglia di equilibrio ed eleganza, un merletto disegnato nel granito ocra, una gotica struttura degna delle più elaborate cattedrali ove ogno guglia, ogni proprozione non è lasciata al caso ma inquadrata in un codice superiore che, sebbene sconosciuto ai più, eppure parla.

Sullo spigolo Vinci, salita allora ancora appannaggio di pochi, ebbi modo di apprezzare anche la bravura dei salitori perché già la partenza del primo tiro diffcile era un bel problemino.

Alfonso Vinci è stato un personaggio particolare in tutti i sensi e in ogni campo dove ha operato, professionale o ludico, ha lasciato un segno originale ed importante.
Non sappiamo se siano state le montagne e le scalate su roccia spingerlo verso la geologia o viceversa, comunque è sulle rocce delle Alpi che restano alcuni dei segni più forti di questo personaggio.
Valtellinese di nascita e comasco d'adozione, in giovinezza, Vinci s'appassionò alla scalata entrando in contatto con il difficile e verticale mondo calcareo delle Grigne dove “si fece le ossa”. Ma il ricordo delle grandi muraglie di granito della sua Val Masino lo riportava spesso fra queste cime ove doveva risolvere alcuni dei maggiori problemi alpinistici del suo tempo. Granito e dolomia, per lui non faceva molta differenza e come scalatore seppe dar prova delle sue grandi doti su entrambi i terreni. Anche se non lo ha mai detto, non è neppure da escludere che egli fosse un po' in competizione con altri grandi del suo tempo nonché vicini di casa, fra cui Mario Molteni di Como e Riccardo Cassin di Lecco. Tuttavia Vinci seppe scegliersi delle mete che, per quanto ambite e di primo piano, erano considerate troppo difficili o si trovavano in aree talmente remote da essere sfuggite fino ad allora agli occhi degli scalatori.
La prima grande scalata di Vinci fu quella alla parete Ovest del Castello delle Nevere, verticale parete di dolomia giallastra che precipita per 800 metri, in un angolo recondito della Val Corpassa, nel gruppo del Civetta. Fu una scalata assai difficile, sia per la cattiva qualità della roccia sia per le elevate difficoltà tecniche, che tenne impegnati Vinci ed i suoi compagni Riva e Giacomelli per ben due giorni, fra il 18 e il 19 agosto 1936.
Val Masino, estate 1938. Da poco si erano spenti i clamori sulla grande impresa di Cassin, Esposito, Ratti, Molteni e Valsecchi che l'anno prima, in una tragica ascensione, avevano superato la grandiosa muraglia Nord-est del Pizzo Badile. Il silenzio era tornato nel Masino e l'epica impresa sembrava aver momentaneamente distolto la competizione alpinistica da questi monti. Simile alla parete del Badile, ma celata in fondo alla selvaggia Valle d'Arnasca restava inviolata la nera parete granitica del Pizzo Ligoncio.
In due giorni di dura scalata Alfonso Vinci e Pietro Riva raggiunsero la cima tracciando una via di VI° grado che per molti anni restò fra le più difficili e misteriose del massiccio e di cui si contano ancor oggi poche ripetizioni.
Ma l'anno di Alfonso Vinci doveva essere il 1939. Nel mese di luglio, assieme a Bernasconi, Vinci si reca nella Valle di San Lucano per affrontare l'altissima ed inviolata Ovest dell'Agner, 1500 metri di bianca e compatta dolomia verticale. In due giorni di durissima scalata parte in parete aperta, parte in profondi camini, i due compagni giungono in vetta di quella che per molti anni sarà una parte ambita, tentata, ma ben poco ripetuta.
Quella stessa estate Vinci tornava nel Masino per compiere la sua scalata più bella. Dalla nevosa e tondeggiante calotta sommitale del Pizzo Cengalo si stacca verso meridione una lunga cresta di granito giallastro elegante ed ardita. In molti punti le sue architetture ricordano quelle di una cattedrale gotica e come quelle appaiono vertiginose e delicate. Molti avevano provato, ma invano, a salire questa cresta il cui ultimo tratto era talmente difficile e liscio da diventare presto un prelibato boccone per i cacciatori di prime. In un epica giornata estiva Vinci e Riva riuscirono dove tutti avevano fallito e quello che oggi è il celeberrimo “Spigolo Vinci”, una delle più belle ed estetiche scalate al mondo, resta un autentico pezzo di bravura e di audacia estrema.
Sempre nel 1939, i due, assieme a Bernasconi, ebbero ragione dell'inviolata e vicina parete Est di Punta Sertori. Si tratta forse di una scalata minore, ma ancora una volta il problema scelto e la sua estetica perfetta ci ricordano lo stile e la sensibilità di chi lo concepì. Per inciso questa ascensione è tutt'oggi senza ripetizioni.
Le successive ascensioni compiute da Vinci nelle Ande sono da considerarsi più che altro di alto valore esplorativo e geografico. Il suo nome, infatti, resterà sempre indelebilmente ricordato soprattutto per quelle poche, ma eccezionali imprese compiute sulle Alpi in una breve e vorticosa cavalcata durata solo tre anni.