L’ultimo seracco

Ricordo di Gianni Comino

Ultimo aggiornamento il: 31/05/2018 16:32:44


L’ultimo seracco

Il periodo a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso fu speciale per gli scalatori, ma lo sappiamo tutti o quasi. Accanto alla rivoluzione tecnica e culturale che sbocciò sulle rocce, grazie alla nuova tecnica di salita su ghiaccio, la piolet traction, il Nuovo Mattino trovava anche un Nuovo Mondo. Non solo le cascate cristallizzate dal gelo invernale, ma ogni possibile linea di debolezza delle montagne, dove le condizioni lo permettevano, diventava una via elegante e bella proprio perché incisa dalla Natura stessa. In quel periodo della mia vita, ancora tentato dall’alpinismo sponsorizzato che allora pareva una buona possibilità per arrotondare, se non per essere elemento principale del magro bilancio, mi avvicinai a Gian Carlo Grassi. Avrei dovuto studiare, ma da Milano, dove stanziavo spacciandomi per zelante universitario, mi recavo spesso a Condove, ospite della modesta casa di Grassi. Si scalava un po’ dappertutto, moltissimo anche sui massi della Valle Susa e, seppur discretamente, per qualche tempo partecipai alla vita di un certo mondo alpinistico torinese. Gian Carlo era il riconosciuto maestro della piolet traction e, spesso con il fraterno compagno Gianni Camino, aveva salito centinaia di cascate e decine di couloirs sulle Alpi occidentali. La nuova scalata su ghiaccio era talmente una novità da essere diventata “merce” assai richiesta dalle riviste, non solo del settore: incuriosiva e quindi era un prodotto mediatico di un certo successo che accresceva anche la visibilità dei pochi che allora vi si dedicavano. Gli articoli si vendevano facilmente, uscivano le prime guide e le conferenze sul tema attiravano centinaia di persone. Ricordo in particolare quella che Grassi e Comino tennero a Torino nella sala di un grande cinema gremita all’inverosimile; se ben ricordo era intitolata “Il Ponte di Cristallo”.

Conferenza memorabile, preparata ad arte da Vincenzo Pasquali con musiche di grande impatto, credo scelte da Gian Piero Motti, fra le quali m’impressionarono quelle visionarie dei Tangerine Dream. Uno spettacolo di grande suggestione visiva ed emotiva, sicuramente all’avanguardia e in cui si esprimeva il top della cultura alpinistica italiana, dimostrando che, a saperci fare, si poteva raccontare questo difficile mondo anche ad un profano.

Fu nei giorni precedenti e successivi quell’evento che conobbi più a fondo Gianni Comino, un personaggio che a detta di molti era gelido come il ghiaccio su cui amava scalare e in effetti fu un po’ quella la prima impressione che ebbi. Poi dopo pochi minuti mi parve però di percepire che quel suo riserbo, quell’uso più che parsimonioso della parola, avessero un’origine che andava ben oltre l’espressione di un carattere oltremodo timido. C’era un disegno già delineato dietro quegli occhiali dalla spessa montatura e quel volto da cui trasparivano una flemma e una seraficità fuori dall’ordinario: l’esatto opposto del suo compagno, piccolo furetto irrequieto e sempre a caccia di vie nuove, sempre in corsa su pareti e ghiacciai. Probabilmente era un po’ questo il segreto della loro cordata vincente: come per le coppie meglio assortite in cui spesso gli estremi caratteri formano legami solidi quanto imperscrutabili, perché se è vero che in fisica funziona, meno certo è nei rapporti umani, disturbati da una miriade di variabili. Non posso dunque dire di aver parlato molto con Gianni Comino, ma con lui e Gian Carlo ho vissuto una piccola avventura che mi permetto di raccontare. Era il 1979, a fine primavera; un giorno mi chiama Gian Carlo dicendomi che ha scoperto una goulotte non salita a destra del pilastro Bertone sulla Punta dell’Androsace e mi invita all’ascensione. Ovviamente mollo tutto, prendo l’auto e, caricati Gianni e Gian Carlo a Condove, partiamo per Courmayeur; lascio immaginare al lettore chi durante il viaggio abbia tenuto la conversazione e chi abbia partecipato ad essa con misura, però mai intervenendo inutilmente. “Beau fix, beau fix”, continuava a rimarcare Gian Carlo che già pregustava l’avventura dell’indomani.

