Walter Bonatti nel Masino Bregaglia

Per Meridiani Montagne

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 18:40:19


Walter Bonatti nel Masino Bregaglia

9 agosto 1973. Siamo lentissimi; un po’ perché in tre le manovre richiedono più tempo, ma soprattutto perché la via non è per nulla facile. Il pomeriggio si sta facendo sera, il grande diedro della via è sotto i nostri piedi, ma siamo ancora appesi su questo granito verticale in cerca di un’uscita. Le nebbie ci stanno avvolgendo e Carlo sembra in difficoltà. Passano ancora molti minuti e la situazione si fa scocciante: un bivacco su una via di poche centinaia di metri sarebbe il colmo. Alla fine, dal capocordata parte il suggerimento che io tenti di superare la compatta placca sopra la sosta che lui aveva evitato ritenendola, a ragione, improteggibile. Inorgoglito e timoroso mi concentro un attimo e parto, Carlo ed Elena mi assicureranno sulle rispettive corde. I ricordi riaffiorano vaghi: la compattezza del granito, i miei scarponi che “s’aggrappano” ai cristalli di feldspato e infine, dopo una ventina di metri, la gioia di una cengia. Walter Bonatti e Roberto Bignami percorrendo per primi lo spigolo Nord-est del Torrione di Zocca, erano passati per quella placca? Probabilmente sì. Caspita che bravi! Eppure, per sua stessa ammissione, Bonatti non ne fu troppo colpito: «La salita dello spigolo fu parecchio impegnativa ma, anche se difficili, le arrampicate si assomigliano un po' tutte. E' così che della Zocca, salvo un passaggio strapiombante sotto al grande tetto che si vede bene anche dal rifugio e un altro passaggio più in alto… non mi restano dei ricordi particolarmente vivi».
Nei vent’anni che ci separavano dai primi salitori poco o nulla era cambiato nelle alte vallate del Masino, qualche rifugio, era stato migliorato, la strada per San Martino era ora asfaltata e un nuovo orribile ponte aveva sostituito quello di pietra che immetteva nella piazzetta del paese. Nel fondovalle qualche pianta stava iniziando timidamente ad occupare i prati, primo segno del loro prossimo abbandono. I fianchi della vallata, erano assai meno verdeggianti, così come pure quelli della Val di Mello che, pur bellissima, ancora non era entrata nelle nostre coscienze ed era solo un noioso punto di transito verso l’alto. La vicinanza di questo vero e proprio regno del granito a Milano e a Monza, lo aveva reso meta preferita dei migliori scalatori lombardi del dopoguerra e prima di trovare la “sua montagna” sul Monte Bianco, Bonatti aveva frequentato molto questo massiccio, mostrando già dagli esordi la sua particolare inclinazione verso obiettivi remoti, selvaggi e misteriosi. Logicamente il grande scalatore rivolse subito le sue attenzioni alle grandi pareti settentrionali del Badile e del Cengalo, ma l’ormai “inflazionata” via Cassin sulla Nord-est del Badile non era quello che cercava; meglio la elegantissima parete Nord-ovest, percorsa dalla via Castiglioni-Bramani o il vicino ed imponente pilastro Nord-ovest del Cengalo, il cui scudo di placche compatte era diventato un leggendario test che nessuno, a parte i primi salitori del 1937, era più riuscito a risolvere.
Il racconto di queste scalate, realizzate fra il 1949 ed il 1950, occupa le prime pagine di “Le mie montagne” e ancora oggi ci rimanda intatto il fascino e la selvaggia atmosfera che Walter trovò fra queste vette e che seppe magistralmente descrivere. Valli remote, accessi complicati, pareti gigantesche, ghiacciai allora assai più tormentati di oggi, un alpinismo di vera esplorazione dove una semplice marcia di avvicinamento poteva comportare ore e ore di duro cammino. Fu così, ad esempio, per l’incredibile seconda ripetizione della parete Nord-ovest del Badile. Un po’ per mancanza di denaro, un po’ perché privi di passaporto, Bonatti e Camillo Barzaghi scelsero di entrare in Bondasca partendo dai Bagni di Masino, cosa che richiese loro ben 18 ore di cammino! Dopo tutta quella fatica, ben pochi avrebbero avuto la forza di proseguire, ma non i due Pell e Oss che, uno dopo l’altro, con una caparbietà straordinaria, ebbero ragione tutti gli ostacoli: una partenza su parete completamente ricoperta di ghiaccio, una gigantesca frana alla quale sopravvissero miracolosamente indenni, un mare di placche su cui misurare la tecnica d’aderenza loro sconosciuta e infine, dopo il bivacco, una bella nevicata a rendere problematico l’arrivo in vetta.
