Intervista a Patrizio Del Nero

Per ALP

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 18:02:48


Intervista a Patrizio Del Nero

Patrizio, tu vieni da un’esperienza politica piuttosto intensa,  sindaco di Albaredo per anni, vice presidente della Provincia di Sondrio ecc., come ti trovi ora alla presidenza di un ente che per molti aspetti ha caratteristiche  private ?

Sono stato per dieci anni sindaco di Albaredo, il maggiore centro della Valle del Bitto di Albaredo e quindi di una vallata orobica.  Risale a quell’esperienza il formarsi in me della consapevolezza di quanto fosse necessario uno strumento che fosse in grado di tutelare e promuovere quest’area montuosa che aveva conosciuto e ancora conosceva un progressivo degrado e abbandono. Inizialmente, e per ovvi motivi,  l’attenzione era concentrata ai problemi immediatamente più vicini, quelli del mio paese, della mia valle, ma, ben presto, si é estesa a tutto il territorio delle Orobie valtellinesi che sono una tra le più povere aree montane d’Italia. Tutte le nostre vallate, anche quelle anticamente più ricche e antropizzate hanno conosciuto uno spopolamento gravissimo, e con esso il venir meno delle antiche consuetudini, specie quelle legate alla cura dl territorio. La conseguenza più evidente é stato il progressivo emergere ed ampliarsi del degrado ambientale.
Oggi, guardando il Parco dall’alto si vedono delle chiazze che sono principi di frana all’interno del bosco, sono i segni visibili di quanto ho appena detto e l’effetto principale e più eclatante  dell’incuria.
Un tempo invece molta  della ricchezza del versante orobico era generata proprio dall’ambiente che, grazie alle sue enormi risorse naturali,  favoriva un’economia di tipo agro-silvo-pastorale.
Del resto, questa stessa caratteristica naturale  e la grande diversità degli ambienti che i si riscontrano nel Parco ha fatto sì che oggi il comprensorio si trovi ad essere una delle più importanti aree protette d’Europa, con almeno una ventina di specie vegetali di notevole interesse  e spesso endemiche.
E’ in base a queste considerazioni che già  parecchi anni fa si é pensato ad uno strumento per poter frenare il degrado. Fra le tante é’ saltata fuori e ha acquistato sempre più peso un’idea in controtendenza rispetto a quello che si pensava allora comunemente fosse necessario per sviluppare un’area depressa. Era infatti comunemente accettata la tesi che allo scopo fossero necessari interventi di tipo “pesante”, sviluppo dell’edilizia, strade, sfruttamento selvaggi del territorio. Noi abbiamo invece pensato al Parco come strumento di tutela e promozione di un’ecologia umana e cioè d un nuovo patto fra uomo e ambiente fatto di rispettoso sfruttamento delle risorse naturali rinnovabili e di “commercializzazione” del bene Natura. Come potrai immaginare all’inizio l’idea é cresciuta soprattutto con il notevole scetticismo, se non osteggiamento, di buona parte delle popolazioni e degli amministratori locali che vedevano nel Parco uno strumento calato dall’alto ad imporre regole e leggi che avrebbero danneggiato la libertà di movimento dei residenti.
E’ stata dura far passare la nostra linea che si potrebbe riassumere nel motto “Il parco da vincolo a risorsa” e cioè un progetto pensato principalmente per il futuro: 44 mila ettari  di territorio montano e 25 comuni, un’estensione paragonabile a quella del Parco Nazionale d’Abruzzo che, saggiamente guidato, ha dimostrato come un’area protetta possa essere anche fonte di benessere per le popolazioni locali promuovendo l’artigianato,  il turismo ambientale, il recupero delle attività umane. Così si é creato un circuito virtuoso che, cosa importantissima, ha dato nuove e moderne motivazioni agli abitanti per investire sul loro territorio e per pensare in positivo ad una vita nella loro terra non é più vista come arena di sacrificio ma una come risorsa che immette in un nuovo circuito socioculturale ed economico, quello degli anni 2000.
Il risultato principale è che oggi, molti giovani possono per lo meno pensare che all’emigrazione  esiste un’alternativa sicura, quella di scommettere sulle risorse naturali dei luoghi ove sono nati.

