ICE PARKS

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 19:08:13


ICE PARKS

Considerandomi un relitto di altre “ere glaciali”, quando i neri Terrordactyl imperversavano nelle solitarie vallate invernali, la proposta di scrivere qualcosa in merito al fenomeno degli Ice Parks per la rivista mi ha sorpreso un poco. Infatti, più parlavo con Luca Calzolari, più mi rendevo conto di sapere ben poco sull’argomento e che tutt’al più potevo darne una visione di parte.
Sono anni che l’idea di creare d’inverno delle cascate artificiali o di “facilitarne” la formazione si è insinuata in molti appassionati della scalata su ghiaccio: già ai primordi di questa attività, si sono fatti alcuni tentativi che ebbero un certo successo. Ma l’Ice Falling (l’invento ora) e il Dry Tooling erano ben lontani da quello che sono oggi: bravura tecnica su ghiaccio e misto erano solo gli indispensabili mezzi per affrontare cascate e couloirs sempre più arditi ed effimeri. L’inevitabile tensione verso imprese ancor più difficili ha poi aumentato la necessità di avere, se possibile, delle “palestre” ove sperimentare con minor rischio le nuove tecniche. Oltre alla creazione di vere e proprie cascate artificiali su ghiaccio, in altre località, con caratteristiche climatiche e geomorfologiche adatte, si è potuto invece dare una mano alla Natura. E’ il caso del canyon presso la cittadina di Ouray, Colorado, dove in pochi chilometri un gruppo di sette volontari ha favorito la formazione di centinaia di cascate ghiacciate, facendo nascere il più grande Ice Park conosciuto: un vero paradiso per gli appassionati.
Inoltre, essendo trascorsi quasi vent’anni dalla sua ideazione, probabilmente l’Ice Park di Ouray è anche il primo ad essere mai stato istituito nel mondo.
Che dire di tutto ciò? Ebbene, se dovessi rifarmi al “glorioso” passato che non torna più, alla mitica età dell’oro, a nostalgici pensieri su com’erano belli i tempi andati, indicherei questi fenomeni di massificazione come esempi diseducativi e segno dell’imbarbarimento generazionale; come offese alla purezza di tanti grandi idealisti e sognatori. La mia parte romantica senz’altro vorrebbe così e, ad essere sincero, parlando con Luca, pensavo proprio che mi sarei espresso così. Poi mi sono informato, ho visitato qualche sito internet e ne sono uscito con un’altra visione che sicuramente farà inorridire i puri.
Per prima cosa credo si possa tranquillamente separare la scalata in un Ice Park, dove prevale l’aspetto ludico e sportivo, da quella d’avventura su cascate in ambiente naturale spesso difficile e selvaggio. Non mi pare quindi il caso di gridare a scandalose involuzioni: si tratta di due cose diverse.
In secondo luogo dobbiamo pensare a quali possono essere le risorse economiche “ricavabili” da un ambiente montano. Da un lato ci sono attività ad alto impatto come quella estrattiva, la captazione idroelettrica, la speculazione edilizia; dall’altro stanno le attività tradizionali ed il turismo.
Ebbene di fronte a questa constatazione, da tempo credo che si debba fare tutto il possibile per incrementare queste ultime ed in particolare il turismo. Favorire una solida piattaforma economica basata sul turismo, meglio se eco sostenibile, impedisce di fatto che altri interessi impongano scelte devastanti con la scusa che queste ultime, sebbene distruttive, sono le uniche a generare reddito e a fornire posti di lavoro.
Da un lato dunque sta l’alpinista che vorrebbe le montagne senza rifugi, strade, corde fisse, spit; dall’altra il montanaro che vuole difendere le sue montagne e continuare a viverci senza farne un cristallo intoccabile. Occorre prendere atto del cambiamento dei tempi e della necessità di saper gestire e guidare le trasformazioni piuttosto che subirle a posteriori. Ciò vuol dire anche fare interventi sul territorio; un tempo erano terrazzamenti agricoli, opere di canalizzazione, disboscamenti, oggi, mutato il contesto socio economico, si tratta di azioni d’altro tipo, ma meglio qualche spit, una ferrata o alcune cascate artificiali che, ad esempio, un’industria inquinante o delle cave.
Gli Ice Park se ben realizzati - quello di Ouray ha anche punti di osservazione per i curiosi - possono essere una carta che molte località invernali potrebbero giocare per completare la loro offerta. Ovviamente nella scelta del come e dove istituirli occorrono sensibilità e rispetto per l’ambiente e oltre ad attrarre gli appassionati della piolet traction possono essere luogo di incontri, meetings e prove tecniche.
Di certo non richiameranno le folle oceaniche dello sci, ma potrebbero portare il loro piccolo contributo a fare in modo che una località di montagna scopra di poter valorizzare le sue caratteristiche ambientali senza mettere in moto pericolosi meccanismi distruttivi che sempre di più dimostrano due cose: che il beneficio economico per le genti locali è minimo rispetto a quello degli speculatori e che la sua durata è effimera. Cambiano le tecnologie, si aprono mercati più convenienti ed ecco che in poco tempo il territorio viene lasciato a se stesso, ma irrimediabilmente impoverito delle sue bellezze che quindi non potranno più essere fonte di reddito per le generazioni future.
Comunque, per rendersi conto di cosa può essere un Ice Park ben organizzato basta visitare il sito di Ouray e a vedere le foto quasi quasi mi vien voglia di ridestare i miei Terrordactyl per “giocare” un poco in qualche Ice Park. C’è l’Ice Park della Falesia dei Mutanti in Valle dell’Orco e ad Alagna mi pare che ce ne sia uno… fresco fresco.