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Storia dell'alpinismo albanese

Intervista a Cozma Grillo

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 17:49:53


Storia dell'alpinismo albanese

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Quando durante la fase organizzativa della spedizione in Albania dissi a qualche amico che avevo contatti con il presidente della Federazione Albanese di Alpinismo, notai a volte sorpresa e, molto più spesso, sorrisi di compatimento. in effetti come dare loro torto visto che anche per me era difficile credere che in Albania, paese mediterraneo e isolato dal mondo, esistesse un tale ente. E invece la Federazione esiste e durante il nostro soggiorno abbiamo avuto modo di essere sempre seguiti dal suo Presidente, il professor Cozma Grillo, Direttore dell'istituto di Ricerche Pedagogiche dell'Università di Tirana.

Cozma è un anziano signore, gentile, sicuramente saggio e avveduto, che preferisce lasciar parlare gli altri prima di intervenire qualora lo ritenga opportuno. Nei venti giorni passati assieme si è tanto parlato dell'Italia, dell'Albania, di montagne e di politica.
Cozma è nato 57 anni fa a Vuno, un magnifico paesino sulla costa albanese del sud, fra Valona e Himare; i pochi fortunati che hanno avuto occasione di conoscere quei luoghi non potranno non domandarsi come mai uno sia poi andato a preferire le asprezze dei monti a quelle splendide coste.

Come mai tu, nato sulle rive del mare ti sei appassionato alla montagna?

«Come hai potuto vedere anche l'entroterra di Vuno è prettamente montuoso e quindi fin da piccolo ho subito il fascino delle cime che circondano la mia terra. Poi, più tardi, ho scoperto le Alpi Albanesi e mi sono appassionato all'alpinismo. Devo dire che da sempre, la nostra gente frequenta la montagna, ma il rapporto del contadino con questo ambiente è sempre stato piuttosto sofferto e conflittuale. Anche da noi la montagna era ritenuta sede di demoni e di maligni come lo era in Europa ai primi dell'800. I nostri montanari sono dei buoni camminatori, ma non hanno mai avuto interesse per l'alpinismo come conquista di una cima per fini sportivi, o anche solo di piacere personale. Per questo anche in Albania è accaduto quello che successe sulle Alpi ai primordi dell'alpinisino: i primi furono gente di città, dotata di maggior tempo libero e di una certa istruzione. Per fare l'alpinismo ci vuole cultura, socialità e passione».

In tutti i paesi del blocco orientale l'alpinismo è stato aiutato e incentivato dallo stato. E’ successo così anche per voi?

«Enver Hoxha ha inizialmente facilitato tutte le attività sportive perché erano un lustro per la nazione, di conseguenza, seppure con qualche difficoltà iniziale anche l'alpinismo è entrato a far parte degli sport sostenuti dallo stato».

Esiste una data a cui far riferimento se si vuole parlare di inizio dell'alpinismo in Albania?

«Questa data è il 1956, quando in 16 appassionati ci siamo riuniti per un campeggio comune nella Valle di Theth. Fra noi c'era anche mio zio, Milella Kapo, appena rientrato dall'Urss, dove aveva partecipato ad alcuni campi alpinistici nel Caucaso. Fu grazie al suo esempio e al suo stimolo che decidemmo, allora, di dar vita al primo nucleo di quella che poi è diventata la Federazione Albanese di Alpinismo. La targa che tu hai visto affissa alla parete della ex scuola di Theth ricorda quell'avvenimento.

Quegli anni erano piuttosto burrascosi per le regioni di confine come quella di Theth. Molti albanesi rifugiati in Jugoslavia, rimpatriavano per compiere atti di terrorismo e sabotaggio, per poi tornare a rifugiarsi oltre confine. Ciò nonostante noi si decise di passare le vacanze a Theth, dove mio zio diede vita a una prima scuola di alpinismo, trasferendo le nozioni che aveva appreso in Urss. Noi sedici venivamo un po' da tutta l'Albania, chi da Tirana, chi da Berat, Valona o Scutari.

Sotto la guida di Milella abbiamo fatto trekking e scalate e al nostro ritorno in città fummo pionieri nel fare proselitismo cercando di coinvolgere altri amici.

