Nuove strade sul Meriggio

Un intervento forse utile

Ultimo aggiornamento il: 18/05/2018 08:49:17


Nuove strade sul Meriggio

Fino a non molti anni fa, quando scorgevo il segno di una nuova strada che “feriva” i fianchi della montagna provavo un misto di tristezza e rassegnazione, pensando all’ennesimo scempio dell’uomo sulla natura. Poi, col tempo, le cose sono cambiate. Da terreno di gioco, la montagna è diventata, per me, spazio di lavoro e di studio. L’alpinismo e la sua storia non mi bastavano più: queste cime e queste valli non sono certo nate al mondo solo da quando qualcuno ha pensato di salirle e di esplorarle. Da millenni le vicende degli uomini si sono dipanate in questi luoghi, attraverso sentieri e valichi. Così, a poco a poco ho cercato di approfondire la conoscenza dei miei monti. Dalla storia ho appreso che le montagne sono state di volta in volta via di transito esplorativa, punto d’avvistamento e fortezza, luogo ove ripararsi, risorsa economica e vitale per migliaia di uomini. Dalla geografia ho capito come buona parte del nostro paesaggio rechi impresso il segno della trasformazione dovuta all’intervento dell’uomo, strade, sentieri, alpeggi, maggenghi, canalizzazioni. Ovunque e spesso nei luoghi più impensati si scoprono gli effetti di un paziente e faticosissimo lavoro. Le testimonianze del passato, a volte tenui, come i ruderi di una baita o le incisioni sulla roccia, altre volte imponenti, come i terrazzi delle nostre vigne, ci circondano e ci parlano dei nostri antenati che troppo spesso dimentichiamo. L’inevitabile azione del progresso ha portato benefici a tutti, ma ha prodotto grandi cambiamenti nel modo di vivere. In primo luogo ha provocato un graduale spopolamento della montagna in favore di una maggiore antropizzazione del fondovalle. In pochi anni magnifici maggenghi ubertosi sono stati abbandonati a se stessi. Le baite, le casere, i sentieri di collegamento sono caduti in rovina. Il bosco, spesso un cattivo cespuglieto di rovi e ramaglie, ha invaso i pascoli ricavati con fatica. Ma se questi sono stati gli effetti della modernizzazione, questo balzo tecnologico ha fornito agli uomini anche gli strumenti per accedere alle montagne con maggior facilità. E’ vero, si sono costruite tante strade, e spesso in luoghi assurdi, ma, il più delle volte, queste sterrate hanno permesso di tornare ai vecchi maggenghi e di por mano al loro recupero, cui è seguito anche quello del territorio circostante.

Ovviamente non in tutti i luoghi è andata così. Sono molti gli esempi di cattivo recupero di una zona, di sconsiderata gestione della viabilità che, invece di essere riservata agli alpigiani è aperta a tutti con le conseguenze immaginabili. Ma sono rimasto particolarmente colpito dalla  cura con cui mi sembrava essere stato concepito il recupero degli alpeggi in zona San Salvatore, nel Comune di Albosaggia. Si vedeva che l’azione dell’uomo andava ben oltre la realizzazione di strade e ristrutturazione, ma che c’era alle spalle un progetto più organico e articolato. Incuriosito ed ammirato, ho cercato di capire come e perché si fosse arrivati a questo interessante risultato dove, forse per la prima volta, si tenta di trovare organicità e sinergia fra patrimonio agro pastorale e offerta turistica. Così ho scoperto che il progetto di riqualificazione dei pascoli “sotto il Pizzo Meriggio”  aveva origini piuttosto antiche e nasceva da una domanda che si fecero, all’inizio del 1990, gli amministratori del Comune di Albosaggia. Come era possibile recuperare quegli alpeggi e le baite, ridare impulso alla pastorizia e al tempo stesso conferire un valore aggiunto alla purtroppo scarsa produttività del pascolo locale?

