Torrione Porro

I tesori di una piccola montagna

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 15:18:48


Torrione Porro

Torrione Porro

 

I tesori di una

 

piccola montagna

 

Abituati a dirigere il nostro sguardo e le nostre Pizzo Malenco e mire verso le vette più belle e maestose, ci dimentichiamo spesso che, un po’, come capita per certi pianeti, esse sono a volte attorniate da satelliti molto particolari e ricchi di curiosità. Un esempio fra tutti è quello del Torrione Porro, cima non quotata né nominata dalle carte ufficiali dell’IGM, ma che riveste un ruolo importante per alcune peculiarità naturalistiche e geologiche che s’incontrano sui suoi versanti, per la sua posizione panoramica e anche per la sua piccola, ma significativa, storia alpinistica.

 

Il Torrione forma il culmine più meridionale ed elevato della spalla montuosa all’imbocco della destra orografica della Valle Ventina, via di accesso primaria verso i ghiacciai del Monte Disgrazia. Due sono i suoi versanti principali, Sud e Ovest. Il primo è un riarso pendio di pietrame e rade erbe che digrada in una vallecola verdeggiante dove svettano sparsi larici, alcuni dei quali, come vedremo, hanno una strabiliante età; il secondo è formato da una discreta parete rocciosa di serpentino dalle calde tonalità rosso brune, alta nel suo punto massimo poco più di trecento metri. Profondi canali detritici determinano altrettanti speroni di solida roccia sui quali sono state tracciate alcune vie di scalata, compresa una recentissima via ferrata. La cresta Nord, piuttosto frastagliata, dopo una cima secondaria, scende sulla sella che separa il Torrione dal resto della spalla montuosa formando la bassa e stretta sponda occidentale del Lago Pirola. Il versante settentrionale è invece una bassa parete di rocce rotte cui segue un pendio di sfasciumi che s’immerge nelle acque del lago. Una larga dorsale di roccette, magre erbe e pietrisco, percorsa dal sentiero della via normale alla vetta, separa questo versante da quello meridionale.

 

Il Larice millenario

 

Per scoprire le numerose bellezze del Torrione non occorre altro che avviarsi verso la cima scarpinando su uno dei tracciati che permettono di raggiungerla. Il più frequentato e classico segue l’ampia mulattiera che da Chiareggio, traversato il Mallero, percorre dapprima in leggera e piacevole salita il versante destro orografico della valle e poi, piegando verso Sud, entra in Val Ventina, arrivando in poco più di un’ora al Rifugio Gerli-Porro, posto all’inizio del pianoro dell’Alpe Ventina. I cartelli descrittivi presso il rifugio e poco oltre, dei cartelli escursionistici, indicano la via verso il Torrione, la cui parete Ovest ci sovrasta sulla sinistra, al culmine di un vasto conoide di pietrame. Lasciato il piano, il sentiero prende quota con stretti tornanti in un rado bosco di mughi a margine delle pietraie e sbuca su terreno meno ripido (qui s’incontra il cartello che verso sinistra indica la partenza della via ferrata). In ambiente sempre più aperto si percorre un suggestivo tratto caratterizzato da grossi massi di rosso e ruvido serpentino fra i quali giacciono alcuni splendidi tronchi di larice non sopravvissuti agli anni e alle intemperie. Poco più avanti, dopo un ultimo passaggio fra massi più grandi, si entra in una valletta, risalendo un magro pendio erboso costellato da radi larici. Qui sopravvivono alcuni esemplari di notevole età fra cui uno, il “Larice millenario”, è considerato la pianta più vecchia d’Italia e forse d’Europa. Un elegante opuscolo illustrato, reperibile nei rifugi Gerli-Porro e Ventina, racconta più dettagliatamente la storia di questa meraviglia botanica di cui recenti studi hanno fissato la nascita a prima dell’anno 1000. Un po’ spelacchiato e non molto appariscente, il patriarca vegetale sorge pochi metri a lato del sentiero a circa mezz ’ora di cammino dall’Alpe Ventina. La segnaletica esistente sarà ulteriormente migliorata facilitando ancor più la sua individuazione e permettendo di andare a far visita al testimone muto di oltre un millennio. Nelle vicinanze altri larici e qualche cembro hanno età di tutto rispetto, comprese fra i 200 e i 600 anni: si vede che qui il luogo è speciale e, per quanto inserito in un contesto aspro e pietroso d’alta quota, si avverte un’atmosfera di grande pace e serenità. Con un po’ di fantasia potremmo pensare ad una bolla spazio temporale che ha preservato per millenni questo piccolo eco sistema appartato. Infatti, poco più in alto si supera il confine della “bolla” tornando sui detritici e desolati pendii che, salendo verso Nord, ci accompagnano fino ad un’ampia sella nei cui pressi una palina indica la deviazione a sinistra per la cima del Torrione che si raggiunge facilmente percorrendo la tondeggiante dorsale di roccette e magro pascolo del crinale Est.

