Le lezioni della montagna

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 08:47:29


Le lezioni della montagna

Attività che spesso pone l’uomo a contatto con situazioni severe ed estreme, da quando è nato, l’Alpinismo è stato non solo laboratorio del gesto, ma, in molti casi, anche anticipatore dell’evoluzione sociale. Purtroppo molti dei suoi valori sono stati “usurati” da una eccessiva retorica che, nel tentativo di esaltarli, ha ottenuto effetti opposti e, cosa ancor più grave, ha influenzato gli animi dei più idealisti ed ingenui che a volte si sono persino sacrificati in suo nome, addirittura a costo della stessa vita.

Col tempo non ho mutato opinione ma, devo ammetterlo, la scalata, come metafora della vita, mi ha anche fornito strumenti utilissimi. Ecco perché mi sono deciso a scrivere una mia opinione sull’argomento, sperando di darne una chiave di lettura più moderna e disincantata. Insomma, dopo aver gettato il bucato insieme all’acqua sporca, è giunto il tempo di vedere se c’è da recuperare qualcosa. A parte le supposte, e non provate, proprietà benefiche sul nostro fisico, gli aspetti più amati dai “retori dell'Alpe”, erano legati alle categorie morali e filosofiche: spirito di sacrificio, fratellanza, generosità, coraggio, caparbietà, elevazione spirituale. Purtroppo ho presto costatato, con delusione, che tutti questi nobili sentimenti erano spesso inversamente proporzionali all’importanza della meta. Sulle cime non ti trasformi lasciando a valle quello che realmente sei e la montagna, specie quella dura, diventa l’impietoso specchio dei nostri difetti peggiori. Può dunque capitare, fatto realmente accaduto, che uno dei più rigidi difensori degli ideali alpinistici si sleghi dal compagno temendo di essere trascinato nel vuoto in caso di una sua caduta, contraddicendo tutte le belle parole sul fraterno legame degli scalatori, sul valore della cordata, sul coraggio. Eppure non condanniamolo troppo severamente, perché se lo scalatore è dotato di spirito critico e sincerità interiore, forse a casa ripenserà al suo gesto traendone le debite considerazioni: perché l'alpinismo possa farci “crescere”, occorre da parte nostra un minimo di analisi e di voglia, dopo aver salito altissime vette, di affrontare i nostri abissi. Animale profondamente individualista, lo scalatore si lega ad altri per conseguire più facilmente un risultato ambito. La cordata ha spesso un valore utilitaristico che si annoda o si scioglie di volta in volta e non sempre è sinonimo di condivisione dell'avventura. L’alpinista vuole sentirsi diverso e speciale, arrivando in certi casi a sentirsi un semidio; ma, sebbene ci sia sicuramente un nesso psicologico fra ascensione e ascesi, la realtà è molto più terrena. Non mi addentro però in questo insidioso angolo e, restando su cose più concrete, vorrei concentrarmi su alcuni aspetti formativi legati alla scalata stranamente quasi mai valorizzati, prendendo me stesso come terreno d’indagine.

Cosa mi ha dato l’alpinismo? Al primo posto metterei il senso di responsabilità, merce assai rara in una società che fa dello scaricabarile una prassi comune. Incolpare il destino, i genitori, gli altri dei nostri guai, senza minimamente essere sfiorati dal dubbio che il più delle volte sono, invece, frutto del nostro agire è una comoda scappatoia. Ebbene con le sue leggi inesorabili la montagna ci insegna ogni giorno, volenti o nolenti, che l'errore si paga e spesso a carissimo prezzo e che non lo si può imputare ad altri. Il senso di responsabilità nei confronti di chi ci accompagna ci viene invece dall’esempio di chi in altre occasioni ci ha aiutato durante la scalata; è una sorta di eredità che è naturale tramandare al motto di “fai agli altri quello che vorresti loro facciano a te”. Potremmo quindi dire che, fino a un certo punto, la montagna ci rende fratelli, ma purtroppo di fronte a mete di grande prestigio, orgoglio personale, invidia, gelosia, viltà, menzogna hanno spesso la prevalenza: i casi di cordate o di spedizioni apparentemente saldissime e poi disintegratesi in un attimo, preda dei sentimenti appena citati, sono innumerevoli.

