I ragazzi irresistibili

Pubblicato su ALP e poi su Vertice

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 17:27:38


 I ragazzi irresistibili

Il titolo di quest'intervista risale a molti anni fa, ai tempi in cui, sognando di far nascere una nuova rivista, già pensavamo di proporre al pubblico un'immagine diversa dell'alpinismo, andando a scovare i grandi sconosciuti di questa attività e chiaramente, per prima cosa, frugando fra i miti personali. Non so bene perché, già nel corso della prima intervista a Vasco Taldo e Nando Nusdeo, mi frullava per la testa la faccenda dei "Ragazzi irresistibili". Forse il bel film con Walter Matthau era appena uscito e ne avevo subito in qualche modo un'influenza particolare. Mi erano piaciuti quei due "vecchi" leoni dei palcoscenico che a distanza di anni ricomponevano la loro celebre coppia per tornare a recitare assieme. E quella loro litigiosità un po' sclerotica e affettuosa, dagli esiti spesso esagerati e pesanti era la pennellata di colore che rendeva il film ancor più piacevole. La rivista non si fece, i nastri della vecchia intervista sono andati chissà dove, ma a me rimaneva - il rammarico di non aver realizzato quanto volevo. Come sempre, “In due time", è arrivato anche il giorno della soddisfazione.

Alla stazione di Sesto F.S. arriviamo con qualche minuto di ritardo; un guasto al registratore e un certo traffico hanno contribuito. Sono piuttosto seccato soprattutto perché ho il difetto di cercare sempre la puntualità. A quanto pare anche Vasco è uomo puntuale, è già sul piazzale che si guarda attorno cercandoci. Seguiamo la sua Golf e, in un dedalo di vie per noi senza importanza e significato, arriviamo alla casa di Nando. Ancora una volta sono davanti ai miei due miti personali. La prima volta che li vidi fu in Val Torrone, il giorno dei mio battesimo alpinistico. Ci incontrammo quasi alla base dei magnifico obelisco di granito giallo e grigio che da quando avevamo oltrepassato il limite del bosco aveva soggiogato il mio sguardo affascinandomi con le sue fattezze da castello incantato. Fu l'amico Carlo Pedroni a spiegarmi che l'obelisco era il Picco Luigi Amedeo e “quei due omettini che vedi davanti a noi sono quelli che hanno salito per primi la parete est nel 1959». Il Carlo aveva fatto la seconda ripetizione dei Picco e, bevendo i suoi discorsi, già ne conoscevo tutti i segreti e le difficoltà. Quel giorno nacque una "storia" fra me e il Picco e quei due signori dell'alpe mi parvero quasi dei marziani o degli dei: quale privilegio l'averli salutati. Ora gli dei sono seduti al tavolo di un tranquillo salotto; come al solito non mi sono preparato alcuna domanda. Tutto deve fluire da una discussione fra amici. Entriamo comunque subito nel vivo dell'argomento andando a parlare proprio dei Picco Amedeo.

Cosa ha rappresentato per voi quella salita?