A questo proposito ti sembra che ultimamene ci sia stato un cambio di tendenza o ci sono ancora notevoli diversità, a vantaggio di quelli  osteggiano l’idea del Parco?.

Il clima é cambiato. Fino a cinque, sei anni fa molte amministrazioni locali erano contrarie così come lo era  la gente, perché, come in effetti era avvenuto situazioni simili, all’istituzione del Parco, associavano la creazione di nuovi vincoli. Ovviamente questo non é il modo migliore per ottenere  il consenso delle popolazioni locali poiché di fronte a questo spauracchio,  tutti, anche i più avveduti e lungimiranti, sono portati, e non a torto ad investire le loro energie contro l’istituzione di un’area protetta e non certo a favore. Poi a seguito di una serie infinita ed estenuante di incontri pubblici siamo riusciti a dimostrare alla gente che il Parco può favorire  le attività e la vita dei residenti poiché nelle normative che regolano la vita nel suo interno vi sono anche notevoli facilitazioni burocratiche che semplificano le cose.
La prima cosa era quella di evitare che la nostra bella idea si trasformasse in un pastoia burocratica anziché un’occasione di un nuovo modo di amministrare semplice e al tempo stesso rigoroso. Credo che questa sia stata una delle armi più importanti che ci hanno fatto raggiungere il traguardo; oggi il residente nel territorio del Parco ha in molti casi maggiori facilitazioni di prima. Ad esempio, mentre fino a qualche anno fa per ottenere un’autorizzazione si rivolgeva a 4 enti diversi, oggi ne ha di fronte uno solo, e lo stesso atto viene rilasciato in meno di 35 giorni tutelando al tempo stesso il rigoroso rispetto dell’ambiente e dei luoghi. A mio parere è un modo di amministrare che andrebbe diffuso ed incrementato anche per le normali procedure burocratiche su tutto il territorio  nazionale.
Così, siamo giunti ad oggi dove non c’é più un comune contrario all’idea ed i giovani amministratori hanno cominciato a pensare di utilizzare in positivo lo strumento Parco anziché boicottarlo. Ed é una grande cosa.

Che cosa avete pensato per il recupero delle valenze economiche locali? E quali attività si vogliono incentivare, visto che esiste un settore occidentale antropizzato e più disponibile ad una cultura agro-silvo-pastorale ed uno orientale selvaggio e meno popolato?

