Rocce Sintetiche

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 19:02:52


Rocce Sintetiche

Al cospetto delle dentellate creste del Resegone e delle bianche scogliere delle Grigne che s’affacciano su “Quel ramo del Lago di Como…”, si è svolta a Lecco la 2a prova della Coppa del Mondo di Arrampicata Sportiva. Sebbene legata al suo lago, la città lariana ha sempre avuto un profondo legame con montagne che la coronano, tanto che, da oltre settant’anni, è fulcro e motore dell’alpinismo italiano di punta. Qui è nato il celeberrimo gruppo Ragni il cui capostipite, Riccardo Cassin, ancor oggi attivissimo nonostante i suoi novant’anni passati, è stato l’iniziatore di una tradizione che ha “prodotto” alcuni dei più forti alpinisti italiani, fra cui Carlo Mauri. Ma oltre che patria dell’alpinismo, Lecco è anche uno dei più attivi centri d’arrampicata italiani; arrampicata che oggi è diventata sport fine a se stesso e momento atletico assolutamente completo. Per questo motivo e nel segno di una continuità che non si vuole spezzare, i Ragni della Grignetta e numerose altre realtà locali, enti, aziende, associazioni, si sono impegnati nella difficile ed onerosa impresa di ospitare la Coppa del Mondo d’arrampicata.  Così, in Piazza Cermenati, davanti ad un pubblico foltissimo e partecipe, sotto gli occhi attenti del “grande vecchio” Riccardo Cassin, decine di giovani atleti di ogni parte del mondo hanno cominciato la loro danza verticale. In due intense giornate agonistiche di fine settembre, gli scalatori hanno messo a dura prova tendini e muscoli, hanno danzato su un’impressionante parete artificiale sfidando tutte le leggi della gravità e dell’equilibrio. Al termine delle gare è risultato vincitore il francese Alexandre Chabot, seguito dal connazionale Francois Legrande e dal giapponese Yuji Hirayama. Tra le donne ha avuto la meglio la francese Liv Sansoz seguita dalla belga Muriel Sarkany e dalla slovena Martina Cufar.

Ma come mai con tutte le rocce che ci sono nel lecchese si è scelto di fare la gara su una parete “finta”?

È una domanda che ha molte risposte. In primo luogo, poiché gli atleti non devono conoscere in anticipo le vie di salita è quasi impossibile trovare rocce “nuove” sulle quali tracciare i percorsi, che comunque andrebbero bene solo per un’edizione della gara. Viceversa la struttura artificiale con i suoi assetti variabili e con gli appigli mobili, consente soluzioni sempre nuove. Per questo da molti anni le competizioni di arrampicata si svolgono su pareti composte da pannelli di legno o di vetroresina, montati su impalcature spesso imponenti. Sui pannelli, a volte già “lavorati” in modo da offrire le stesse asperità di una roccia, sono fissati appigli amovibili di ogni forma e dimensione. In tal modo la struttura consente un’infinita varietà di combinazioni tecniche e difficoltà che da moderate possono essere portate fino ai gradi estremi. Infine la parete può essere montata ovunque ci siano spazi sufficienti e in luoghi facilmente accessibili al grande pubblico.

Ma se l’aspetto agonistico è quello che rende maggiore visibilità a queste strutture, non dobbiamo dimenticare che da parecchi anni palestre di fitness, centri sportivi e scuole ospitano pareti artificiali d’arrampicata più o meno grandi e complesse. Tutto ciò per venire incontro ad un sempre crescente numero di praticanti l’arrampicata sportiva.

Queste pareti, vivacizzate dagli appigli multicolori che le costellano, a volte architettonicamente arditissime al punto di richiedere l’intervento di tecnici specializzati e di ingegneri per la loro realizzazione ed il montaggio, sono il punto d’arrivo di un percorso che è iniziato moltissimi anni or sono.

Fin dagli albori dell'alpinismo, infatti, l’arrampicata è stata l'indispensabile ginnastica per raggiungere le cime dei monti.

Con la progressiva soluzione dei problemi alpinistici, in un logico quanto inevitabile crescendo di difficoltà, questa ginnastica ha assunto un ruolo sempre più importante.

Già ai primi del '900 molti i più forti scalatori avevano compreso quanto fosse importante un adeguato allenamento a “secco” o su basse strutture rocciose, al fine di permettere il superamento di nuove e maggiori difficoltà.