Metafora nella vita dei tanti problemi che incontriamo sul cammino, scalare le montagne è anche una validissima scuola di strategia. Intraprendere un’ascensione, soprattutto se lunga e difficile, comporta farsi carico di studiare il percorso e la sua storia, la geologia e la geografia dei luoghi e i tempi di realizzazione; di scegliere le attrezzature e l’abbigliamento più adatti, calcolare le scorte di viveri. Questi ultimi aspetti devono essere particolarmente ottimizzati in funzione del fatto che, portandoli sulle nostre spalle, dobbiamo avere la massima resa con il minimo peso. Nella strategia rientra anche la pianificazione dei tempi della salita, al fine renderla più sicura possibile: non è consigliabile percorrere un canalone nevoso a mezzogiorno, meglio farlo alle prime luci. Se si prevedono temporali pomeridiani, è opportuno calcolare questa eventualità anticipando la partenza; e se ci si rende conto di procedere troppo lentamente, è meglio, se ancora possibile, rinunciare, piuttosto che intestardirsi nella salita. Strategia è anche la capacità di centellinare le proprie forze, di individuare i migliori punti di riposo e, sia prima sia durante la salita, le possibili e più sicure vie per una ritirata. Da questo primo “insegnamento” ne nascono altri due: sapere accettare la sconfitta e di conseguenza anche i propri limiti. Considerare la ritirata come un’opzione per riprovare con altri mezzi, altra preparazione, altra determinazione, per spostare avanti i nostri limiti, trasforma la “sconfitta” in una occasione di crescita personale formidabile. In fin dei conti il primo compagno di cordata sei tu stesso; e questo vuol dire soprattutto imparare a non mentire a se stessi, a non millantare e a essere, cosa difficilissima, coerenti nelle proprie azioni.

Oggi siamo tutti abituati a correre, a voler raggiungere un obiettivo, prima possibile, a “divorare” la vita come un hamburger, ma la montagna con le sue difficoltà spesso insormontabili, in qualche misura ci impone e ci insegna anche la pazienza e l’ascolto; ci obbliga a entrare in sintonia con l’ambiente per farlo nostro alleato anziché usarlo come una pista su cui fare una gara di velocità. Quello alpino è anche un terreno costellato di insidie e pericoli che in alcuni casi non richiedono solo esperienza e bravura, ma anche coraggio. Il coraggio che ci insegna la scalata non è però fine a se stesso, dimostrazione di stupida spavalderia. Si tratta di un coraggio ragionato di una seria disciplina del rischio, ottenuta con la sapienza di fare molto usando poco, di ottimizzare al massimo le risorse a disposizione usando, se occorre, anche la fantasia. E’ un coraggio che contempla la paura e la valutazione coscienziosa delle situazioni, che ci impone di ragionare il più possibile con freddezza per poi prendere delle decisioni. Ultimo ma non per ultimo fra gli insegnamenti che ho ricevuto, è quello della sopportazione della fatica e a volte del dolore che sono elementi essenziali di una caratteristica fondamentale per uno scalatore: la tenacia. Tutto ciò si traduce anche in un profondo rispetto per la montagna e la natura: un rispetto che purtroppo stiamo vieppiù perdendo grazie a strumenti super raffinati che ci danno l’illusione di poter spadroneggiare a piacimento nell’ambiente selvaggio anche contro ogni buonsenso.

Contrariamente al comune pensare, mettere a rischio la propria vita, imparando a gestire situazioni potenzialmente pericolose, non crea dei pazzi, ma, paradossalmente, dei soggetti socialmente responsabili, più forti d'animo e meno facilmente preda di pericolose e illusorie panacee per lo spirito. Ecco vedo nell’alpinismo una possibile scuola non solo per il reinserimento di soggetti a rischio, soluzione già praticata con successo anche se con poca continuità, ma, sfrondato da ogni orpello retorico, anche come uno mei più efficaci percorsi di crescita personale per chiunque.