 

Lago Pirola, piccolo Bajkal

 

Man mano che si procede il crestone si assottiglia un po’ e sulla destra, poco a valle, appaiono le scure acque del Lago Pirola, una “mandorla” blu incastonata nella montagna. Posto a 2.283 m di altitudine in un luogo appartato e solitario, il Lago Pirola dalle profonde acque scure è un piccolo bacino naturale il cui livello è stato alzato artificialmente mediante un piccolo sbarramento eretto sulla sponda settentrionale, punto di deflusso delle acque. Contrariamente agli altri laghi della Val Malenco posti a quote analoghe, e tutti di origine glaciale, il Pirola riempie una sorta di profondo fiordo ad andamento Est-Ovest, prodotto da una frattura verticale delle rocce e solo in minima parte modellata dall’escavazione glaciale. Il lago ha quindi una origine prevalentemente tettonica; ci troviamo, infatti, nel punto di contatto fra le Serpentine, che verso Sud formano tutta la Valle Ventina, e le formazioni della falda Margna che caratterizzano il paesaggio geologico verso Nord, comprendendo la linea spartiacque principale delle Alpi. Si tratta dello stesso fenomeno in miniatura che ha generato uno dei maggiori laghi al mondo, il Bajkal e che il Pirola ricorda un po’ anche nella forma. Strano è anche il netto contrasto fra la sponda settentrionale del lago, più erbosa e dolce, e quella meridionale formata da pareti rocciose e ghiaioni. Difficilmente spiegabile è anche il regolare solco rettilineo che taglia orizzontalmente un tratto della sponda settentrionale poco sopra la superficie lacustre. Secondo alcuni, la formazione è dovuta all’azione disgregante di gelo e disgelo delle acque nel punto di contatto con le rocce ben esposte al sole e quindi riscaldate. Le impenetrabili acque del lago riflettono tutte le vette circostanti creando affascinanti quadretti alpini, ma in quell’abisso si celano altre curiosità. Durante la costruzione della diga, sul fondo del lago furono rinvenuti enormi tronchi di larice, la cui presenza appare inspiegabile a queste altezze. Probabilmente si tratta dei resti di alcune delle grandi conifere che circondavano le sue sponde oltre 6500 anni or sono, durante il periodo Atlantico, quando il clima era notevolmente più favorevole e le temperature più elevate di quelle odierne. La fantasia corre: che il vecchio “larice millenario” sia stato originato dal seme di qualcuna di queste piante che trovò nella valletta sul versante Sud del Torrione un luogo difficile, ma sufficiente, per iniziare la sua faticosa esistenza?

 

Sulla cima e dalla cima

 

Una volta in vetta il panorama è vasto e di certo uno dei più belli della Val Malenco. Verso Sud l’elegante morena del Ghiacciaio del Ventina testimonia di epoche in cui i ghiacci erano molto più pingui. Oggi, la fronte glaciale si ritira assottigliandosi sempre più e per toccarla dobbiamo arrivare quasi ai piedi del conico e roccioso Pizzo Rachele che svetta sulla destra orografica della valle. Con una leggera curva, più in alto, il ghiacciaio forma un bacino chiuso dal Pizzo Cassandra il cui versante Nord, un tempo quasi coperto di neve, mostra gli effetti del riscaldamento climatico di questi anni mettendo a nudo le sue rocce. Sulla destra s’innalza il complesso versante nordorientale del Monte Disgrazia, la cui vetta emerge di poco sopra quella del Pizzo Ventina e dei suoi contrafforti che caratterizzano il versante sinistro della valle di fronte al Rachele.

