IL CAI VALTELLINESE E L'ALPINISMO

ALCUNE CONSIDERAZIONI.

Ultimo aggiornamento il: 22/05/2018 15:06:24


IL CAI VALTELLINESE E L'ALPINISMO

Premessa: questo articolo vuole essere una semplice analisi che non è stata dettata da secondi fini, di alcun genere. Le successive considerazioni sono quindi da ritenersi di ordine generale e, fino a prova contraria valide anche per il futuro...

Le proposte operative accennate alla fine non sono che il frutto di un semplice ragionamento e quindi suscettibili di modifiche e migliorie.

Nello scritto si parla del CAI sia in generale che come Sezione Valtellinese: il lettore è invitato a considerare i due termini come intercambiabili ed equiparati nei confronti dell'argomento. Nell'articolo, il termine alpinismo viene inteso sempre come espressione di ricerca in senso lato; non prendo ad esempio solo l'alpinismo estremo, ma tutta quell'attività che viene svolta in montagna e abbia per denominazione comune la voglia di conoscere nuovi orizzonti.

Alpinismo è la scoperta di una valle, la via nuova (anche di Il' grado), la traversata sci alpinistica, la spedizione, l'escursionismo in zone selvagge: qualsiasi azione piccola o grande che ci metta in contatto con la wildemess della montagna.

Lo spunto per questo articolo nasce da due differenti aspetti del problema che vuole trattare Fodierna situazione in cui versa l'alpinismo italiano e valtellinese e la personale conoscenza del problema che mi ha coinvolto fin dagli anni '70. Partiamo da quest'ultima che mi sembra più utile per capire l'oggi e cercare di trovare qualche proposta valida per il domani.

Non credo che la nostra sezione sia l'unica in Italia ad interessarsi poco dell'attività alpinistica dei soci; credo invece che la situazione sia diffusa e che il CAI di oggi sia più un sodalizio che tenta di allargare i numeri, forse anche con qualche scopo politico, piuttosto che seguire le orme e le intenzioni che furono di Sella e compagni. Inoltre è sempre esistita una sorta di opposizione da parte dei vertici e dei vecchi esponenti del sodalizio alle nascenti nuove tendenze evolutive. Comici e Cassin erano visti come funamboli che nulla avevano a che vedere con il vero spirito alpinistico" e solo a conti fatti ebbero la rivalutazione che meritavano.

In genere d unque le vecchie generazioni, per una malcelata invidia o perchè non conoscevano il problema, hanno quasi sempre opposto seri ostacoli allo sviluppo dell'alpinismo, al contrario di quanto invece è accaduto in altri paesi ove questo è seguito con attenzione (riuscirebbe mai un Bonatti a diventare Ministro dello Sport come è invece stato il suo grande compagno di scalata, il francese Pierre Mazeaud?).

Poichè, come ho prima accennato, il problema è generale, è evidente che anche la nostra Sezione abbia sempre sofferto di questo stato di cose, forse brillando più delle altre per assenza e insensibilità. Se così non fosse non si spiegherebbe la nascita in tempi in rapida successione di ben due gruppi alpinistici scismatici come La Rezia e i Sassisti; gruppi a cui si deve tutta la maggior attività alpinistica degli ultimi trent'anni.

Senza dubbio parte di questo blocco è legato alla storia del CAI Valtellinese, e alla figura grandissima di Alfredo Corti. Per circa mezzo secolo Corti è stato il maggiore esploratore dei monti valtellinesi ed è tutt'oggi una pietra miliare per chi voglia studiare da vicino i massicci montuosi del Bernina, delle Orobie, della Val Grosina. Purtroppo però una simile figura ha generato anche tutta una serie di inibizioni e complessi di inferiorità che influenzarono non poco le generazioni successive,esercitando una sorta di baronia cultural psicologica che ancora quando ho iniziato io era palpabile. Per rendersi conto di quanto dico basti andare a leggere i pareri espressi dal Corti (1) a proposito delle imprese di Giana e Mella sul Gemello Orientale (spigolo S e parete SE) di cui sembra dubitare fortemente. In tutto il paragrafo dedicato a questa montagna si legge fra le righe che la concezione del grandissimo alpinista era rimasta quella ottocentesca che gli aveva permesso tante imprese, ma che si sarebbe dovuta aggiornare.

