In memoria di Walter Bonatti

Ultimo aggiornamento il: 19/05/2018 08:25:52


In memoria di Walter Bonatti

Apro il giornale e scopro che uno dei più pericolosi latitanti della ‘ndrangheta, catturato poco tempo fa, è riuscito a fuggire dall’ospedale dove era stato ricoverato, ma dove era piantonato a… singhiozzo. Giro pagina e assisto all’indegno spettacolo offerto dalla politica nazionale non solo a noi cittadini, ma al mondo intero. Penso a questo sistema capovolto, dove la menzogna più evidente ci viene spacciata per verità da molti giornali e TV; ed è sostenuta apertamente anche nelle sedi più elevate che governano il Paese.

Penso a Walter Bonatti che ci ha lasciati per sempre e al suo percorso di vita senza compromessi, lineare. Penso alla sua ingenuità, alla sua pacata e tranquilla rassegnazione di fronte al degrado che ci circonda ed avanza. Penso alle sue giornate più luminose, rese ancor più splendenti dal modo con cui sono state vissute e non posso che lanciare uno sconsolato addio all’amico. Un gigante che in altre nazioni sarebbe stato esaltato come prototipo, come modello assoluto, in Italia è vissuto invece quasi dimenticato. Forse perché rappresentava quel modo di vivere, se vogliamo faticoso, ma leale e responsabile, anche con se stessi, che non alligna quasi più dalle nostre parti?

Un rimprovero che a volte ho fatto a Walter è stato quello di essersi lui stesso tenuto in disparte dalla ribalta, da un impegno sociale a favore, ad esempio, dell’ambiente, della montagna, dello sport; ma ora penso che lui sapesse bene quel che faceva. Una personalità come la sua non avrebbe a lungo sopportato i mille giochi, le bassezze, i necessari compromessi che certe cariche possono richiedere, soprattutto se le si vuole mantenere.

Meglio allora ripensare alle cose belle, al magnifico esempio che Walter ci ha regalato, al suo modo di leggere ed affrontare le montagne, prima, e i grandi spazi selvaggi poi. Quando parlavo con lui delle sue scalate e le paragonavo ad opere d’arte notavo sul suo volto un certo pudore o imbarazzo; forse, pur conscio della grandezza di imprese come il pilastro sudovest del Dru o la parete nord del Grand Pilier d’Angle, egli non arrivava a giudizi così spericolati come i miei. Forse Walter riteneva le mie entusiastiche parole frutto di un eccessivo fervore nei suoi confronti, ma ancor oggi, se fosse qui, gli ribadirei le stesse cose; anzi, col sorriso sulle labbra, accostandolo ai grandi artisti, lo definirei scherzosamente, ma neanche tanto, il primo grande strutturalista dell’alpinismo. Qualche esempio luminoso c’era già stato in precedenza, Gervasutti; ma Walter fu il primo a guardare con maggiore curiosità e attenzione nelle pieghe più recondite delle montagne, a “vedere” pareti incastonate nelle pareti, angoli di bellezza estetica o di selvaggia entropia. E’ stato Walter a fare emergere dal Monte Bianco i rossi piloni del Brouillard o la tremenda prua del Pilier d’Angle. Da quel momento, importanti strutture rocciose o elementi caratterizzanti un versante, esteticamente attraenti anche solo per se stessi, ma prima generalmente ignorati, divennero mete ambite, “problemi” da risolvere. Grazie alla mente creativa di un uomo l’Alpinismo allargava i suoi orizzonti.

Essendo il primo a cimentarsi su moltissime di queste architetture, Bonatti ebbe facile gioco nel cercare e nel trovare una via, ma ciò non toglie che la scelta dell’itinerario, la linea di salita erano sempre concepiti secondo una logica che coniugava bellezza estetica e ricerca dei punti più deboli della parete. L’esempio forse più calzante di quanto appena detto ci viene da una salita che potremmo considerare “secondaria”, quella della parete del Monte Bianco compresa fra il piloni sommitali e la cresta di Peuterey, effettuata con Cosimo Zappelli il 22 settembre 1961, poco tempo dopo la tragedia del Pilone centrale. Scrive Walter: “Essa non promette virtuosismi con scalette e carrucole, né aerei bivacchi, tuttavia è una superba e logica parete, fatta di una successione armonica di rocce e ghiacci. Sembra una parete dell’ottocento, quando si scalava per raggiungere una vetta e si disponeva, oltre alla corda e alla piccozza, soltanto di buone gambe, di un grande cuore e di polsi robusti per «tagliare» migliaia di tacche nel ghiaccio predominante. E’ incredibile e commovente che esista ancora oggi una invitta parete d’altri tempi che sale dritta per ottocento metri sulla cima più alta d’Europa”.

Nella decisione di dedicare le sue attenzioni a questa parete, nella perfezione quasi assoluta della linea di salita  e nelle sue parole io leggo tutta la grandezza di Walter Bonatti.