Verso Est sfilano le granitiche cime alla testa della Valle di Chiareggio fra le quali spiccano la Punta Baroni dall’elegante spigolo falciforme e il piccolo nodo montuoso formato dalla Cima di Rosso e dalla appuntita Cima di Vazzeda, posta sopra la confluenza fra la Val Sissone e la Valle del Muretto che si allunga rettilinea verso Nord-ovest fino al passo omonimo. Un pensiero va a scalatori come Giusto Gervasutti che per primo scalò lo spigolo della Cima di Valbona, a destra della Vazzeda, e a Ettore Castiglioni, insuperato compilatore di guide alpinistiche che, causa una bufera, perse la vita fuggendo dalla Svizzera per tornare in Italia e contribuire alla Resistenza; e neppure si può scordare l’Arciprete di Sondrio Nicolò Rusca che nel 1618, attraverso il Passo del Muretto, fu portato in giudizio a Coira accusato di sostenere la Spagna, allora invisa ai riformati Grigioni, alleati con la Repubblica Veneta. A settentrione sopra i boschi, i pascoli e le case di Chiareggio, si distende una lunga muraglia di cime poco rilevate che verso destra termina con le tre vette del Pizzo delle Tre Mogge, del Pizzo Malenco e della Sassa d’Entova alle cui spalle si scorgono il Pizzo Bernina, l’acuminata Cresta Güzza e il Pizzo Argent.

Più vicino a noi il paesaggio è chiuso a oriente dalla frastagliata, aspra e complessa struttura della Cima del Duca che ha sorvegliato buona parte della nostra salita.

Sulla cima del Torrione si trova un graziosissimo monumento, semplice e perfettamente inserito nell’ambiente, a dimostrazione che il ricordo può essere perpetuato anche senza eccessi. La semicircolare costruzione fu eretta dagli istruttori e dai soci della Sezione Valtellinese del CAI per commemorare tre allievi del “Corso roccia sezionale” che nel maggio del 1966 persero la vita alle pendici della parete Ovest in seguito ad una frana. Stranamente, quel maggio, la neve se n’era andata presto dalla Val Ventina rendendo possibile scalare la parete del Torrione, ideale palestra d’arrampicata. Così fu deciso di affrontare la scalata con gli allievi della “Scuola di Alpinismo” diretta da Celso Ortelli. Una volta alla Porro il grosso del gruppo proseguì, come era usanza, risalendo direttamente il ghiaione che porta alla base mentre alcuni istruttori s’intrattenevano con l’allora gestore Livio Lenatti. Fu questione di pochi minuti e poco dopo una grande frana si staccò dalla montagna, travolgendo chi già era impegnato nella salita del conoide. Purtroppo non ebbero scampo tre allievi: Bruna Forni, Bruno Gianetti e Maria Grazia Moroni. Senza dubbio fu una fatalità, per certi versi inspiegabile dato il tipo di roccia e la bassa quota della montagna, poco soggetta a intensi fenomeni erosivi di tipo glaciale o meteorico; ma fu anche una delle più gravi tragedie alpine di quegli anni.

La costruzione del monumento fu portata a termine in particolare da Gino Moroni, padre di Maria Grazia, coadiuvato da molti fra gli scampati alla tragedia che, inizialmente, portarono a spalla fin lassù i materiali necessari. Solo più tardi, grazie all’ausilio del motore di una motocicletta portata in vetta da Fernando Gianesini, l’istruttore Fausto Del Vo’ mise a punto una teleferica che, partendo dal Lago Pirola, agevolò le fatiche. Da allora, 15 maggio 1966, tutti gli anni, presso la cappelletta che sorge a margine dell’Alpe Ventina, accanto a tutti i caduti della montagna si ricordano i tre sfortunati giovani periti sul Torrione.

 

Il Torrione degli scalatori

 

Considerato “minore” e privo di interesse alpinistico, il Torrione fu a lungo ignorato dagli scalatori finché non attrasse l’attenzione del giovane sondriese Giuseppe ‘Pin’ Marini, assai attivo nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, ‘Pin’ s’innamorò della parete Ovest al punto che sue sono tutte le quattro vie che la percorrono. In un’occasione riuscì persino a coinvolgere nell’apertura di una via il grande Andrea Oggioni, uno dei più forti alpinisti italiani degli anni ’50, compagno di Walter Bonatti in alcune epiche imprese. Attualmente le tre vie tracciate sullo sperone centrale sono state oggetto di un “restyling” mediante appositi chiodi fissati con resina speciale in fori praticati col trapano. Tale soluzione rende la scalata molto sicura e ha consentito anche di seguire piccole varianti facendo passare il tracciato nei punti dove la roccia è più solida e interessante dal punto di vista arrampicatorio. La via più classica risale direttamente lo sperone: fu aperta da Marini e Praolini nell’estate del 1948 e dedicata all’alpinista Giuseppe ‘Peppo’ Perego, perito pochi anni prima durante la ritirata del Corpo d’Armata Alpino in Russia. La “Peppo Perego” si snoda per nove lunghezze di corda e, volendo seguire le varianti più impegnative, presenta passaggi di V grado e forse qualcosa in più; celebre per la bellezza della roccia e per l’estetica dell’arrampicata è la placca della quarta lunghezza. A dimostrazione dell’attaccamento dei Sondriesi verso il Torrione si segnala anche la probabile prima ascensione invernale della “via Perego”, compiuta da Pietro Ghetti, Roberto Bartesaghi, Vincenzo Fagioli e Aldo Parolo nel dicembre 1963.