Memore del disastroso avvicinamento dell’anno prima, nel 1950 Walter tornava in Bondasca, ma questa volta seguendo la via più “breve”. Ciò non toglie che allora, per arrivare alla Capanna Sciora o al baitello di Sasc Fourà, non ancora rifugio, si doveva partire da Bondo, impiegando almeno quattro ore di marcia. Diversamente da quello della parete Nord-ovest del Badile, il racconto della prima ripetizione dello spigolo Nord-ovest del Cengalo ci trasmette un profondo senso di pace e di intima comunione dell’autore con la natura primordiale di queste montagne. Una salita fatta con serenità, senza fretta, senza patemi, prendendosi persino il tempo di fare un’ardita traversata per raggiungere una bacinella naturale dove, placata la sete, gli alpinisti si godettero un pediluvio.
Nel 1950 tutti i grandi spigoli della Val Bondasca erano stati saliti; tutti tranne il più ostico e complesso, lo spigolo Nord della Punta Sant Anna. Per quel problema le tecniche utilizzate su granito negli anni ’30 non erano sufficienti: bisognava avere grande confidenza con chiodi e staffe, dote che, assieme alla lungimiranza nella scelta degli obiettivi, non mancava certo a Bonatti che, con Piero Nava, si aggiudicò la prima importante via nuova della sua vita.
Sasc Fourà era un piccolo baitello che gli alpinisti usavano come base alternativa alla Capanna Sciora, utile soprattutto per le salite allo spigolo del Badile e alle pareti del bacino di Trubinasca; non c’era gestore e quando il poco spazio interno era già occupato, si dormiva sull’erba. Per penetrare nel recondito angolo della Bondasca dove sorge la Sant Anna, è necessario superare un ripido, intricato bosco; oggi c’è un sentierino, ma allora era una “jungla” che celava “… misteriose buche mascherate da foltissima e grassa vegetazione, gocciolante di rugiada”. Giunti alla base dello spigolo, gli scalatori sostarono un attimo per vedere meglio… “quei primi 300 metri di pilastro arrotondato, maledettamente liscio e impressionante”. Sembrava una colonna gigantesca messa lì a sfidare l’ardimento umano…” Il superamento della prima parte dello spigolo richiese tutto un giorno di dura arrampicata ma, dopo uno scomodo bivacco, l’ultimo grande problema della Bondasca era risolto.
Nell’estate del 1953, Bonatti si dedicò alle cime della Val Masino aprendo tre vie nuove in rapida successione con l’amico Roberto Bignami: il 24 maggio la parete Nord della Punta Fiorelli, il 7 giugno lo spigolo Sud del Picco Luigi Amedeo ed il 21 lo spigolo Nord-est del Torrione di Zocca. Solitamente si arrivava a San Martino in corriera o in moto, percorrendo la stretta strada sterrata. Tuttavia grazie alla condizione agiata di Bignami i due potevano salire in auto, come ricorda lo stesso Bonatti in quello che probabilmente è il suo primo articolo, scritto in memoria del compagno perito durante la marcia d’avvicinamento al Monte Api. “… la fida macchina di Roberto ci trasportava nuovamente verso la Val Masino... neanche una gomma bucata dopo Lecco riuscì a smontarci. La nostra allegria si manifestò, un po' materialmente forse, con un grande banchetto che ci gustammo in un prato vicino a Colico... Fu così che mangia e bevi, bevi e ridi, quella volta arrivammo al Rifugio Allievi verso le tre del mattino”.
La settimana successiva, con Pericle Sacchi Bonatti saliva infine la parete Ovest di un’inviolata puntina sulla costiera Camerozzo-Moraschini. La meno fortunata fra le poco fortunate imprese del grandissimo alpinista nel Masino-Bregaglia è probabilmente ancora in attesa dei primi ripetitori.
Anche se “fuori zona”, ricordo infine la prima ripetizione del grande canalone glaciale fra gli speroni Kuffner e Bumiller sulla parete Nord del Piz Palù che Bonatti e Bignami compirono il 6 settembre 1953.