Nusdeo: «Un'idea è stata di Vasco, io non l'avevo mai neppure sentita nominare. C'erano stati dei tentativi dei lecchesi e anche di Roberto Osio; lo stesso Bonatti si era aggirato da quelle parti, ma aveva fatto lo spigolo. Forse la cosa poteva sembrare un po' complicata per quei tempi e il nostro punto di forza fu probabilmente il fatto che non avendola neppure mai vista, non abbiamo avuto il tempo neppure di spaventarci. Siamo arrivati lì, l'abbiamo attaccata e l'abbiamo fatta. In quei tempo non ci siamo neppure accorti di poter fare una via che poi sarebbe rimasta e avrebbe detto qualcosa nella storia alpinistica dei Masino. C'è da aggiungere che era un po' fuori dallo schema di salite come la Nord Est dei Badile o dello spigolo Vinci al Cengalo. Noi comunque eravamo già ben avvezzi a certe difficoltà per cui, boh!, sì, dura, ma neppure più di tanto. Noi eravamo legati a un ambiente piuttosto spinto, formato alla scuola dei vari Maggioni, Niga, che già allora facevano salite molto impegnative».
Taldo: Inoltre, a proposito della salita, ci sarebbe da specificare che non è stata fatta così in artificiale come può far pensare il numero dei chiodi riportato nella relazione. Su circa venti tiri diciotto sono stati condotti dal Nando e il numero dei chiodi riportato è dovuto al fatto che a quei tempi, per poter dire di aver fatto qualcosa di serio, bisognava dire di aver usato molti chiodi. Allora abbiamo contato tutti i chiodi: quelli di fermata più gli altri».
Nusdeo: «Addirittura attaccammo più a sinistra della vecchia fessura d'attacco, su una placca compatta che mi respinse a una dozzina di metri dalla base. Rifacendo la salita con le pedule mi è tornato in mente che molti passi sono stati fatti già allora in libera. lo l'ho ripetuta un paio di volte, Vasco quattro. Oggi la si può giudicare una bella via, neppure troppo attrezzata, su roccia buona. Ben diversa da quello che poteva essere ai nostri tempi dove c'erano parecchi tabù che limitavano l'azione. Il nostro era un alpinismo sofferto, bisogna dire quello che è. C'erano i miti, come il traverso alla Cassin sulla Ovest di Lavaredo. Ti mettevano addosso la paura, ma poi quando andavi a farlo, ti accorgevi che era una cosa fattibilissima».
La stessa cosa, mi ricordo che valeva anche per il Picco. Attorno alla vostra salita e alle poche ripetizioni, aleggiava un'aura di mito che tendenzialmente scoraggiava molto.
Taldo: «In effetti, dobbiamo anche ricordare che le prime ripetizioni alla
parete sono state effettuate nello stesso stile usato da noi e quindi era logico che si innescasse il processo di mitizzazione».

Qual era l'ambiente alpinistico monzese negli anni in cui voi avete fatto il Picco?

Taldo: «Nel '58, '59, a Monza apparve Bonatti che ben presto si staccò, Oggíoni e Aiazzi che formavano una coppia molto forte e poi, credo, c'eravamo solo noi. Gli altri sono venuti più tardi». Nusdeo: «Tant'è vero che per arrampicare io dovevo spesso cercare compagni altrove. Ad esempio la direttissima alla Cima Grande la feci con Casimiro Ferrari che è di Lecco».
E il Bonatti di quei tempi?
Nusdeo: «Eh, sai, Walter aveva già quella personalità un po' particolare che tutti sappiamo. Che poi uno possa essere d'accordo o meno questo è un altro discorso. E' sempre stato un grande alpinista, soprattutto come testa. Da noi è classico, ancora oggi, parlare di Walter come quello che d'inverno faceva i bivacchi sui terrazzini per allenarsi al freddo; si allenava al freddo e alle intemperie e soprattutto, se aveva un obiettivo, non mollava facilmente. Walter aveva già iniziato una sorta di alpinismo scientifico e un certo semi professionismo».

Voi invece?

Nusdeo: «Noi andavamo la domenica. Noi eravamo i soliti proletari meccanici: Vasco lavorava alla Falk e io in una fabbrica di Monza».
Taldo: «Il professionismo, in qualsiasi attività, non viene determinato dal denaro che si guadagna ma dal tempo che uno dedica ad essa».

A voi non è mai passato per la testa di dedicare tutto il tempo alla montagna?