In quegli anni la monticazione stava conoscendo una crisi piuttosto grave che si manifestava particolarmente nelle zone di limitata produttività come erano appunto i pascoli in questione. Nello stesso tempo in molti amministratori si palesava la necessità di mantenere vivo e vitale il collegamento con la montagna dei padri e perpetuare l’importantissima funzione di presidio e di manutenzione territoriale svolta dall’alpigiano. Era necessario quindi migliorare la viabilità d’accesso ai monti, rendere più confortevoli le baite, razionalizzare lo sfruttamento delle risorse pascolive, creare una rete idrica efficiente e aumentare le condizioni igieniche generali. In quest’ottica i primi interventi del Comune di Albosaggia ebbero un orientamento di tipo conservativo. Furono ristrutturate la baita al Lago della Casera e la casera in località Meriggio; si consolidaronoi le murature di altre baite pavimentandole e creando una rete di smaltimento delle acque reflue; si diede il via alla realizzazione di una rete volante di approvvigionamento idrico per le stazioni di monticazione prive di una loro sorgente. 

Come scriveva il sindaco Rovedatti: “Era necessario consegnare ai caricatori uno strumento che li potesse mettere in condizione di svolgere l’attività agricola in modo nuovo e decoroso.” Si pensò quindi di abbinare alle normali attività agro-pastorali anche la possibilità di un’offerta turistica che avrebbe permesso anche di allungare il periodo utile di sfruttamento dell’alpe.

A questo punto bisognava risolvere il problema primario del reperimento dei mezzi finanziari. Occorreva pertanto una proposta seria e credibile da presentare agli enti preposti. L’allora assessore all’agricoltura del Comune di Albosaggia, Graziano Murada, pensò di rivolgersi alla Fondazione Fojanini, affinché fosse messo a punto uno studio approfondito e scientifico della situazione.

Lo studio, guidato dal dottor Fausto Gusmeroli, mise in evidenza la fattibilità di quanto fino ad allora era stato solo sognato e come conseguenza ebbero inizio le opere che si svilupparono seguendo le linee guida del progetto della Fondazione Fojanini.

Per ottimizzare la resa del comprensorio si pensò per prima cosa di creare un unico polo per la lavorazione del latte prodotto dai vari pascoli. Allo stesso tempo si doveva trovare un luogo adatto ad ospitare anche i minimi servizi richiesti dai futuri fruitori dell’offerta di turismo pastorale. Si pensò ad esempio alla necessità di avere un minuscolo spaccio per la vendita dei prodotti locali e e di altri articoli essenziali per chi dovesse trascorrere una vacanza di più giorni in baita.  La località venne identificata nella località Lago della Casera ove già esiste un rifugio privato degli Alpini di Albosaggia. Le baite del Lago della Casera, sarebbero diventate quindi il cuore di un piccolo sistema integrato di turismo rurale e attività agro pastorali. La scelta del luogo fu dovuta principalmente al fatto che l’area, oltre ad essere ben fornita d’acqua, si situa grosso modo al centro del comprensorio di pascoli che si volevano recuperare. La prima fase del progetto puntò alla realizzazione di una buona rete viaria per facilitare gli spostamenti degli alpigiani e per consentire il trasporto del latte alla casera. Si diede il via alle operazioni con l’apertura di una strada lunga 2,6 km, da San Salvatore fino alla località Sasso Marmorino. Superata una fase di contestazioni cui fece seguito anche una denuncia con relativo processo, la strada fu poi prolungata fino al Lago della Casera. Da qui partirono i collegamenti per Camp Cervè, a Sud-ovest e per il Lago delle Zocche, verso Nord-est. Un altro tracciato colegava infine Sasso Marmorino con  la Casera Meriggio, posta  ai piedi del versante Nord del Pizzo Meriggio. Tutta questa apertura di nuove strade suscitò un certo malumore fra gli ambientalisti, ma il sindaco Rovedatti tiene a precisare che sempre si ebbe un’occhio attento al rispetto della natura. Basti pensare che proprio su queste strade venne adottata per la prima volta l’idrosemina in modo da facilitare l’inerbimento delle scarpate laterali, sia per mitigare l’impatto visivo, sia per stabilizzare velocemente lo sterro. Il centro di caseificazione del Lago della Casera è stato realizzato ristrutturando la vecchia costruizione, ampliandola e aggiungendo un nuovo locale di caseificazione in cui sono rispettate le norme CEE in materia di igiene per la lavorazione dei derivati del latte.