Al rifugio Torino a letto presto da buoni ghiacciatori e sveglia antelucana con rotta verso la Combe Maudit. Qualche pila sul ghiacciaio e una tenda; pare che ci siano in giro dei francesi, forse Gabarrou, ma sulle pareti e nelle goulottes non si scorge alcuno. Su una neve perfetta giungiamo alla base del canale; a sinistra, stretta fra una parete compatta e un muro quasi verticale di rocce miste parte una sottile banda di ghiaccio rettilinea, ben formata e apparentemente non difficile, sui 70° di pendenza. “Quella è la via”, mi ritrovo a pensare mentre tolgo i ramponi dallo zaino. Il tempo di concludere l’operazione e mentre Gian Carlo sta ancora arrabattandosi con l’attrezzatura vedo Gianni che senza una parola è incredibilmente già in azione e sta innalzandosi con implacabile ritmo proprio sul muro di misto. Guardo Gian Carlo un po’ stupito perché son sempre stato per cercare il più facile, ma vedendolo con lo sguardo affettuoso e indulgente di un padre che tollera le prodezze a volte un po’ eccessive di un figlio del quale conosce bene l’abilità, non commento. Di assicurarsi non c’è verso e un po’ trepidante osservo l’amico che guadagna lentamente quota per poi fermarsi una cinquantina di metri sopra; grande classe non c’è che dire. “Probabilmente - pensai ridacchiando fra me e me - Gianni è talmente in forma e talmente a suo agio che quel canalino a sinistra era toppo facile per lui”. Più sopra la pendenza scema e il canale si allarga; le condizioni sono eccellenti e inizia una corsa abbastanza serrata verso la cima. Se non s’è parlato in auto figuratevi durante l’ascensione: Gianni è una “macchina da guerra” e non lascia molto spazio a cambi di disposizione alla testa della cordata. Dopo circa sei ore siamo fuori, ma c’è un sacco di neve e piuttosto che scendere per la via Kuffner si decide per il canalone che delimita a sinistra il pilastro Bertone; anche questa pare sia una prima. Il problema è che il sole, ormai alto, destabilizza col suo calore i pingui canali innevati che confluiscono nel solco principale. Risultato: con cronometrica precisione ogni cinque minuti parte una slavina. Facciamo una prima doppia da panico grazie ad un logoro cordino di chissà chi che troviamo incastrato fra roccia e ghiaccio: sarà una delle più precarie della mia vita. Poi ci abbassiamo sfiorati dalle valanghe che ovviamente, per il semplice effetto della gravità, acquistano sempre maggiore forza man mano perdiamo quota. Gianni salta il terminale e subito dopo lo segue Gian Carlo. Rimasto ultimo mi appresto anch’io al balzo sperando di evitare la slavina che ormai dovrebbe essere prossima a scendere e, infatti, eccola giungere frusciando. M’investe, cerco di resistere perché non pare enorme ma così non è: la neve bagnata e pesante mi disancora come un fuscello dal pendio sputandomi oltre il crepaccio, sul plateau sottostante. Tutto bene! Arrivo in piedi, ma il problema è che la neve si è cementata attorno alle gambe e m’impedisce ogni movimento: “Cazzo! Devo fare in fretta perché se scende un’altra valanga sono fritto!”; scavo rapidamente e poi arriva anche Gian Carlo a darmi una mano finché sono libero e posso allontanarmi dalla zona pericolosa. Tutto bene, bellissima giornata, bellissima salita, ottimi compagni. Che volere di più?

Quella sera, a Torino, ci lasciamo con i rituali reciproci inviti per nuove salite e sarà l’ultima volta che vedrò Gianni Comino. Circa un mese dopo Grassi mi chiama proponendomi di far cordata come sull’Androsace, ma questa volta per il seracco di sinistra della Poire. Sono tentato, ma alla fine declino l’offerta: non l’ho mai detto all’amico, ma la pur audace idea di far passare una via su per un seracco mi pareva una forzatura estrema, quasi un atto di violenza.

Gianni e Gian Carlo saliranno il seracco e un paio di giorni dopo quest’ultimo mi telefonerà con voce squillante esprimendomi tutta la gioia per quell’impresa con un: “Peggio dei giapponesi! Peggio dei giapponesi!”.

Sapevo che ora rimaneva da fare il mostruoso seracco fra la Poire e la Major e sapevo che i due lo avevano preso di mira da tempo; non mi restava che attendere la notizia del loro successo lungo questo percorso che probabilmente è uno dei più arrischiati delle Alpi. L’estate passò senza novità e anche parte dell’inverno, poi, ai primi di marzo del 1980, la tragica notizia: nel grandioso silenzio invernale del Monte Bianco, l’ultimo seracco s’era preso Gianni Comino.