La responsabilità di Corti, certamente  non conscia, nè voluta, è stata dunque quella di aver in un certo senso "cristallizzato", con la sua figura inimitabile, l'alpinismo valtellinese bloccandone o rallentandone, proprio a livello di.Sezione, le naturali tendenze evolutive.

Il risultato di tutto ciò è stato uno scollamento costante e a volte anche molto accentuato fra la Sezione con le sue attività e l'élite alpinistica che sopravviveva e sopravvive al di fuori dell'ambiente istituzionale. Ci fu anzi un tempo, e forse c'è ancora, in cui era considerato grave (forse fascista?) concepire l'alpinismo come attività per pochi eletti. Invece, bisogna finalmente ammettere che proprio questa è una delle sue caratteristiche e come tale va mantenuta, perchè si parla della punta di diamante di una piramide, degno vertice di tutte le attività del CAI ed elemento trainante e di prestigio. L'alpinismo è e deve essere anche disuguaglianza, selezione naturale, competizione; non si temano questi aspetti, ma se ne incanalino correttamente le energie posivizzandoli al servizio di tutti i soci!

Forse un altro grave limite della nostra Sezione è quello di non avere quasi mai avuto, negli ultimi vent'anni, dei presidenti alpinisti nel vero senso della parola. Lo stesso Bruno Melazzini a cui va ascritta una discreta attività esplorativa nelle Alpi Orobie era, negli anni in cui lo conobbi, totalmente estraneo alle evoluzioni e alle esigenze moderne.

Ma la causa del tepore con cui è sempre stato visto l'alpinismo di punta nella nostra sezione è da imputarsi un poco anche all'individualismo spinto dei suoi protagonisti che preferivano dedicarsi alle proprie imprese piuttosto che logorarsi in opere di convincimento ritenute vane e inutili, forse anche per comodità. Del resto, da testimone, posso dire che ai tempi del Sassismo, la chiusura della Sezione Valtellinese verso di noi fu totale nonostante furono tentate da parte nostra diverse strade per il dialogo.

Ma non dovrebbero essere proprio i vertici del CAI ad essere aggiornati , informati, e aperti alle novità e all'azione dei giovani? Dovrebbero essere quindi loro a conoscere e a capire più di tutti il vero senso dell'alpinismo e a favorirne lo spirito con tutti i mezzi possibili.

Facciamo dunque una parentesi e vediamo di sintetizzare i capisaldi fondamentali e riconosciuti di quest'attività. Per alpinismo, si intende un insieme di espressioni che hanno come sede principale di svolgimento le Alpi e, per estensione, gli altri massicci montuosi, anche se a volte si sente parlare di andinismo e himalaysmo.

I valori che guidano l'alpinismo sono strettamente collegati alla parola "ricerca" nel senso che, prima di tutto, questa attività deve essere volta alla conoscenza delle montagne e alla diffusione della stessa. Tralascio gli aspetti filosofici e psicologici insiti nell'alpinismo che essendo troppo soggettivi esulano da una trattazione generale come questa.

In questo modo possiamo tracciare un sintetico schema dei tenti della "ricerca alpinismo", partendo dai più importanti:

 

-             Esplorazione e conoscenza di nuove montagne elo gruppi montuosi.

-             Ricerca scientifica, naturalistica e geografica.

-             Apertura di nuovi itinerari e nuove prospettive di scalata.

-             Ripetizione di itinerari e vie storiche.

-             Studio ed applicazione di nuove tecniche e attrezzi.

-             Difesa dei valori ed elaborazione di un’etica" di comportamento.

-             Azione culturale volta a valorizzare questi aspetti mediante materiale iconografico, letterario  e cartografico.

