La mineralogia valtellinese

Le sue tre "pietre" miliari

Ultimo aggiornamento il: 16/05/2018 18:53:36


La mineralogia valtellinese

La recentissima pubblicazione di "Segrete geometrie", libro dedicato allo scomparso Prof. Francesco Bedogné e alla sua collezione di minerali, ha stimolato questa brevissima incursione nella storia della mineralogia valtellinese in ricordo di quelli che unanimemente sono riconosciuti come i suoi tre maggiori esponenti. È una mia storia, basata anche su ricordi personali e sulla conoscenza diretta che ho potuto fare con due dei suoi protagonisti, Fulvio Grazioli e Bedogné.

Il collezionismo di minerali in provincia di Sondrio ha lontane origini e i primi interessi sulle pietre locali si concentrarono su quelle che potevano avere una qualche utilità commerciale. Purtroppo di queste collezioni, compresa quella di Pietro Martire Rusconi, visitata il 10 settembre 1816 niente meno che da Sua Altezza Imperiale il Principe Arciduca Ranieri d'Austria, non è rimasta traccia. Sebbene dunque non il primo in assoluto il vero padre degli studi mineralogici in provincia di Sondrio fu il commerciante milanese Pietro Sigismund (1874-1962). Animato da una profonda passione e accostatosi da profano al mondo dei cristalli, egli seppe acquisire nel tempo notevoli cognizioni in materia e per le moderne metodologie di archiviazione la sua è da considerarsi la prima collezione sistematica delle pietre valtellinesi. Le prime esperienze sul campo, Sigismund le compì con il parroco di Sondalo, anche lui appassionato cercatore. Per questo motivo, anche quando il suo terreno d'azione preferito diverrà la Val Malenco, il collezionista milanese non mancò mai di compiere qualche ricerca fra le rupi che conobbero i suoi esordi. Innamoratosi della valle del Mallero, e intuite le sue immense potenzialità come terreno di ricerca, Sigismund costruì casa a Chiesa Val Malenco e lì trascorse gran parte delle sue ferie, pianificando campagne esplorative in tutta la valle. Fra il 1920 ed il 1930, assistiamo ad un vero boom della ricerca mineralogica e il Sigismund fu presto affiancato da alcuni appassionati "allievi" di Sondrio come Giuseppe Miotti e Fulvio Grazioli. In questo periodo avverranno alcune delle sue più importanti scoperte di livello mondiale, in particolare quella dell'Artinite trovata per la prima volta sui ghiaioni di Rocca Castellaccio (sempre qui, nel 1934, mostrandosi degni del maestro, i due discepoli, troveranno interessanti esemplari di un altro rarissimo, quasi mitico, minerale, la Perowskite). In sessant'anni di ricerche la collezione Sigismund assunse proporzioni da primato a livello internazionale, mettendo in luce l'incredibile ricchezza e varietà dei minerali valtellinesi ed in particolare della Val Malenco, al punto da farne ancor oggi polo d'attrazione per i ricercatori di tutta Europa. Purtroppo, per motivi a me ignoti, poco dopo la morte di Sigismund, la collezione principale fu donata al Politecnico di Zurigo, privando la Val Malenco di una grande attrattiva turistica: nel museo vallivo resta però ben conservata la raccolta di secondo livello che, la qualifica non inganni, resta di enorme pregio estetico e scientifico.