Gli interventi sono molteplici poiché per le Orobie si parte quasi da zero visto che, salvo rare eccezioni, non hanno mai conosciuto un vero e proprio turismo pur avendo tutte le caratteristiche per essere una delle più grandi aree di wilderness ancora esistenti sulle Alpi.
Per prima cosa abbiamo pensato che fosse necessario un sentiero alto che collegasse trasversalmente tutte le vallate del territorio percorrendo tutta la catena da Colico all’Aprica (60 km).  Attorno a questa “spina dorsale” si formerà quello che abbiamo definito “circuito di fruibilità”, formato dai sentieri di arroccamento che, dal centro abitato di ogni valle, salgono ad innestarsi all’Alta Via e dai “percorsi” naturalistici ed etnografici.
Si tratterà quindi di por mano all’individuazione, o, in molti casi, alla reindividuazione dei tracciati , al loro ripristino ove necessario e poi alla loro segnalazione.  Si è poi provveduto ad individuare dei punti tappa e pernottamento ottenuti dal recupero e dalla ristrutturazione di vecchie baite.
Ogni centro di valle avrà il suo parcheggio, con un punto attrezzato, un punto informazioni e un centro visita del Parco, il tutto possibilmente ottenuto mediante il recupero di edifici pubblici dismessi, in primo luogo delle scuole.  In alcuni casi, la “casa del Parco” potrà avere anche un minimo di ricettività alberghiera e un servizio di ristorazione . Oltre agli interventi sui sentieri, sono previste 33 aree attrezzate  e 15 strutture ricettive. In totale fra rifugi e strutture recettive di fondovalle prevediamo di mettere a disposizione  600-700 posti letto.
In quota i rifugi più grandi già esistenti ed in aree particolarmente importanti saranno affidati ad un gestore che si preoccuperà del servizio d’alberghetto e del controllo del territorio. Le baite recuperate  su percorsi di trekking avranno tutte le dotazioni necessarie per un punto tappa, cucina  o fornello a gas, cuccette, pronto soccorso, ma non saranno gestite, lo stesso dicasi per i bivacchi.
Fra l’altro, vista la particolare vocazione del territorio, stiamo pensando ad indicare in qualche modo anche i più importanti punti di percorrenza invernale per lo sci alpinismo.
Abbiamo poi provveduto ad attrezzare degli itinerari a carattere alpinistico, per lo più facili percorsi resi più sicuri dalla presenza di catene, che siano adatti a chi voglia uscire dai “soliti” sentieri.  Ma a questo proposito stiamo pensando anche ad altri interventi di valorizzazione del patrimonio alpinistico estivo ed invernale delle Orobie. Il tutto deve essere realizzato nel più completo rispetto della montagna e della natura: vogliamo rendere sicure  certe salite ma non farne delle “ferrate”.
Entro la fine del ‘97 dovrebbe essere ultimato anche un altro importante progetto, quello dell’osservatorio eco faunistico dell’Aprica. Si tratta di un’area delimitata di territorio alpino in zona Monte Palabione con una superficie di 200.000 metri quadrati entro la quale possono essere viste tutte le specie faunistiche del Parco. La diversità rispetto ai soliti recinti faunistici presenti altrove è data dall’enorme superficie interessata,  e dalla presenza di un sentiero che partendo dal centro abitato porterà nell’area in questione. Qui, attraverso alcune postazioni mimetizzate, l’accompagnatore potrà fare vedere ai turisti i vari esemplari di fauna alpina presenti nel Parco.
Abbiamo poi in corso di realizzazione quattro iniziative volte all’educazione ambientale. Tre si riferiscono a dei “sentieri didattico ambientali” che si realizzeranno  in ogni settore del parco. Si tratta di percorsi scelti appositamente  per gite didattiche, ad esempio organizzate dalle scuole, ove sia possibile incontrare e quindi avere conoscenza delle maggiori attrattive naturalistiche del Parco.
La quarta iniziativa é un laboratorio ecologico di interpretazione ambientale, un po’ come quelli già presenti nei parchi americani.
Infine é prevista la realizzazione di un Centro Didattico Ambientale che avrà sede nella Valle del Bitto di Albaredo e avrà la funzione di “scuola verde” per le attività di ricerca e formazione delle  aree protette della Regione Lombardia.
Evidentemente perché questa complessa macchina possa funzionare c’è anche bisogno di risorse umane. Allo scopo abbiamo impostato un corso di formazione per quella figura polivalente di operatore che secondo noi dovrà essere il principale gestore attività e che dovrà essere in grado anche di avere competenza nel settore turistico. Non sarà però un operatore pubblico ma privato. Il politico,  l’ente pubblico deve farsi carico della proposta, della progettazione e della promozione. Eventualmente incentiva economicamente il lancio di un’iniziativa, ma poi la gestione economica delle varie attività dovrà essere di natura privatistica. Si tratterà di imprese di tipo individuale  o associativo.

E per quanto riguarda l’incentivazione e la valorizzazione delle produzioni tipiche locali, bitto, pezzotti etc. esistono progetti?

Stiamo lavorando avvalendoci anche dei finanziamenti Interreg della CEE. Abbiamo avviato un programma Agro ambientale con cinque alpeggi pilota che hanno già una produzione tipica perché nel Parco si produce il celeberrimo Bitto, formaggio grasso d’alpe. Allo scopo lavoriamo a 360 gradi con lo scopo di valorizzare al massimo la tipicità del prodotto per incentivarne la produzione  e la commercializzazione e creando al tempo stesso i presupposti per la nascita di un tipo di turismo che possiamo definire  “agro-ambientale”.  Negli alpeggi pilota, la Casera e cioè il luogo di produzione verrà trasformato abbinandovi una struttura ricettiva,  e degli spazi di degustazione e commercializzazione  del formaggio e, magari, di altri prodotti tipici d’alpe fra cui le essenze.

