Intervista a Ruedi Hoberger

Ultimo aggiornamento il: 17/05/2018 19:00:32


Intervista a Ruedi Hoberger

E’ difficile che un’amicizia riesca a durare o, addirittura, a rinsaldarsi con il passare del tempo e con la lontananza, ma, quella fra me e Ruedi Homberger, Hombi per gli amici, appartiene a questa rara condizione. Ci si vede poco, pochissimo. Eppure tutte le volte che per qualche motivo si ha l’occasione d’un incontro, sembra che il tempo e la distanza siano elementi secondari; e si riparte come se ci si fosse lasciati solo qualche giorno prima.
Forse tutto ciò è dovuto al particolare periodo in cui ci siamo conosciuti. Io ero un giovane scalatore “sassista”, in cerca di conferme, lui un grande alpinista d’avanguardia, pronto a dare una mano perché anche da noi si conoscessero e radicassero le nuove idee del momento, quelle del “nuovo mattino”. Un momento certamente significativo nella vita di entrambi.
Quando Renata Rossi mi telefonò, comunicandomi che Ruedi Homberger, il primo ripetitore della mitica “via degli inglesi”, e Paul Müggli avevano scalato il Pilastro a Goccia, da noi appena salito, non persi tempo. Mi feci dare l’indirizzo e scrissi ad Hombi domandandogli cosa pensasse di quel nostro “lavoro”. Il ghiaccio era rotto; e poco tempo dopo, Ruedi venne a trovare i sassisti nel loro covo. Si portò appresso un filmato che mostrava un certo Henry Barber che arrampicava, quasi sempre scalzo, sulle verticali fessure di Yosemite. Sembrava che volasse tanto era leggero e coordinato. Per noi fu uno shock, ma anche la conferma che la strada che avevamo imboccato era corretta. Ruedi, con Müggli, venne in Val di Mello a scalare con noi e, al momento di partire, disse che di certo sarebbe tornato. E così fu. Due anni dopo era ancora a Sondrio, per farci vedere il suo film sulla scalata in stile alpino allo sperone Cassin del Mc Kinley. Con lui era un giovanissimo “climber” di gran talento: arrampicava con una vecchia imbragatura Cassin senza le spalline e si chiamava Martin Scheel. Anche lui sarebbe diventato un nostro grande amico.
Erano tempi di profondo cambiamento e la voce di questo “svizzerotto” che faceva vedere le incredibili cose che accadevano dall’altra parte del mondo, si sparse un po’ ovunque, in Lombardia. Così Hombi fu invitato a Lecco ove presentò il suo “Henry Barber” di fronte al gotha dell’alpinismo nazionale. E poco tempo dopo mi prestò il film perché lo potessi proiettare anche a Torino.
Sono passati tanti anni da allora e oggi siamo qui ad Arosa, io e Rampik, per intervistare questo alpinista tanto bravo quanto modesto e discreto. Ieri ci ha portato a sciare fra la tormenta e la nebbia, poi ci ha fatto scendere sulle piste che ormai era buio. Come Dio ha voluto siamo tornati indenni in Arosa, ma che fatica stargli dietro. Oggi siamo diretti verso la cascata di Sapün e, nella quiete del luogo, possiamo riprendere il filo dell’intervista iniziata già ieri sera e interrotta per la stanchezza. O per il troppo vino? La strada che porta alla nostra cascata è delle più invitanti e mentre Rampik si affanna a piedi e con la slitta, noi, con gli sci, procediamo veloci verso la meta. Una giornata tranquilla e limpida, lontano dalla ressa della vicina Arosa: nulla di più adatto per fare a Hombi qualche domanda sul suo passato.

Allora Ruedi, è passato un bel po’ ’ di tempo da quando ci siamo conosciuti, Ti ricordi? La prima ripetizione del Pilastro a Goccia?