Dal '56 al '59 fondammo il Club Alpinistico Studenti dell'Università di Tirana; sfruttando le vacanze invernali organizzammo un primo campo invernale sul Monte Dajti, sopra Tirana, e stabilimmo un primo elenco di prove a cui ci si doveva sottoporre per diventare alpinisti. Ad esempio, tutti dovevano passare due o tre notti in tenda ed essere autosufficienti.

Il successo di questa attività, in parte nuova per l'Albania fece in modo che ai nostri campi partecipassero anche sportivi di altre discipline per allenarsi in montagna. Fu soprattutto grazie a questo fatto che l'alpinismo cominciò a essere preso maggiormente in considerazione dallo stato».

E allora cosa è successo?

«Ci siamo ampliati e abbiamo continuato a promuovere l'alpinismo anche dopo che ci fummo laureati dando vita a nuove iniziative.

Per esempio a Fier l'amico Alexandro Bojagi diede vita al Club Alpinistico Apollonia i cui membri furono per anni l'élite alpinistica albanese».

In quegli anni avete mai avuto contatti con altre associazioni alpinistiche?

«Nel 1959 con quattro altri amici sono stato invitato in Urss e per un mese abbiamo fatto scalate nel Caucaso. L’anno successivo i russi sono stati ospitati dal Comitato Culturale Albanese.

Nel '61 e nel ‘62 sono venuti in Albania alcuni arrampicatori della Repubblica Democratica di Germania, della Polonia e della Cecoslovacchia. I tedeschi erano veramente forti e da loro abbiamo appreso l'arrampicata come attività a sé stante; essi hanno aperto alcune vie difficili di cui una sulla Maja Harapit.

I tedeschi erano anche più ricchi di noi e proposero uno scambio di reciproche visite nel quale a parere di Enver noi facevamo la parte dei poveri; così egli impedi questo e altri ulteriori scambi. Del resto nel '61, al congresso del Partito Comunista internazionale, Enver aveva parlato contro Kruscev e i rapporti con i satelliti dell'Urss erano destinati comunque a cessare.

Con la Cina non abbiamo mai avuto alcun rapporto "alpinistico" e, una volta che è finita pure l'alleanza con questa nazione, l'Albania è stata completamente isolata dal mondo».

Ma prima del vostro storico gruppo di fondatori quale attività alpinistica era stata fatta sui monti albanesi?

«La prima attività alpinistica fu compiuta nel 1900-1910 con scopi conoscitivi e cartografici da topografi dell'impero austro-ungarico e da qualche studioso albanese. Con l'occupazione italiana è venuta un'attività più intensa soprattutto a opera di Ghiglione. Ho letto parte del suo libro, ma devo dire con franchezza che dubito che egli abbia compiuto quelle scalate di cui narra. Per quegli anni era impossibile fare quelle pareti e superare quelle difficoltà (IV° e V° ndr). inoltre in tutte le nostre ascensioni, spesso compiute su itinerari già descritti da Ghiglione, non abbiamo mai trovato traccia alcuna di passaggio. Dopo gli italiani e i pochi ospiti stranieri l'attività è stata compiuta esclusivamente da albanesi.

Nel 1965 fu fondata l'Associazione di Alpinismo e Ciclismo che per ragioni di bilancio univa le due attività e per la prima volta ci fu un segretario pagato per le sue funzioni. Per avere più accesso alle sovvenzioni il presidente era sempre un ministro o un alto uomo di stato. Nello stesso anno nei 16 distretti albanesi dotati di club sportivi venne creata anche un'équipe alpinistica sul tipo del Club Apollonia.

Lo stesso Enver Hoxha, credendo di fare una cosa utile, nel 1974, promulgò una legge secondo cui chi faceva parte di un club sportivo poteva esentarsi dal lavoro dopo cinque ore e dedicare le restanti tre all'allenamento pur mantenendo lo stesso stipendio. La stessa legge prevedeva inoltre la fornitura di attrezzature e abbigliamento adatti a ogni sport. Questa legge, ottima nelle intenzioni, fu una vera rovina per l'alpinismo.

