Alle origini dell'arte di scalare i sassi

Ultimo aggiornamento il: 18/05/2018 09:02:04


Alle origini dell'arte di scalare i sassi

Da oltre dieci anni la Val Masino, il Melloblocco, festoso meeting internazionale di arrampicata sui massi, bouldering, o sassismo che annualmente attira praticanti e appassionati, soprattutto giovani, da ogni parte del mondo. Pochi sanno invece che molto prima la valle è stata la culla italiana di questo genere di arrampicata che ha radici antiche e per certi versi affascinanti. Vorrei dunque invitarvi ad un viaggio nella poco conosciuta storia di questo che non è solo uno sport, ma che con determinate basi filosofiche diventa una vera e propria arte e per alcuni quasi stile di vita. Oggi il bouldering è più che maggiorenne e ha completamente rescisso ogni rapporto con la scalata in montagna e persino con il free climbing, conservando in comune solo il gesto, l'arrampicarsi, e qualche attrezzo. I campioni hanno raggiunto livelli vent'anni or sono impensabili e hanno persino sconvolto i canoni classici su cui si basava la scalata, rendendo, ad esempio, canonica la progressione dinamica che arriva persino ad acrobatici lanci da una presa all'altra, se così si possono chiamare i micro appigli, spesso spioventi, cui si affidano. Da attività secondaria, praticata qualche volta per allenarsi a cimenti più ardui sulle vette, la scalata sui massi è diventata uno sport che conta ora migliaia di appassionati; ma per giungere a questo stadio ha dovuto conoscere un lungo percorso.

E' difficile dire chi esattamente sia stato il primo ad appassionarsi scalando piccole rocce. Per far nascere una simile pratica ci volevano, infatti, i luoghi e la cultura adatti: un mix che si poteva trovare solo in Gran Bretagna. E non è casuale che la patria dell'Alpinismo sia stata anche quella del bouldering, perché, in una nazione priva di grandi cime, scalare i massi fu sicuramente un  espediente assai in voga per prepararsi alle vette continentali. Lo spirito sportivo britannico fece il resto e ben presto, già a fine 800, fra gli scalatori inglesi si parlava dei massi più difficili e di "problemi" ancora da risolvere sulle loro pareti. Per i pionieri dovette essere un momento magico e divertente, la scoperta di un micro-mondo di vette tutte da scalare e sulle cui pareti si poteva osare ciò che altrimenti sarebbe stato troppo pericoloso. Il riconosciuto padre fondatore del bouldering fu dunque inglese, o meglio, un tedesco diventato inglese: Oscar Eckenstein. Di lui si dice che non amasse troppo fare capocordata e generalmente è più noto per avere inventato il rampone a dieci punte e la prima piccozza a manico corto. Quasi nessuno sa della sua passione per la scalata dei massi e delle sue notevoli doti fisiche che gli consentivano già allora di superare passaggi di grande difficoltà. Inoltre Eckenstein era notevolmente portato per la matematica, aspetto che ritroveremo nell'uomo che ha eletto il bouldering a sistema di vita e lo ha consacrato come sport: John Gill.

In questa entusiasmante fase storica, emerge prepotente anche la figura di Aleister Crowley, controverso personaggio le cui imprese di arrampicatore saranno presto offuscate dalla sua sinistra fama di mago, satanista e uomo malvagio. A cavallo fra 800 e 900 Crowley fu amico e discepolo di Eckenstein, ma a quanto pare fu anche il primo ad appassionarsi alle dinamiche del gesto, ai suoi meccanismi e alla sua estetica, diventandone anche raffinato descrittore. Eckenstein e Crowley compresero ben presto che le  potenzialità di quel "gioco" sui massi andavano ben oltre l'atletismo, per sconfinare nella meditazione attiva e nel controllo della mente: con loro il bouldering era definitivamente nato.