«Sì. Allora avevo poco tempo di muovermi e in quei casi mi dedicavo volentieri alle ripetizioni importanti, visto che richiedevano il minor dispendio di tempo possibile. In un paio di giorni si tornava a casa dopo una bella scalata. Anche la famiglia ha i suoi diritti e così, oltre tutto, potevo essere a casa per cena. Un po' per questo motivo, un po’ perché quella montagna mi piace, ho ripetuto tutte le più importanti vie del Pizzo Badile da nord».

Sulla “goccia” eri con Paul Muggii, ma le altre ripetizioni, quella storica della Via degli Inglesi e quella del Pilastro Nardella per esempio, le hai fatte con altri del tuo gruppo?

«La via Kosterlitz l’ho salita con Hansjorg Wellenzhon e la Nardella con Holdener. Eravamo alcuni amici che gravitavano attorno al gruppo di scalatori formatosi a Coira e a quel tempo, parlo degli anni 70, potevamo dirci all’avanguardia, e credo non solo in Svizzera».

Nessuno sapeva molto di voi. Sembra quasi che abbiate fatto alpinismo solo per voi stessi. E la cosa, venendo dall’ambiente italiano mi stupirebbe se non ti conoscessi...

«In effetti abbiamo fatto alpinismo per noi stessi. Per misurarci con la naturae le difficoltà tecniche, per respirare e vivere in maniera un po’ diversa».

Come è cominciata la tua avventura. Come sei diventato alpinista?

 «È stato mio padre, amante della fotografia e della natura, che si trasferì ad Arosa negli anni ’30 per lavorare e sciare. Allora non c’erano gli impianti e si andava con le pelli di foca. A partire da 11 anni ho seguito mio padre in molte gite e traversate con gli sci. Allora ho cominciato anche a salire le prime vette e i primi 4000, spesso ancora con gli sci. Ho imparato così a conoscere e ad amare la montagna poi; più tardi ho cominciato con le scalate».

Quando ti sei dato all'arrampicata?

«Solo più tardi, quando ho conosciuto Erich Friedli. Suo padre, uno dei capostipiti del soccorso alpino internazionale, e mio padre erano molto amici, così è stato naturale che io ed Erich ci frequentassimo. Lui era uno dei migliori giovani scalatori svizzeri. A 17 anni aveva già fatto la Walker e il pilastro Bonatti ai Dru. Ho cominciato attorno a Berna perché lavoravo lì per il cinema formazione; avevo 22 anni».

Ti sei formato anche grazie ad altri esempi? Conoscevi la storia degli altri scalatori famosi tipo Bonatti e Buhl?

«Sicuramente, e allora pensavamo: quello che hanno fatto lo facciamo anche noi. Però eravamo fermamente determinati a non divulgare quello che facevamo, erano fatti esclusivamente nostri. Non ha senso arrampicare per gli altri. Questa inoltre è la mentalità che ha guidato la maggior parte degli arrampicatori svizzeri. Specie fino a pochi anni or sono».

Nel frattempo sei diventato guida alpina.

«Sì. Quando sono passato ai corsi? Fammi pensare... credo nel ’62 o nel ’63. Tuttavia non sono mai stato molto propenso a portare a spasso la gente e scalare normale. Preferivo, ieri come oggi, fare belle fotografie e filmati. Poi Erich è morto in montagna, per me fu una botta terribile. Nel frattempo mi ero sposato, avevo avuto un figlio e per un certo periodo ho rallentato per poi riprendere pochi anni più tardi con gli amici di Coira: Hans-Peter Kasper, Toni Lampert, Toni Holdener. Erano un gruppo di scalatori eccezionali. Pensa che mi ricordo che appena finito il corso guide andammo a fare lo spigolo del Badile e all’attacco trovammo due ragazzini di circa 11 anni. Chiedemmo loro che cosa volessero fare e quelli, convintissimi, esclamarono che erano lì per fare lo spigolo. Erano Hans-Peter Kasper e Hans Flury Koch, due che poi divennero miei compagni di tante scalate. Inutile dire che salirono lo spigolo con le mani in tasca. Scalammo insieme e diventammo amici. È un ricordo che rimarrà sempre impresso nella mia mente. Una di quelle coincidenze che segnano la vita. Fra la fine degli anni ’60 e nei primi anni 70 eravamo veramente forti. In quel periodo fummo tra i primi ad andare a Yosemite; Hans Peter fece la North America Wall, io e gli altri la Triple Direct. Poi Hans con Toni Holdener e i fratelli Scherrer andarono al Fitz Roy, dove per un pelo non riuscirono a scalare il pilastro che poi ha finito Casimiro Ferrari, che sportivamente ha riconosciuto che la via era ormai stata fatta da Hans-Peter».