Nell’intento di rendere sempre più vario e accattivante il ventaglio di attrattive che il turista può trovare nella Val Ventina, recentemente, sulla parete Ovest del Torrione è stata attrezzata anche una via ferrata che si svolge lungo lo sperone di destra e giunge poco sotto la cima, raggiungibile poi su facile pendio. Purtroppo, pochi giorni prima il completamento dei lavori, Enrico ‘Tico’ Olivo, audace scalatore ai tempi del cosiddetto “Nuovo Mattino” dell’arrampicata italiana (1976-82), perdeva la vita per un banale incidente mentre era impegnato nell’opera di attrezzatura. Il percorso ha un dislivello di circa 200 metri ed è stata realizzata secondo le più moderne norme che guidano gli impianti di questo tipo. Sicuramente è un altro motivo per visitare questa montagna “minore” impegnandosi su un percorso che non è arrampicata pura, ma nemmeno il facile sentiero della via normale. In ogni caso per salire occorre essere muniti di imbragatura, apposito set di sicurezza e casco.

 

Altri sentieri

 

Oltre alla larga e comoda mulattiera del percorso normale, per raggiungere l’Alpe Ventina e i suoi rifugi, da Chiareggio si può scegliere la strada sterrata che, verso Ovest-sud-ovest, traversa il Pian del Lupo e, varcato su un ponte il torrente che scende dalla Valle del Muretto, arriva alle case di Forbesina (cartelli indicatori). Quasi all’uscita dell’abitato un cartello indica la deviazione a sinistra per l’Alpe Ventina. In breve si giunge sul vasto greto di fondovalle e si traversa il torrente mediante due ponti successivi per poi imboccare lo stretto sentierino che risale il versante destro della Val Ventina ricongiungendosi alla mulattiera principale appena prima dei suoi unici due tornanti. Questa soluzione può essere consigliata come alternativa per il ritorno. Si può arrivare sulla cima del Torrione anche staccandosi verso sinistra dalla mulattiera principale per l’Alpe Ventina poche decine di metri prima del Rifugio Gerli-Porro (indicazioni). Dopo un lungo tratto a mezzacosta in direzione Nord, si piega a destra uscendo dalla Val Ventina per raggiungere il povero nucleo di baite dell’Alpe Pirola (2.096 m). Da qui il sentiero, sempre ben segnalato, risale a tornanti i ripidi pendii erbosi con rocce affioranti e canalini detritici che portano agli edifici che ospitarono le maestranze durante la costruzione della diga del Pirola. Oltre le costruzioni si prosegue brevemente e, superato il muro del bacino, ci si affaccia sul lago. Costeggiandone le sponde verso sinistra e piegando poi a destra (segnavia a vernice biancorossa) ci si porta nella desolata conca di pietrame presso la riva orientale. Si percorre la conca in direzione Sud-ovest, destreggiandosi fra i grossi massi di serpentino e piccoli affioramenti rocciosi portandosi sulla larga dorsale che divide la conca del lago dalla Valle Ventina. Qui piegando a destra si percorre il sentiero della via normale al Torrione.

 

Un ultimo sentiero, quello dei Tre Ponti, collega l’inizio della mulattiera normale con il sentiero Forbesina-Val Ventina correndo quasi pianeggiante nei pressi del corso del Mallero (cartelli indicatori).