Se l'agiato milanese poteva usufruire per le sue ricerche di un buon punto d'appoggio a Chiesa Val Malenco, così non era per i suoi allievi che spesso lo dovevano raggiungere in biciletta, per poi partire alla volta della Val Sissone, dell'Alpe dell'Oro, della Val Torreggio. Chi proseguì brillantemente sulle orme del maestro fu Fulvio Grazioli (1913-1991), le cui doti di ricercatore non furono certo inferiori a quelle di esigente professore di latino e greco al Ginnasio di Sondrio. Intelletto vivacissimo e curioso, Grazioli possedeva una mente eclettica e sorprendente che l'aplomb di serioso professore non riusciva a celare. Piccolo di statura, con un fisico asciutto, si manteneva allenato ed elastico con grandi partite a tennis e soprattutto con interminabili scarpinate alla ricerca di minerali. La sua collezione, oggi conservata presso il Museo dell'Istituto Mineralogico Valtellinese di Sondrio, è principalmente dedicata alle pietre della Val Malenco perché, come ebbe a dire lui stesso con molta semplicità, era la località più facilmente raggiungibile da casa e al contempo uno scrigno inesauribile di scoperte. Sicuramente guidato dal maestro, Grazioli ordinò la sua raccolta in tre grandi categorie; la "collezione grande", quella con i pezzi migliori e appariscenti che stava in vetrina nella sua sala, la "collezione piccola", quella forse cui teneva di più, conservata in cassettiere e poi i cosiddetti pezzi di scarto, che erano in cantina entro scatole per camice, ma ben sistemati e pronti a essere analizzati con attenzione al microscopio in cerca di cristalli, magari minuscoli, ma che, sfuggiti a un primo esame, potevano rivestire notevole interesse. L'umanista e il mineralogista si fondevano e il "sasso" strappato alla natura continuava a esserne considerato parte, valorizzato e studiato, ma anche ricordo di luminose giornate passate a contatto con gli elementi, col sole e la pioggia, fra boschi, rocce e nevai; simbolo di una visione quasi animistica e per questo assai etica del mondo. Forse per questo Grazioli non amava arricchire la sua collezione con pezzi magari belli e rari ma raccolti da altri, scambiati o comprati. Non amava cercare avvalendosi di mezzi che facilitassero il compito, come in tempi recenti l'elicottero o le piccole cariche di dinamite per rompere i massi più grossi o i filoni incastonati nella matrice rocciosa. Era un poeta e come tutti i poeti celava un animo sensibile e pronto alla meraviglia, aperto a tutte le suggestioni, compresa una certa inclinazione all'esoterismo che l'aveva portato ad applicare alle sue ricerche anche l'uso del pendolino da rabdomante, in alcuni casi con successo.

Come per la gran parte dei mineralogisti, anche la passione di Francesco Bedogné (1942-2012), 'Checco' per gli amici, nacque sgranando gli occhi davanti ad una collezione, in questo caso quella di sua zia. La scoperta, in un vecchio baule, di alcune pietre appartenute a uno dei primi collezionisti valtellinesi, Antonio Sertoli, non fece che stimolarlo ulteriormente. La conoscenza del Prof. Fulvio Grazioli fu quindi l'elemento catalizzante di una reazione alchemica già avviata. Fra i due nacque una profonda amicizia basata essenzialmente sulla comune passione e non era raro vederli dopo pranzo, seduti al Caffè della Posta a fare progetti di ricerca, a parlare dei pezzi trovati qualche giorno prima e a scambiarsi informazioni riservatissime sulla posizione geografica dei ritrovamenti. Come spesso accade l'allievo tende a trovare una sua strada cercando, magari anche inconsciamente di affrancarsi dall'ala del maestro. Così ha fatto gradualmente anche Bedogné, personalizzando i suoi criteri di ricerca e di collezionismo. Se gli inizi furono senza dubbio segnati dall'influenza di Grazioli, pian piano, forse anche per il progressivo esaurirsi di località facili da raggiungere e soprattutto ricche, Francesco iniziò a scambiare o anche ad acquistare dei pezzi che riteneva degni di essere collezionati, in questo guidato anche da uno spiccatissimo senso estetico. Diversamente dal maestro concepiva anche senza troppe remore l'uso di tecniche di raccolta che andavano oltre l'uso di mazza e punta per rompere la pietra. Romantico Grazioli, più disincantato analitico e "cristallino" Francesco che divenne un vero e moderno "professionista" del settore, un intenditore apprezzato in campo internazionale. Pian piano i suoi interessi si estesero ad esemplari provenienti prima da tutto l'arco alpino e poi dal mondo intero. Restava però sempre un finissimo ricercatore sul campo, abile nel trovare cristalli anche in zone apparentemente esaurite. Ricordo ad esempio un'eccezionale gemma di Vesuvianite che trovò nella bassa Val Sissone che agli inizi degli anni '70 era già considerata area "povera". Ora non resta l'augurio che anche la sua incredibile collezione possa andare ad arricchire le sale del Museo IVM di cui fu fra i fondatori e consulenti scientifici.