Ma nel gruppo c’era anche un certo Wellenzhon. Lo; ricordo perché era con te sulla Via degli Inglesi.

«Avevamo letto che due inglesi avevano fatto la via, avevamo visto il tracciato e quindi decidemmo che se ci era- no riusciti loro lo potevamo fare anche noi. Hansjorg faceva parte del gruppo, ma poiché lavorava nell’impresa edile patema aveva sempre poco tempo per scalare. Era una vera forza della natura. Forse alcuni suoi passaggi sono ancor oggi valutabili di VII grado; li superava con qualsiasi tipo di scarpa, da quelle di città fino agli scarponi. Era allenato dal duro lavoro in cantiere. A volte prendeva due sacchi di cemento sotto le ascelle e saliva correndo le scale della casa in costruzione. Purtroppo è morto in un incidente stradale. Venne nel Caucaso ma non a Yosemite».

Un grande scalatore, ma differente da quel fuoriclasse di Kasper...

«Sì, Hans-Peter era uno scalatore veramente tecnico, pre- parato sia in arrampicata libera che in artificiale. Veniva dallo sport, era un atleta, faceva quello, Wellenzhon lavorava».

Hai parlato del Badile, dell’attività di guida alpina. Mi piacerebbe lanciarti una domanda spinosa sulla questione della “morbidezza etica” che notiamo su molte pareti svizzere. Il tuo parere dopo gli spit comparsi sulla Cassin al Badile?

«Bobi [Gotte, altra guida alpina Arosa, nda] ha chiodato solo le soste e io non posso considerarmi contro, è una discussione senza fine ed è molto difficile adesso tornare indietro».

Cambiamo mondi allora: chi vi parlò per primo di Yosemite e delle altre grandi terre dell’arrampicata?

«Fu Erich Friedli che andò laggiù nei primi anni ’60. Conobbe John Harlin e da qui nacque una connessione con l’alpinismo americano. Così nel 72 eravamo là. Erano le prime esperienze al di fuori delle Alpi, ma eravamo consci delle nostre forze. Prima di allora avevo scalato prevalentemente in Bregaglia e nel Ràtikon, ma a quel tempo avevo anche partecipato a una prima spedizione in Himalaya al Tùchbche Peack, un 7000. Una piccola spedizione con pochi soldi e pochi compagni, per allora all’avanguardia. Dopo gli Stati Uniti andammo al Caucaso con Walter Beiina, il gruppo di Coira e altri amici. Lì facemmo diverse belle scalate».

Dunque sono stati anni cruciali per il tuo futuro di scalatore...

«Furono anni importanti perché la conoscenza di scalatori del calibro di Robbins, Chouinard, Pratt, Bridwell in America e quella dei migliori russi nel Caucaso, ci aprì nuovi orizzonti mentali per quel che concerneva la scalata e la sua filosofia. Discutere con loro fu illuminante. In quel periodo per finanziarmi ho fatto parecchie conferenze con diapositive e filmati sulle mie avventure. Sono stato un po’ ovunque in Europa e in Inghilterra».

Mi ricordo quando, dopo che ci conoscemmo, sei arrivato anche in Valtellina a far vedere i filmati di Henry Barber che scalava a piedi nudi a Yosemite, l’avventura del Fitz Roy e quella del Mc Kinley.