Scopo principale di questa concentrazione è quello di consentire, in futuro, la massima resa della produzione, liberando nel contempo gli edifici presenti nelle altre zone di monticazione e prima usati per la lavorazione del latte in modo che possano essere trasformati in alloggi turistici. Di pari passo si è provveduto anche a ottimizzare e razionalizzare la distribuzione idrica locale. Nell’unico punto dove esiste qualche problema di approviggionamento idrico, al Lago delle Zocche, l’acqua viene pompata dall’area del Logo della Casera. Per questo motivo invece che adibire a scopo recettivo le baite, si pensa di creare  un piccolo Laboratorio Ecologico, fornito degli strumenti base per compiere anche picccoli esperimenti ed osservazioni.

Il miglioramento e la manutenzione dei sentieri esistenti consente già oggi magnifiche gite nei boschi che si stendono ai piedi del Pizzo Meriggio. Le strade sterrate, per le quali è previsto un ultimo tratto che collegherà il Lago delle Zocche con la Casera Meriggio attraverso il Passo della Portorella, andranno a formare uno splendido anello per il Mountain Bike. La tranquillità degli alpeggi, garantita da una rigorosa regolamentazione degli accessi alle strade, consentiti solo a chi abbia in loco attività agricole, rende la zona quanto mai adatta a periodi di riposante villeggiatura immersi nella natura e nel verde. I lavori non sono però ancora conclusi e per i prossimi hanni sono previste le opere conclusive. Si realizzeranno la pista forestale fra Camplelli e Cornacci  e quella trattorabile fra Meriggio e Piada; si ristruttureranno le baite alloggio a Campo Cervé e a Piada; si dovrà inoltre migliorare e completare la rete di distribuzione idrica.

Il progetto avviato dal Comune di Albosaggia si pone dunque all’avanguardia perché per la prima volta non ci si limita ad un semplice intervento di recupero, ma si tenta di dare un volto più moderno, e ambientalmente compatibile, alla tradizionale monticazione. In futuro quando la maggior parte delle baite saranno riattate, si potranno adibire a minuscoli rifugi ove trascorrere periodi di vacanza. Si allungherà il periodo di utilizzo degli alpeggi, e si creeranno nuove forme di guadagno per i proprietari che, oltre alla vendita diretta dei loro prodotti, potranno affittare le baite agli amanti di un tipo di vacanza sicuramente originale.

Intanto, la Fondazione Fojanini ha proseguito gli studi portando avanti altri progetti più o meno simili in altre località.

Progetti che prevedono un approccio multifunzionale dello spazio alpestre sono stati avviati sia per l’Alpe Campagneda in Val Malenco, sia per la Valle delle Mine nel Livignasco. In quest’ultimo caso ci si è spinti ancor più oltre prevedendo la creazione di un percorso botanico-pastorale guidato da cartelli esplicativi posti lungo il sentiero.

Siamo quindi solo agli inizi, ma sebbene irta di difficoltà questa sembra una delle strade migliori per mutare il tipo di offerta turistica delle nostre montagne, passando dalla “monocultura” dello sci ad un più equilibrato e salutare rapporto fra attività tradizionali e un nuovo tipo di turismo più compatibile e rispettoso dell’ambiente. Solo così, e cioè distribuendo meglio l’offerta turistica, oggi concentrata in poche aree, si potrà tentare di rivitalizzare la nostra montagna con benefici economici non solo  per gli imprenditori agricoli locali, ma anche per il territorio che vedrà migliorati l’equilibrio ecologico e lo stato idro-geolgico.

E’ logico che simili proposte innovative e quasi “rivoluzionarie” si scontrino con lo scetticismo e, a volte, l’ostilità degli alpigiani ancora legati alla vecchia tradizione. Ci vorrà ancora molto, molto tempo;  l’importante, però, è la coscienza di poter disporre d’uno strumento che, una volta reso operativo, porterà beneficio a tutti.