Come sai questa attività è difficilmente inquadrabile ed è difficile stabilire il reale valore delle imprese compiute. Pertanto in breve tempo molti trovarono nell'alpinismo un comodo alibi per sfuggire al lavoro e per avere facilitazioni e attrezzature, soprattutto scarpe e abbigliamento che, data l'estrema povertà, erano ambitissime. Certo, per ottenere il brevetto di sportivo di la categoria, l'Associazione aveva posto delle prove anche difficili da superare, ma, come è facile stabilire in quanto tempo uno corra i 100 metri, è altrettanto problematico accertare se abbia o meno compiuto una salita difficile. Così col passare del tempo i club alpinistici si sono riempiti di gente che aveva ben poco a che fare con questa attività. Per rimediare in parte a questa situazione abbiamo creato la figura degli istruttori-controllori, il loro compito era quello di occuparsi delle 21 équipe alpinistiche, ognuna formata da 12 membri.

Purtroppo anche gli stessi istruttori erano spesso al di sotto delle aspettative e per questo abbiamo poi approntato un testo tecnico che contemplava anche un piano di allenamento specifico.

Nel 1980 è nata definitivamente la Federazione Albanese di Alpinismo della quale sono presidente dal 1988. Nel 1985 abbiamo dato il via ad una serie di stages alpinistici da tenersi nella Valle di Boga durante i periodi di vacanze; in pratica 15 giorni in inverno e altrettanti in estate. Durante questi campi si faceva alpinismo su ghiaccio, neve e roccia. D'estate si faceva solo roccia e in quelle occasioni molte nuove vie vennero salite; d'inverno in genere si facevano lunghe traversate come quella dei monti della catena delle Alpi Albanesi da Boga a Valbona.

Nel 1989 nei pressi del Passo di Thetires abbiamo anche creato una piccola palestra di roccia sfruttando i numerosi torrioncini calcarei di quel luogo. 1 problemi maggiori di questi stages erano legati all'approvvigionamento alimentare e alle attrezzature. Il pane non si poteva trovare ovunque perché ogni paese aveva la produzione contingentata e quindi sufficiente solo al proprio fabbisogno. Si doveva quindi fare scorta di pane nelle città di provenienza e conservarlo per il campo alpinistico. La "Dieta Sportiva", costituita da alimenti speciali e difficili da reperire, costava ben 28 Leck, più del guadagno giornaliero medio di un lavoratore ed era quindi poco avvicinabile. Anche le attrezzature erano abbastanza fatiscenti e inadeguate e lo sono ancora, visto che dopo la caduta del regime tutto quel poco che funzionava si è fermato».

In conclusione come definiresti l'alpinismo in Albania?

«Il nostro alpinismo è il prodotto del sistema di Enver Hoxha che lo vedeva di buon occhio sia a fini di propaganda sia per fini di sicurezza militare. I nostri soci erano infatti tenuti a conoscere tutti i sentieri che collegavano le regioni confinanti e avevano anche l'incarico di trovare tracciati anche molto difficili e quindi impensabili da controllare, ove eventualmente far transitare le truppe. Per molti anni abbiamo esercitato dei battaglioni di fanteria a fare dell'alpinismo.

Per il resto siamo cresciuti basandoci sull'alpinismo sovietico; negli anni dell'isolamento siamo andati avanti da soli come abbiamo potuto. Tuttavia i nostri soci hanno scalato tutte le maggiori cime della nazione e hanno aperto parecchie vie nuove fra cui, la maggiore è quella tracciata sulla parete sud della Maja Harapit».

E per il futuro?

«Ora tutto è fermo, i nostri tre o quattro giovani migliori sono all'estero per guadagnarsi di che vivere e quindi non possono pensare alle scalate. lo cercherò di tenere in vita l'alpinismo albanese in prospettiva di tempi migliori che certo verranno. Per ora ci manca tutto, tende, corde, imbragature e quindi si può fare ben poco. Mi consola tuttavia il fatto che quello che più conta, la passione, rimane ancora viva come lo era agli inizi, nel 1956».