«Molti film li presentavo anche al festival cinematografico di Teplice in Cecoslovacchia. Sono state esperienze bellissime che mi hanno aperto altri orizzonti e mi hanno fatto conoscere altri amici. Fra essi Miroslav Smid, “Mira”, uno dei miei migliori compagni di scalata. Con lui ho fatto molte scalate in Russia, in particolare alcune importanti prime ripetizioni nelle zone dell’Ak Su e dei monti Fanskie Gore; poi ho fatto con lui anche il Monte Sant’Elia. Mira era un uomo che amava moltissimo la libertà e vivendo in un paese comunista soffriva non poco il regime restrittivo del suo paese. Ricordo quando ho presentato il mio film sulla ripetizione della via Hennek-Scott al Monte Asgard nella Terra di Baffin. Era un inno alla libertà e Mira lo commentò personalmente trovando le parole esatte per criticare il regime comunista senza però uscire dalle righe. Era al limite della legalità. La sala era gremita di folla, circa 2000 persone, che si assiepavano anche all’esterno mentre la polizia controllava il tutto pronta a intervenire. Ecco un modo in cui la montagna poteva essere utile per altri scopi».

Ma qual è stata la molla che poi ti ha spinto a proseguire con altre grandi esperienze fuori dalle Alpi?

«Probabilmente il desiderio di continuare a conoscere nuovi amici, di capire altre esperienze, e non ultimo quello di conoscere nuove terre. Così ho deciso che per un mese o due all’anno avrei potuto continuare a uscire».

Qual è per te la molla per affrontare una salita al di fuori delle Alpi?

«Dipende dagli amici. A Yosemite fu per esempio Hans- Peter. Lì conoscemmo Chouinard che ci parlò di Fitz Roy e così, come nel domino, le cose sono andate avanti. Nel 74 Hans-Peter è andato al Fitz Roy così sulla scorta delle sue informazioni e dei suoi racconti siamo andati anche noi con l’idea di scalare il diedro est del Fitz e poi, visti i vani tentativi, abbiamo ripetuto la via dei californiani. C’era nel nostro gruppo una forte competitività, ma era competizione positiva. Ognuno insegnava agli altri e a sua volta imparava dalle esperienze dagli amici. Un altro mio amico fu Hans Peter Dachtl, grande scalatore del tempo della mia amicizia con Friedli».

C’erano alpinisti di spicco in Svizzera a quel tempo?

 «Nessuno in particolare, ma c’erano tanti ottimi scalatori espressione dei diversi gruppi svizzeri. Da noi poi con le difficoltà dovute al territorio e anche alla lingua è sempre stato difficile avere scambi attivi e continuativi. Però ogni tanto c’erano grandi feste. In ogni modo il primo scopo dei miei viaggi era ed è la conoscenza. E poi mi piaceva fare tante foto, potrei fare dieci libri, ma sono talmente pigro.

Potresti essere come Rowell...

«Potrei, ma la Svizzera non è l’America. Il mercato è quello che è ed è quasi impossibile pubblicare grandi libri. Potrei andare in Germania, ma loro cambierebbero le mie idee e diventerei un po’ come Messner, la cui figura è stata stravolta, in certo qual modo tradendo quello che era inizialmente. Se sei uno scalatore è meglio che provi a rimanere tale; non tentare di diventare troppo grande, non tentare di scalare altri terreni se non le montagne. Io la penso così». 

Hai sempre preferito luoghi inesplorati o altre volte ti sei orientato verso zone già note ma comunque interessanti e belle?

«Quando sono pigro mi piace andare sul sicuro. In altre occasioni amo gettarmi nell’avventura. In questi anni, grazie a un amico, frequento ogni anno le cime dell'Alaska nei massicci del Sant’Elia e dell’Huntington dove saliamo sempre qualche vetta nuova. Niente di difficile, ma laggiù è praticamente tutto da fare».

In Alaska hai salito anche il Mc Kinley?