Nusdeo: Io ho fatto un tentativo abitando ai Resinelli per un anno e mezzo, ma era più il tempo che scappavo via tornando a Monza che quello che passavo lassù. Quell'anno ho cominciato a non arrampicare più e mi chiedevo cosa stessi facendo, io nato cittadino, in mezzo ai monti. Forse il mio alpinismo è sempre stato legato più che altro a fattori di divertimento e di amicizia: non avrei fatto la guida, non mi divertivo e quindi non ero spinto, stimolato. Ho ricominciato ad arrampicare con la nascita dell'arrampicata moderna. Un bel giorno ci siamo messi in Val di Mello, abbiamo indossato le scarpette e ci siamo guardati in faccia dicendo: «cià, ragazzi, proviamo...». Da qui è ripreso lo stimolo e oggi proseguo con soddisfazione».
Taldo: « Per me la cosa è un po' diversa perché non ho mai concepito lo sport come professione. lo pratico diversi sport, mi piace andare in bicicletta e da giovane praticavo molto il canottaggio, sport dal quale ho avuto le maggiori soddisfazioni. Inoltre col mio fisico bisogna tenersi molto, molto allenati»
.
All'alpinismo come siete arrivati?

Taldo: Io ci sono arrivato perché, con il canottaggio ero troppo condizionato. Siccome considero lo sport un atto liberatorio, non mi andava molto di avere tutte le volte un allenatore che mi diceva: fai così, fai cosi; il timoniere che ti dice: adesso bisogna scattare. Come, bisogna scattare?! "Scati quant che voeri mi; scati!». Erano duri anche gli allenamenti e così è diventato più comodo fare qualcosa in cui se voglio vado, se non ne ho voglia sto a casa e nello stesso tempo ho modo di togliermi parecchie soddisfazioni».
Nusdeo: «Io sono un po' diverso. Per me c'entra sempre il discorso degli stimoli. Ho iniziato a 14 anni, al Nibbio, e subito siamo andati da capocordata: Cassin, Comici, dopo alcune salite da secondo sono sempre andato davanti. La difficoltà mi ha sempre entusiasmato e già allora, fra la scelta di fare lo spigolo Dorn, l'Albertini o la Cassin al Sigaro, io, anche se stavo su 5 ore in parete, sceglievo la Cassin. Non me ne fregava niente dei facile e sempre questo ha un po' diretto il mio alpinismo. La bellezza della parete? Sì, ma era molto più importante la difficoltà e la storia che aveva. Difatti, quando siamo andati alla Walker, era per fare la seconda ripetizione italiana. lo avevo il mio bigliettino, un po' alla tedesca, e cancellavo man mano tutte le salite che facevo. Però cercavo tutte salite un po' dure, difatti mi sono anche arrabbiato con Vasco, ai tempi in cui ci siamo divisi, perché mi aveva bidonato con la salita all'Eiger che era un mio sogno. Ancora oggi mantengo questa mentalità».

Tutto sommato è bello essere consci in pieno di ciò, molti magari il bigliettino ce l'hanno in testa e negano dì avere ambizioni come quelle che tu esponi con tanta tranquillità.

Nusdeo: «A me dava una certa gioia e soddisfazione fare qualcosa di unico. Quando abbiamo fatto la prima ripetizione italiana alla via Magnone al Dru, fu una cosa bellissima. Nel 1957 ero già sulla Bonatti al Capucin, con un compagno che non andava. Ho fatto su due bivacchi, sotto la neve, perché allora li tempo non sapevamo neppure cosa fosse. Ma quando sono uscito fuori ero contentissimo. C'era gente che aveva fatto la traversata delle Aiguilles du Diable o la Cresta dì Rochefort: a me non fregava niente. E, va beh, dicevo, le farò quando avrò 65 anni, adesso anzi li sposto a 70. Magari poi vado a fare trekking o la traversata della Corsica. Sono due cose che mi danno sensazioni diverse e ugualmente intense».
A proposito di età, voi arrampicate ancora, non è vero?
Nusdeo: «Guarda, da quando ho visto Abram sulla via Concordia, andare da capocordata a 68 anni, ho dilatato moltissimo la mia ambizione. Oggi come oggi, se uno si tiene in forma, l'età non è un grosso problema».
Taldo: « lo sto partendo adesso per le Torri del Paine e ho appena fatto la Carlesso alla Torre Trieste. lo 58 anni, l'altro 54 e il terzo 48».