Sul continente europeo, presso Parigi, nella foresta di Fontainebleau, disseminata da una miriade di massi di "gress", un tipo di arenaria caratterizzata da forme e appigli arrotondati, si sviluppava una scuola parallela. Già sul finire dell'800 su questi massi si divertivano i parigini amanti dell'alpinismo, ma anche quelli che cercavano un po' di svago nella natura a due passi dalla metropoli. Anche qui, in poco tempo il gioco di scalare i massi era diventata quasi una moda; a tal punto che nel 1907, venne fondato il “Groupe des Rochassiers”. L'arrampicata su questi massi e su difficoltà portate all'estremo grazie all'assenza di pericoli, portò gradualmente i "bleausards" (quelli di Fontainebleau) a raggiungere livelli eccezionali e a sviluppare tecniche e materiali adatti alla loro passione.  Gli appigli sfuggenti e rotondeggianti suggerirono a qualche "creativo" di migliorare la presa cospargendosi le mani di resina polverizzata contenuta in un sacchetto, in gergo "popf": nasceva l'antenato del "chalk" inglese e della moderna magnesite, oggi indispensabile per ogni scalatore estremo. Migliorava anche la calzatura, con la ricerca di scarpe leggere e dotate di suole in gomma liscia, ma le scarpe erano ancora molto imprecise per essere favorevolmente. Maestro indiscusso della scuola di Fontainebleau fu Pierre Allain che portò il bouldering locale a nuovi livelli aumentando il distacco che già c'era con l'alpinismo classico e la scalata in parete con uso della corda. Voglio però ricordare che grazie all'abilità maturata sui massi di Fontainebleau, Pierre Allain divenne anche uno dei migliori arrampicatori-alpinisti degli anni 30 del 900 e sua fu la prima ascensione alla temuta parete Nord del Petit Dru. Gli studi di Allain lo portarono a sviluppare una pedula progettata ad hoc per la scalata estrema sui massi che univa precisione, flessibilità e perfetta aderenza al piede. Il risultato fu spinto talmente all'estremo che le pedule PA, dalle iniziali del suo ideatore, erano per i piedi di molti un atroce "stivaletto malese" e con la comparsa di nuovi  modelli furono presto abbandonate.

Lo sport di scalare i sassi proseguì senza troppo clamore nelle due nazioni che maggiormente ne avevano sviluppato la tradizione, ma sicuramente anche altrove tutti i migliori alpinisti l'avevano praticato. Ricordo a questo proposito il masso che il leggendario Paul Preuss scoprì nei pressi di Courmayeur e sul quale si esercitava quando il tempo era incerto; ma per lui si trattava più che altro di mero allenamento fisico.

Per trovare il terzo "padre" del bouldering dobbiamo varcare l'oceano e approdare negli USA dove nel 1954 nasce la stella di John Gill. Con questo atleta il bouldering farà un altro passo avanti entrando nella modernità e diventando un vero laboratorio del gesto. Sebbene avesse fatto delle ascensioni anche di un certo impegno, forse influenzato dalla sua mente matematica, Gill si appassionò in modo particolare alla scalata dei massi. Qui poteva trovare le massime difficoltà immaginabili, che obbligavano la mente a escogitare infiniti e spesso improbabili spunti per venirne a capo. La passione lo travolse e da buon matematico si applicò anche all'allenamento scientifico del suo fisico perché aveva da subito compreso che senza dita e muscoli d'acciaio non avrebbe potuto proseguire la sua ricerca, non avrebbe potuto esprimere quella che a ragione considerava una vera e propria arte del corpo e della mente. Con grande anticipo sui tempi, John Gill elesse il bouldering a sua esclusiva attività riuscendo a superare passaggi incredibilmente difficili che ancor oggi creano qualche problema ai giovani campioni come Sharma. La sua preparazione atletica divenne leggendaria, così come gli esercizi che egli stesso aveva studiato per migliore le sue performances; quello forse più spettacolare era il sollevamento su un braccio, agganciato con un solo dito e zavorrato con pesi da palestra appesi in vita! Con John Gill, l'arte di scalare i sassi diventava maggiorenne e acquistava una sua dignità, prima messa in discussione e considerata con sufficienza perché svolta su "montagne in miniatura". Ma non solo, diventava anche uno strumento di meditazione attiva e a questo stadio non importa più che difficoltà tu faccia, l'importante è il riuscire a ritrovare te stesso nel qui ed ora.