«Sì, ho fatto una delle prime salite in stile alpino dello sperone Cassin, con Paul Muggii, Rene Mayor e Hans Brunner. Ci abbiamo impiegato sei giorni ed è stata un’avventura esaltante. Sempre in America del nord abbiamo compiuto una delle prime ripetizioni alla via di Frost sulla Lotus Flower Tower. Un’esperienza magnifica, arricchita dall’apertura di una nuova via sulla parete del Dickey».

C’è stato un luogo in particolare che ti ha lasciato un ricordo più profondo degli altri?

«Tutti sono stati bellissimi, ognuno particolare. Dalla parete ovest dell’Ama Dablam al Fitz Roy. L’unico luogo che ho deciso di non frequentare è la fascia sopra i 7000 metri. Ho avuto due edemi polmonari nella mia vita e penso che siano sufficienti».

A proposito di incidenti, ti va di raccontarmi della tragedia che ti ha visto protagonista con lo sfortunato Kasper?

 «È uno dei ricordi più terribili della mia vita. Era il dicembre del 1974 e avevamo deciso di ripetere in inverno la via Cecchinel-Nominé al Pilier d’Angle. Hans-Peter in quel periodo si era trasferito a Zurigo e come tutti gli sportivi obbligati a cambiare vita soffriva molto del trasferimento in città. Non stava molto bene e continuava a dirlo. Una settimana prima di partire facemmo una salita invernale alla parete nord del Roseg e già non era in molto in forma. Quando ci incontrammo per la partenza ci comunicò che forse era meglio che restasse a casa. Ma sai anche tu come vanno queste cose. Riuscimmo a convincerlo e partimmo alla volta del Pilier. Anche al Ghiglione Hans-Peter disse di non sentirsi bene ma che pensava di farcela. Così attaccammo la via. Una volta raggiunta la cresta di Peuterey l’amico ebbe un crollo fisico che ci obbligò a piantare la tenda per il bivacco mentre il tempo stava cambiando. Avremmo potuto benissimo uscire in cima con le pile, ma Hans non stava bene e volle fermarsi. Così Holdener e Ganhal partirono verso la vetta per poi scendere a chiedere soccorsi e io restai con l’amico mentre il maltempo era ormai sulle nostre teste. Noi restammo bloccati lassù e giorno dopo giorno l’amico moriva davanti ai miei occhi senza che potessi far nulla per aiutarlo. È un ricordo straziante. Non farmici pensare».

E adesso?

«Adesso continuo la mia attività come fotografo, specialmente qui ad Arosa, dove, con il giro di turisti estivo e invernale, c’è sempre molto da fare. Scalo sia in falesia che sulle grandi vette; recentemente ho ripetuto la via Ringo Star sul Badile, d’inverno salgo parecchie cascate di ghiaccio e scio tutti i giorni. Proseguo i miei viaggi ma con un occhio più attento per la famiglia. Da tempo sono promotore di un progetto per la salvaguardia della cultura degli sherpa. Raccolgo fondi e in parte finanzio direttamente la realizzazione di un museo della cultura sherpa a Namche Bazar. Quasi tutti gli anni vado laggiù per dare una mano, altre volte va mio figlio. Tutta la famiglia è coinvolta nell’iniziativa. Da questo contatto sono poi nati altri piccoli progetti che amo seguire e portare avanti. È una grande e lunga storia, un’idea tutta mia che seguo personalmente con pochi amici. È qualcosa che mi permette di aggiungere sapore all’arrampicata. Non bisogna solo andare in Himalaya per scalare. Guarda, ormai siamo arrivati alla cascata ma vorrei farti vedere un piccolo villaggio walser che si trova più avanti».  Un branco di cervi ci osserva brucando l’erba che affiora dalla poca neve mentre i nostri sci proseguono ora sulla neve intatta e farinosa della valle di Sapun. Ruedi fotografa e io lo imito. Poi, dopo un’ultima occhiata al panorama, ci giriamo: Rampik è arrivato e la cascata ci attende.