La fortezza oscura

Il Pizzo Cengalo

Ultimo aggiornamento il: 31/05/2018 14:47:09


La fortezza oscura

C’è chi vede certi eventi come frutto della pazza entropia e chi li interpreta come fenomeni con cui la Natura tenta di ristabilire misteriosi equilibri il cui evolversi ci vede irrilevanti componenti nello spazio e nel tempo. Da tempo immemorabile la parete Nord-est del Pizzo Cengalo portava evidenti tracce di una debolezza strutturale evidenziata dal chiarore delle sue rocce, segno di continui distacchi che ossidazioni e licheni, notoriamente lentissimi nel manifestarsi, non erano mai riusciti a scurire. Il granito non è dolomia che cade a piccoli frammenti: se si stacca lo fa a grandi, enormi, blocchi e ogni tanto, dalla parete del Cengalo piombava nel Canalone dei Gemelli qualche “frigorifero”. Insomma, si sapeva che da quelle parti esisteva una situazione precaria, proprio sotto la cima, sulla parte finale dello spigolo Nord-nord-ovest. Ne eravamo consci, eravamo abituati, ed è per questo che nel 1987 scegliemmo la stagione invernale per salire la parete Nord-est, l’ultima ancora inviolata della Bondasca. Sebbene ghiaccio e neve bloccassero tutto, si capiva che eravamo su un terreno minato, ma mai avremmo pensato agli epocali eventi orogenetici succedutisi dal 2011 ad oggi e ancora in corso. Però, già nel 1977 sul lato sinistro del secondo dei Pilastri Kasper vidi enormi lastroni chiari e fessurati, ma erano talmente giganteschi da essere delle vere e proprie pareti nella parete, le cui dimensioni suggerivano che, nonostante l’apparenza, era impossibile che crollassero. Qualche anno dopo, ripetendo la via aperta nel 1897 dalle guide Martin Schocher e Christian Schnitzler con il principe Scipione Borghese, notammo come lo spigolo terminale fosse un po’ rotto, ma il ghiaccio teneva tutto assieme e un tenace permafrost incollava ancora le fessure in profondità. Ci arrampicammo sopra senza il minimo dubbio. Eravamo a due terzi della più alta parete delle Alpi Retiche, 1300 metri, stupendoci dell’impresa compita quasi cent’anni prima da quella cordata di pionieri. Probabilmente a quei tempi c’era assai più neve e fu così possibile per loro evitare qualche tratto ripido, ma che bravi furono! Vista da fondovalle, la vasta e alta parete appare come una fortezza oscura, un complesso e grandioso labirinto di rampe, canali e pilastri che si susseguono senza quell’armonia geo morfologica che caratterizza altre strutture alpine come ad esempio le Grandes Jorasses o i Pizzi Palù. In tutto questo confuso scenario, l’occhio lo scalatore esperto coglie però alcune evidentissime linee di salita. Sulla destra, quasi a sfidare di fronte le lisce pareti del Pizzo Badile, s’impone, l’immensa colonna del pilastro Nord-ovest, uno scudo di placche apparentemente invalicabili che, per l’assenza di linee evidenti di salita, fu causa della ritirata di molti alpinisti anche assai famosi. Due misteriosi scalatori, Gaiser e Lehmann, lo salirono con sorprendente rapidità il 15 luglio 1937, mentre Cassin e compagni erano al secondo giorno di avventura sulla Nord-est del Badile. Messa un po’ in ombra da questa storica via, quella sul pilastro del Cengalo, parimenti difficile e più avventurosa, divenne una sfida temuta e forse non a caso la prima salita italiana fu appannaggio di un “certo” Walter Bonatti. L’altra evidente direttrice è incisa proprio in centro alla parete: è la logicissima via del 1897, un’elegante S disegnata da due canali paralleli, da una grande rampa di neve e dalla parte finale dello spigolo Nord-nord-ovest, ben delineato nella sua parte inferiore da due grandi pilastri sovrapposti, superati nel 1966 dalle guide svizzere Hans Peter Kasper e Flury Koch. Reggendo all’impressionate urto dei milioni di metri cubi di roccia precipitati a partire dal 2011, il pilastro superiore ha deviato i massi in parte sulla rampa della classica via Borghese e, per la maggior parte, sulla parete Nord-est, con il risultato di sconvolgerne i due terzi inferiori. La massa scesa lungo la rampa ha poi investito anche la parte inferiore della via Attilio Piacco, aperta nell’inverno 1971 da Gianni e Antonio Rusconi, Giuliano Fabbrica, Heinz Steinkotter e Giorgio Tessari. L’ultimo collasso del Cengalo risale al 28 agosto e, inaspettatamente, è stato almeno quattro volte più distruttivo di quello già immane del 2011, che fu seguito da uno minore nel settembre 2016. Dopo un salto di ben cinquecento metri sul ghiacciaio del Canalone dei Gemelli, l’impatto dei mostruosi monoliti - alcuni dei quali ben visibili in un filmato ripreso da Soglio distante 8 km in linea d’aria! - ha provocato l’esondazione di un laghetto subglaciale che ha alluvionato tutta la Bondasca, recando danni fino alla confluenza con la Val Bregaglia, nei paesi limitrofi di Bondo e Promontogno. Purtroppo otto turisti che scendevano dal rifugio Sciora hanno perso la vita e il giorno successivo un’altra massa alluvionale è tornata a minacciare gli abitati di fondovalle. La situazione, per quanto costantemente monitorata, permane ad alto rischio e molti milioni di metri cubi di roccia sono ancora in bilico sul Cengalo. Il danno al turismo locale è, e sarà, notevole. I rifugi Sciora e Sasc Fourà ne saranno penalizzati per qualche anno visto che anche la strada della Val Bondasca è inagibile e non si sa quando potrà essere riaperta, considerando anche il pericolo sempre incombente. L’unico accesso ancora possibile al rifugio Sciora dalla Svizzera è quello che, partendo dalla diga dell’Albigna, valica il Passo di Cacciabella, mentre Sasc Fourà risulta completamente tagliato fuori e raggiungibile solo dall’alta Val Codera tramite il Passo di Trubinasca, avvicinamento che richiede un paio di giorni.