Tra l’altro stiamo discutendo l’utilizzo del fieno ai fini terapeutici, ci stiamo pensando.

Per quanto riguarda le zone più a bassa quota stiamo lavorando all’individuazione di aree poste verso quota 1000 m che si prestino alla produzione della frutta minore, lamponi, fragole, mirtilli ecc. per il suo utilizzo e la sua commercializzazione nel periodo estivo. La Val Tartano ha sperimentato da tempo l’utilizzo degli alpeggi abbandonati per la coltivazione delle erbe officinali, mi pare in almeno tre alpeggi. Le erbe vengono raccolte e fatte essiccare poi vengono elaborate, in parte direttamente in loco ed in parte in un laboratorio maggiormente attrezzato. Questa é un’altra importante opportunità e la prova di come si possano ricreare nuove prospettive economiche per luoghi che altrimenti sono destinati all’abbandono. Con questo si ottiene anche una nuova manutenzione minimale del territorio che serve a conservare la montagna. La raccolta delle erbe é gestita da  gestita dall’ist. Edelweiss della Val Tartano.

Per questi prodotti avete pensato anche a punti per la sua elaborazione e per il confezionamento?

Ci stiamo pensando, e puntiamo ancora una volta al recupero di strutture preesistenti come ad esempio alcuni grandi maggenghi abbandonati, ma occorre tempo. Tutto questo si inquadra in quella che possiamo definire la fase due della nascita del Parco e cioè quella della realizzazione su solide basi economiche del nostro sogno. Ora siamo ancora in fase di sperimentazione, ma é già prevista la creazione di un apposito marchio dei prodotti tipici del Parco che li  identifica i e al tempo stesso li qualifichi. Tutto ciò deve passare per forza anche attraverso una maggiore attenzione verso le varie identità culturali presenti nel nostro territorio. E’ nostra ferma intenzione incentivare in ogni modo la cultura locale e la sua tipicità attraverso incontri, e altre iniziative che abbiano come obiettivo il rilancio dell’identità locale. Ciò ha un doppio benefico effetto: sulla gente che da un lato si vede finalmente tenuta in considerazione e vede preservata la sua identità e dall’altro trovando in ciò nuovi motivi di orgoglio ha una ulteriore  motivazione per trovare all’interno del Parco possibilità di vita e lavoro.  Mi viene in mente ad esempio il famoso Homo Selvadego di Sacco: ecco, si tratta di caratteristica  tipica di una certa area, argomentabile, rappresentabile, segno di un’antica cultura e tradizione. E’ pertanto un elemento da valorizzare in ogni modo.

Quindi si parla anche di recupero della storia, e non solo di natura?

Senza dubbio. Il recupero dei segni dell’uomo e la loro valorizzazione diventa strumento per creare circuiti culturali di vario genere. In epoche antiche e per tutto il Medio Evo, le Orobie conobbero grande benessere anche a causa dell’abbondante presenza di minerale ferroso e quasi in ogni valle vi sono miniere e forni di cottura del materiale, anche a quote molto elevate. Poi vi sono presenze ancor più antiche testimoniate da incisioni rupestri e coppelle.

Un altra cultura è quella legata al bosco: sono tantissime e diverse vale per valle  le leggende e le credenze, legate a questo elemento. Stiamo pensando di farle rivivere anche attraverso rappresentazioni teatrali che vedano magari la partecipazione del turista stesso.

Una volta il progetto del Parco delle Orobie riguardava anche il versante Bergamasco. Come mai oggi l’area protetta riguarda solo il territorio valtellinese?