Chi furono, se ci furono, i vostri maestri?

Nusdeo: «Fra tutti vorrei ricordare Giuliano Maggioni, arrampicatore incredibile che come Walter era un ginnasta molto preparato e atleta completo».
Taldo: «Quello che conta non è stato tanto l'esempio comportamentale ma il suo modo di descrivere le cose dal punto di vista veramente tecnico e sportivo. Non c'erano dunque concessioni alla mitizzazione, all'esagerazione e questo ci ha aiutato moltissimo perché andavamo ad affrontare le salite senza quel freno psicologico che altri potevano avere. Si sapeva il grado, si sapeva che eravamo capaci di farle e si sapeva che non c'erano ostacoli insormontabili. Ricordo che, una volta, altri alpinisti ci hanno raccontato una salita: tuoni fulmini e saette, morti a destra, morti a sinistra. Noi, spaventati, siamo tornati a casa; la settimana dopo facemmo l'ascensione trovandola assolutamente una cosa normale».
Nusdeo: «Venuti su a questa scuola, quando siamo entrati nell'Accademico siamo stati subito presi per i più rigidi. Del resto, con questa mentalità, più sportiva, anche i criteri di valutazione nascevano di conseguenza. Altrove ('ambiente era motto meno spinto; solo a Monza e a Sesto si sviluppò questa tendenza "estremizzante». Era un discorso un po' nuovo e un discorso senza dubbio proletario, questo bisogna dirlo. E di questo poco si è saputo perché quasi nessuno di noi è mai riuscito a scrivere, a parte Bonatti che però è un discorso a parte».
Taldo: «Diciamo che sul piano sociale questo fatto ha una ben precisa motivazione. Si era nei primi anni dei dopoguerra; allora gli studenti mancavano quasi completamente e questo è stato un grave handicap per tutto lo sport perché veniva a mancare la componente culturale. Chi poteva praticare l'alpinismo in quei tempi? I ricchi? I ricchi no, perché erano stati stangati negli anni prima e durante la guerra e quindi, dalle città, andavano in montagna i lavoratori. Gli operai delle grosse fabbriche che si riunivano in gruppi più o meno grandi; neppure gli esercenti potevano muoversi, perché allora erano costretti a lavorare anche di domenica».
Nusdeo: «Infatti noi non eravamo neanche !scritti al CAI, ma eravamo un gruppo, i Teli e Oss", nato in seno all'Unione Operaia Escursionisti Italiani. Mentre il discorso un pochettino più d'élite era legato al CAI, però con una forma di alpinismo più «mitico" e meno sportivo».

Questa tendenza alla mitizzazione degli ambienti del CAI non ha in fin dei conti rallentato il progresso dell'alpinismo italiano?

Taldo: «Mah! lo la penso in questo modo: la mitizzazione è sempre determinata da una certa ignoranza di come stanno le cose. Quando, successivamente, si sono avvicinati all'alpinismo gli studenti, e gente che aveva la mente un po' più sgombra da certe ideologie, anche politiche, ecco che c'è stata una notevole scossa». Nusdeo: «Secondo me l'alpinismo italiano è sempre stato molto provinciale, è sempre stato un po' chiuso in sé e agli scambi culturali con le altre nazioni alpine. Mi ricordo che i moschettoni superleggeri, gli Allain, li abbiamo visti per la prima volta sul Dru e noi non sapevamo neanche che esistessero. Attraverso le riviste dei CAI, non si sapeva assolutamente nulla di tutto ciò; c'era una ignoranza tale che a un certo punto noi ci trovavamo ad avere ancora dei miti su salite che in Francia e in Germania erano già ascensioni fattibili in tranquillità».

Veniamo ora a una domanda rivolta a due accademici: secondo voi, non sarebbe opportuno che gli organismi centrali facessero di più per incentivare l'alpinismo in Italia?