 

Rifugio Gerli-Porro (1.965 m)

 

Nel 1936, la Sezione di Milano del CAI, una delle più attive d’Italia, fece costruire, sul margine settentrionale dell’Alpe Ventina, una capanna alpina, dedicandola ai consoci Augusto (Accademico del CAI) e Lisetta Porro, travolti da una valanga l’anno precedente sul Piz Corvatsch. Data la vicinanza con la metropoli lombarda i monti della Val Masino e della Val Malenco erano fra i preferiti dai Milanesi che stabilirono con essi un rapporto di grande affezione. La zona di Chiareggio era una delle preferite anche dalla “Scuola di Alpinismo Parravicini” e dai giovani della SUCAI, (Sezione Universitaria del CAI) che avevano nelle guide locali Livio e Oreste Lenatti due validi coadiutori. Questo rifugio, che per tutti sarà poi solo, “la Porro”, era destinato a diventare uno dei più frequentati di tutte le Alpi e ancor oggi, grazie anche alla vicinanza con Chiareggio, è meta di centinaia di alpinisti ed escursionisti. La capanna è stata gestita per decenni dalla famiglia Lenatti, a partire dal già menzionato Livio, il capostipite. Quando l’anziana guida si sentì troppo stanca per proseguire la sua missione, passò gradualmente il testimone al figlio Enrico, per tutti ‘Rico’. Poi, in accordo col corso inesorabile del tempo, la custodia passò ad un altro Livio, figlio di Enrico e guida alpina pure lui. L’aumento del flusso turistico rese pian piano inadeguate le dimensioni della Porro e nel 1992, grazie alla donazione della Signora Maria Rota Gerli, moglie di Amerigo, valente alpinista milanese, l’ampliamento fu completato: da quel giorno il nome Gerli si aggiunse a quello di Porro. Quando Livio scelse di dedicarsi con la famiglia alla conduzione dell’Albergo Chiareggio, il rifugio passò al cugino di Livio, Floriano Lenatti, guida alpina anch’egli, che assieme alla moglie ne è tutt’ora il gestore. Si devono all’intraprendenza di Floriano tutte le iniziative volte a promuovere le attrattive della vallata: l’attrezzatura delle vie di scalata sul Torrione Porro, la valorizzazione del “Sentiero del Larice millenario”, la realizzazione della via ferrata, la predisposizione di pannelli illustrativi posti a fianco al suo rifugio che comprendono anche la descrizione del “Sentiero Glaciologico Vittorio Sella al Ventina” e delle moderne vie di scalata sulla Sentinella della Vergine.

 

Tel. 0342 451 404 – 329 415 9404 E-mail: info@rifugiogerliporro.it Sito web: www.rifugiogerliporro.it

 

Rifugio Alpe Ventina (1.975 m)

 

Pochi anni prima della Seconda Guerra Mondiale, la politica autarchica del Paese e le sanzioni cui era sottoposto, spinsero il governo ad incentivare l’estrazione di materiali strategici soprattutto per l’industria bellica. Fra questi materiali vi era l’amianto, minerale di cui la Val Malenco è ricca e la cui estrazione fu estesa ovunque possibile. Sebbene forse più per altre convenienze che per il reale valore del materiale estraibile, si aprirono dunque alcune cave anche in Valle Ventina, alle pendici del Pizzo Rachele e del Pizzo Ventina stesso. Per dare ospitalità ai minatori si costruì anche un ricovero sui pianori dell’Alpe Ventina qualche centinaio di metri più a Sud del Rifugio Porro. Dopo il conflitto l’edificio fu rilevato dalle industrie Fossati proprietarie in Sondrio di un grande cotonificio e che lo adibirono a colonia montana per i dipendenti ed i loro famigliari. Qualche anno dopo la struttura fu rilevata da Oreste Lenatti e dalla sua famiglia. La brava guida poteva così avere un rifugio tutto suo che battezzò “Ventina”. L’edificio sorge poco più a monte del Rifugio Gerli-Porro, affacciato sul vasto pianoro alluvionale prodotto dalle acque del Torrente Ventina, e come questo è meta estiva frequentatissima da alpinisti, turisti o anche semplici amanti della buona tavola. Da Oreste, la gestione è passata al figlio Diego e famiglia e sotto la sua guida la struttura ha subito una notevole ristrutturazione pur mantenendo il solco della tradizione. Ora, un po’come è accaduto per il vicino “Gerli-Porro”, Diego ha ceduto l’incarico di gestore al figlio Oreste.

 

Tel. 0342 451 458 – 348 814 1955 E-mail: info@rifugioventina.it Sito web: www.rifugioventina.it