In effetti, inizialmente  l’idea era partita come Parco delle Alpi Orobie che con ben 150.000 ettari veniva ad essere uno dei più grandi d’Europa. Successivamente  la Regione ha approvato due leggi distinte  per le Orobie valtellinesi  e per le Orobie bergamasche. Tali leggi pervadevano due gestioni distinte pur all’interno di un disegno unitario perché dal punto di vista dell’utilizzo del territorio siamo in due mondi ben distinti.  Diversamente dal versante valtellinese, su quello meridionale, della bergamasca, il territorio ha conosciuto grandissime e profonde trasformazioni ad opera dell’uomo. Si creavano pertanto diverse esigenze di gestione e problemi affatto diversi. La notevole presenza di attività umane e la maggior antropizzazione del versante bergamasco hanno però creato maggiori problemi nell’ottenimento del consenso delle popolazioni e hanno rallentato notevolmente  il cammino verso la realizzazione del Parco.
Diversamente sul nostro versante, forse anche perché ci credevamo di più, ci sono stati problemi minori. Noi auspichiamo che anche gli amici bergamaschi giungano infine alla realizzazione del Parco perché si creerebbe un beneficio sinergico per i due versanti ed infine si otterrebbe la completa tutela del territorio.

Quando prevedi il completamento di queste iniziative?

Realisticamente nel 1998, ma senza dire cose improbabili, questi progetti saranno in buona parte realizzati. Per allora mi piacerebbe vedere concretizzata anche l’idea del “Treno del Parco delle Orobie valtellinesi” . Vorremmo accordarci con le FS per istituire un convoglio che una o due volte la settimana parta da Milano e raggiunga la Valtellina avendo come meta successiva varie località all’interno del Parco. ci sembra un’ottima iniziativa per legare la metropoli alla montagna mediante i mezzi pubblici. In fondo in sole due ore il turista può raggiungere le soglie di una delle più importanti aree protette della Lombardia e delle Alpi. Prevediamo di allestire anche una carrozza che funga da punto informativo e nella quale si possano avere varie anticipazioni sul Parco.

Come é organizzato ora il Parco?

Abbiamo due uffici, quello tecnico scientifico e quello puramente amministrativo. Il primo fa da riferimento alla tutela e alla vigilanza e si avvale della prestazione di tre esperti, un urbanista, un naturalista e un tecnico agro forestale coadiuvati da cinque operatori ambientali che attualmente presiedono alle attività operative.  Gli uffici amministrativi svolgono invece tutta la parte burocratica della gestione. Pensiamo di definire  in breve tempo  il piano territoriale che sarà lo strumento di gestione e pianificazione e la creazione del comitato tecnico scientifico  ponte fra l’ente di  gestione e le comunità locali

E per la promozione avete in mente altro?

Stiamo valutando diverse possibilità e recentemente abbiamo iniziato un ragionamento attorno ad un progetto che si chiama “Informazione, formazione e comunicazione” attraverso il quale vogliamo approfondire le modalità sul come valorizzare il prodotto parco e come farlo conoscere al meglio attraverso i canali classici e ad altri strumenti, come fiere e mostre. E poi si sta pensando di utilizzare altri mezzi promozionali . Ad esempio nelle stagioni intermedie, quelle con meno visitatori, si prevede di cambiare la destinazione d’uso  delle strutture ricettive del Parco per ospitare studenti le cui scuole vogliano trasferire  qui i loro corsi per una periodo di studio-vacanza a contatto con l’ambiente, senza peraltro interrompere il normale corso scolastico.

Mi pare che tu sia pienamente soddisfatto di come stanno andando le cose e di questa tua esperienza.

A volte, essere a capo di un ente come questo può significare  dover andare contro, almeno in apparenza, alle esigenze delle popolazioni locali che magari non hanno mai avuto esperienze felici nel rapporto con le istituzioni. E’ un’attività di militanza e non solo burocratica. Il mio compito é quello di convincere che il Parco é un’occasione e una nuova possibilità.  In quest’avventura ho conosciuto periodi bui e di incertezza e periodi migliori come quello di oggi, periodo che mi fa sentire ancor più stimolato ad operare per finalizzare al meglio la vecchia idea. E’ in fondo un lungo momento di creatività,  non ancora concluso,  che mi sta dando la possibilità di realizzare dei sogni nel cassetto. Il parco da un sogno ad una realtà.  E quindi è anche la verifica tangibile della bontà di un idea pionieristica.

Sapresti coniarmi in due parole uno slogan del Parco e della sua filosofia che vi sta guidando?

Certamente. Con tre semplici parole: “Identità, ambienti e colori”.