Dove va l'alpinismo?

E chi se ne frega!

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 08:54:00


Dove va l'alpinismo?

Non sono sicuro che queste considerazioni fossero destinate a sgorgare proprio ore, ma come al solito le delicate pressioni del Combi mi obbligano a muovermi.

Ultimamente in diverse occasioni sono qualcuno ha tentato di coinvolgermi in discussioni circa le sorti dell'alpinismo e ho ricevuto mail contenenti proposte e opinioni in merito.

Devo dire che il risultato di questa "campagna" mi ha lasciato completamente indifferente e forse un po' irritato. Forse perché mi pare di aver detto tutto quello che pensavo sull'argomento già molto tempo fa, forse perché provo un po' di pena per questi tentativi di dare per forza dei contorni e delle direzioni ad un'attività che a mio parere deve restare fuori da schemi e forzature di sorta siano esse anche pensate con le migliori intenzioni.

Forse una corretta analisi della situazione deve partire da una definizione accettata e accettabile della parola alpinismo. Ne darei due: per Mummery Alpinismo è l'apertura di nuove vie e l'esplorazione di aree montuose ignote, nella visione più populista l'alpinismo è invece il semplice andare a scalare cime.

Evidentemente quando si parla di direzioni da dare o da proporre ad un'attività si pensa in primo luogo alle sue espressioni di punta e quindi ci si riferisce alla prima definizione.

In questo caso lo spazio per agire non manca davvero, sia sulle Alpi, sia, a maggior ragione negli altri gruppi montuosi, principalmente extra europei. Sulle nostre cime gli spazi sono sempre più esigui e ci si deve accontentare davvero di zone remote e magari poco appetibili sotto il profilo dell'estetica arrampicatoria.

Ma io non credo che la domanda su dove stia andando l'Alpinismo nasca dalla preoccupazione per la mancanza di terreni e forme d'espressione. Credo piuttosto che venga da una sorta di paura nel vedere cambiare rapidamente un mondo che si credeva quasi immutabile. Perché in questi anni l'alpinismo, la sua mitografia, i suoi riti, le sue motivazioni profonde e meno profonde hanno subito un profondo cambiamento. La certezza che non esistono più obiettivi insuperabili, l'ampliarsi del numero di scalatori d'elite, i nuovi materiali, le nuove tecniche di allenamento, hanno sciolto praticamente ogni alone di mistero ed invincibilità alla montagna, ma hanno banalizzato la prestazione che al tempo stesso, dovendo necessariamente diventare sempre più tecnica può essere compresa in tutta la sua portata solo da pochi addetti ai lavori. Fino a vent'anni or sono arrivare su un 8000 era quasi come andare sulla luna, oggi, senza nulla togliere alla preparazione richiesta, ci fanno spedizioni commerciali. Fino a vent'anni or sono il Cerro Torre era la vetta più difficile del mondo e salire le lisce pareti del Capitan o delle Dolomiti rappresentava ancora un qualcosa in grado di stupire proprio perché ancora vicino ad un grande pubblico non ancora abituato al consumismo dell'impossibile. Oggi che quest'abitudine è consolidata, credo che neanche fare il K2 a piedi scalzi d'inverno potrebbe suscitare grande scalpore. Ma vi ricordate invece quando lo salirono Compagnoni e Lacedelli, o quando Bonatti fece la Nord del Cervino da solo, o quando Maestri vinse il Cerro Torre (se lo vinse)?

OK. L'Alpinismo che conoscevamo è morto e sepolto. Non ci sono più le gare per accaparrarsi una via nuova, le corse segrete per soffiare l'invernale ai "rivali". Non c'è più la ricerca dello sponsor che ormai non saprebbe più a quale personaggio affidarsi tanti sono i campioni e tanto poca risonanza le loro pur grandi imprese gli porterebbero.

Tempo fa scrissi, e ci credo ancora, che questo cambio epocale porterà ad una rinascita degli ideali più semplici di questa attività. Venuti a mancare o quasi gli stimoli prodotti dall'ambizione, dal desiderio di fama, dalla ricerca di una vita pagata per fare l'alpinista, troveranno nuovo valore la passione, l'espressione artistica, il desiderio di contatto con la natura.

Quindi con la sua morte, l'alpinismo rinasce, ma non starei a preoccuparmi troppo di come crescerà.