Nusdeo: «C'è da dire che in Italia, gli organismi centrali non esistono ... ».
Taldo: «Beh, adesso non farmi dire delle cose che ... ».

Mi spiego meglio: non mi pare che in Italia si riesca ad aiutare veramente quelli che hanno una buona creatività alpinistica e che spesso si scontrano con la dura realtà dei costi da sostenere per fare certe cose, anche solo sulle Alpi.

Nusdeo: «lo penso che queste nuove forme di alpinismo e di arrampicata non vadano d'accordo con il CAI, il quale ha molti soci che però, nella maggioranza, fanno tutt'altro che alpinismo. L'Accademico ha i suoi limiti, dovuti anche a una certa carenza di uomini, se si eccettuano alcuni elementi trainanti come lo stesso presidente Osio. Per il resto mi sembra che noi si sia divisi; degli alpinisti migliori, moltissimi sono guide alpine e nell'Accademico non entrano, per vari motivi, per varie battaglie che ci sono state, forse perché in Italia siamo sempre in lotta, perché ognuno vuole mantenere il suo staterello. Dalle sezioni non giunge alcun aiuto e quindi in generale noi perdiamo continuamente terreno». Taldo: «Le nostre battaglie vanno comunque combattute nelle varie sezioni di appartenenza; tu combatterai alla Sezione di Sondrio, noi in quella di Monza e così via. Il CAI Sede Centrale è ormai un organo dello Stato, indipendentemente dall'età dei suoi vertici».
Nusdeo: «Esiste una certa classe di politici che condiziona enormemente l'evoluzione dei CAI in senso alpinistico. lo lo posso dire, Vasco forse un po' meno, ma nelle riunioni sento solo parlare di riparazioni di rifugi. Certo occorrono senz'altro anche questi, però sarebbe sufficiente prendere due persone dei consiglio e dire - ragazzi, voi vi curate la parte rifugi e gli altri curano l'alpinismo giovanile, l'arrampicata fatta in un certo modo e così via - ».
Taldo: «Tutti i processi di massificazione ottengono risultati scadenti. Avremo forse in futuro anche 500.000 soci, ma cosa vuoi dire? Il vero CAI dei futuro alla fine sarà l'Accademico. Per questo, noi dobbiamo cercare di allargare la base» «
Nusdeo: «C'è da dire che una parte di noi è in lotta anche con l'Accademico, perché vorremmo farvi entrare anche un certo tipo di arrampicata in falesia e ci bocciano continuamente la proposta. lo promuoverei uno che va forte sul moderno piuttosto che uno che fa la cresta di Rochefort... io ragiono in un altro modo, Vasco, e tu lo sai. Questi qui, se vanno bene in basso sono in grado di fare le stesse cose a Yosemite o sul Pilone Centrale».
Taldo: «Va bene, tu vai là e dimostri comunque di saperle fare. Anch'io potenzialmente posso essere Einstein, ma, cavolo, devo anche dimostrarlo. L’arrampicata sportiva va bene, però uno deve fare anche della montagna».
Nusdeo: «Ma non potrebbe esserci un’apertura verso nuovi orizzonti? Perché? Non c'erano anche i "grignaioii" dei nostri tempi che sono passati accademici?».
Taldo: «Chi? Chi?».

A questo punto è meglio spegnere il registratore; Vasco l'«asburgico» e Nando il «mediterraneo» continuano a parlare, a interrogarmi, a scontrarsi amichevolmente.
Parliamo di argomenti che potrebbero essere un po' delicati e riservati, parliamo anche della situazione dell'alpinismo in Italia. Le mie preoccupazioni riguardo al titolo si rivelano prive di fondamento e quindi decido di mantenerlo. Ci lasciamo con la reciproca promessa di vederci per arrampicare, magari nelle nuove aree della Val Malenco in corso di esplorazione. Potrò finalmente arrampicare con i miei miti?