 

Questi sono i compiti del CAI e il suo dovere nei confronti dell'alpinismo che, non lo si dimentichi, è stato, e ancora è, il motore ideale del sodalizio ben più dei rifugi, dell'alpinismo giovanile, dell'escursionismo. Se il CAI è quello che è, lo deve soprattutto al prestigio che gli è venuto tramite le grandi imprese alpinistiche anche se, già da parecchi anni il tentativo riuscito, di porre queste cose in secondo piano, sta facendone scadere l'immagine a livello di associazione dopolavoristica ben organizzata.

In questo senso le uniche parole di verità le ha espresse a mio avviso l'accademico Vasco Taldo quando disse che il CAI del futuro, cioè il sodalizio che porterà avanti lo spirito originario, potrà essere solo l'Accademico.

Forse questo discorso potrà sembrare eccessivamente distruttivo e mi affretto dunque a precisare che invece vuole essere esattamente l'opposto. Non credo di essere a tal punto sprovveduto da non capire che tutte le altre cose che oggi vanno per la maggiore nel CAI (alpinismo giovanile, escursionismo, costruzione e/o ammodernamento di rifugi, scuole di alpinismo, sci, etc.) sono importantissime e utili. Quello che però voglio dire è che mi sembra giunto il tempo che sia riportato un po'di equilibrio nei valori, tornando a considerare la qualità piuttosto che il numero e la quantità; altrimenti, ancora una volta la nostra Sezione correrà il rischio di trovarsi arretrata rispetto al normale corso dell'evoluzione alpinistica. E' vero anche che è assai più facile parlare dell'attività dei soci alpinisti sui notiziari, piuttosto che cercare di trovare il modo di inserire di nuovo l'alpinismo nel CAI Valtellinese. Non è giusto che non si faccia nulla per favorire questa attività, non volendo considerare che questo prestigio viene portato con passione e a volte con rischio.

E' peraltro evidente come lo stesso Presidente, non possa arrivare dappertutto, perchè la carica che ricopre lo obera di impegni e di scadenze. Per questo mi sembra opportuno che la Sezione faccia nascere nel suo seno un gruppo staccato, come un tempo fu il "Peppo Perego% in cui si raccolga l'élite alpinistica, e che questo gruppo possa avere piena autonomia decisionale per quanto concerne scelte e strategie. Il gruppo dovrebbe inoltre godere di una certa autonomia economica per portare avanti le iniziative minime e avere la piena fiducia del consiglio in modo da snellire il più possibile gli iter di iniziative che, passando per la solita burocrazia, correrebbero il rischio di morire prima di nascere. Allo stesso tempo sarebbe interessante che la Sezione pensasse di istituire una sorta di riconoscimento all'attività dei giovani creando un premio dedicato alla memoria di un grande alpinista valtellinese (Carlo Pedroni? Ermanno Gugiatti?).

A questo punto mi faccio prendere dalla fantasia e vedo già operativo un Gruppo Alpinistico Carlo Pedroni che premi mediante una sorta di borsa di studio dedicata a Ermanno Gugiatti i migliori giovani e che si dia da fare per progettare e organizzare l'attività alpinistica del CAI Valtellinese.

Il mondo è pieno di montagne e le idee possibili si sprecano: c'è una fessura di 600 metri sulla Sciora, la riscoperta quasi integrale delle valli orobiche valtellinesi, lo spigolo del Torrione del Ferro, la Ovest del Cimone, la Ovest del Crozzon di Brenta, la Est del Dom, la Nord del Lauteraarhorn... se volete, per le sole Alpi, potrei andare avanti con altre 300 idee bellissime. Poi ci sono gli Appennini con la Timpa di San Lorenzo, la Sardegna e la Corsica, la Jugoslavia e l'Albania per non parlare poi di tutti i grandi massicci asiatici ed americ ani dove non si è che ai primordi.

Il bello di molte di queste idee è di essere a volte anche alla portata di un mediocre arrampicatore che sia però animato da un sano spirito di avventura che poi è il motore dell'alpinismo.

 

 

G. Miotti

 

 

(1) 1963 - Bernina - Note personali di Alfredo Corti a critica della appena pubblicata Guida CAI - TCI sul BERNINA, autore Silvio Saglio.

 

1964 - Ancora Bernina - Note del Corti a puntualizzazione dello scritto precedente e a risposta della vibrata protesta del Saglio