I grandi Angelo Dibona, Hans Dülfer e anche il mitico Paul Preuss, si allenavano già con un certo metodo. Non conosciamo i sistemi, sicuramente piuttosto empirici, adottati da ciascuno di loro. Di Preuss si sa che, per allenarsi alla scalata estrema su rocce instabili, era solito fare delle trazioni sulle braccia usando due bicchieri appoggiati sul bordo di un armadio. Al termine della trazione il grande scalatore era in grado di proseguire nello sforzo ruotando i palmi ed issandosi al di sopra dei fragili e mobili “appigli”. Ma il grosso dell’allenamento si svolgeva su terreno naturale. Massi, piccole rocce, falesie divennero pertanto le palestre ove imparare l’arte dell’arrampicata e affinare il gesto. A partire dagli anni ‘30 le palestre di roccia ottennero la loro definitiva consacrazione: basse strutture rocciose, con buona facilità di accesso, situate a quote poco elevate furono attrezzate in maniera permanente con chiodi e ancoraggi. Non è certo un caso se in quegli stessi anni si assiste alla nascita del sesto grado e alla soluzione dei maggiori problemi delle Alpi.

Dai “paracarri della Grignetta” partì Riccardo Cassin, per vincere il Badile, le Grandes Jorasses, la Torre Trieste; dalla Val Rosandra parti Emilio Comici per superare la N.O. del Civetta e la N della Cima Grande di Lavaredo. Anche i francesi iniziarono con Pierre Allain a sfruttare le loro palestre, arrampicando sui massi della foresta Fontainebleau presso Parigi, ai Sassouis o alle Calanques.

Emilio Comici fu probabilmente il primo a pensare e a progettare una vera struttura artificiale, studiata per l'insegnamento dell'arrampicata, ma tutto restò sulla carta.

Quello che non riuscì al grande scalatore triestino fu realizzato, più o meno negli stessi anni, a Sondrio. All’interno del Palazzetto dello Sport cittadino, nacque la prima palestra artificiale d’arrampicata in Italia. Siamo ben lontani dagli odierni standard: alcune piastrine di ferro sporgenti, qualche anello, una sbarra orizzontale e una verticale, simulano gli appigli. Il diedro é ottenuto dall’angolo formato da due pareti del muro. La palestra ebbe l’onore di vedersi dedicato un lungo articolo dal Corriere della Sera che titolava così: “A Sondrio é sorto il primo rocciodromo d’Italia”.

Dopo un lungo periodo di oblio cominciato nel dopoguerra, a partire dalla fine degli anni ’60 l'arrampicata è tornata in auge volando in breve a livelli inimmaginabili. Dalla originaria arrampicata libera dei pionieri, si è passati all'arrampicata-sportiva che, depurata da ogni motivazione romantica, tiene conto solo del fattore atletico e competitivo. Le palestre artificiali, spesso al coperto, sono state quindi la logica risposta alle nuove esigenze degli scalatori. Era necessario tenere allenamenti quotidiani richiesti da quest’impostazione sportiva, senza doversi preoccupare delle condizioni atmosferiche o di lunghi approcci. Ma soprattutto la pareti sintetiche con la possibilità di spostare e cambiare gli appigli permettevano infinite situazioni di scalata. In pochi anni si è passati da mattoni o listelli di legno sporgenti, applicati al muro, a strutture sempre più complesse. Sono comparsi i primi strapiombi, dapprima realizzati in muratura e poi mediante pannelli di legno o vetro-resina. Si è perfezionata la costruzione di appigli artificiali di ogni forma e dimensione da fissare al muro o sui pannelli mediante viti. Sono stati migliorati anche i pannelli che oggi possono essere facilmente assemblati su impalcature di tubi. La parete artificiale è diventata pertanto una sorta di falesia portatile che, all’occorrenza, può essere smontata e trasportata ovunque sia necessario.

Nel nostro paese siamo ancora ben lontani da realtà come la Francia, l’Inghilterra o la Germania ove l’arrampicata è insegnata come qualsiasi altra disciplina sportiva anche in moltissime scuole pubbliche ed asili, tuttavia la strada sembra ormai aperta e il futuro di questo sport sembra ben avviato.

PALESTRE ARTIFICIALI D’ARRAMPICATA IN VALTELLINA.

Oltre ai numerosi piccoli pannelli che i giovani climbers si sono allestiti in casa, in Provincia esistono alcune pareti artificiali di cui diamo una breve descrizione.

Valfurva
La parete si trova nel Centro Sportivo di S. Nicolò ed è stata la prima in assoluto della Provincia di Sondrio. Appigli a muro e strapiombi di vetroresina.

Sondalo
La struttura è ospitata nel Centro Sportivo, è piuttosto piccola, ma in via di ampliamento. Appigli a muro e strapiombo.

Aprica
Nata grazie all’entusiasmo di un gruppo di arrampicatori locali, i “Climbers Aprica”, la parete è ospitata all’interno del Centro Sportivo ed è andata crescendo nel tempo tanto da essere oggi la più estesa e probabilmente anche quella con le vie più impegnative compreso l’impressionante percorso che si snoda sul….soffitto. La struttura sarà ancora ampliata ed è già una delle più grandi d’Italia.

Sondrio
Sul muro del Palazzetto dello Sport, a fianco dello storico “rocciodromo”. Tecnicamente assai limitata presenta alcune vie alte una dozzina di metri.

Lanzada
È l’ultima nata fra le strutture artificiali valtellinesi. Alti contenuti tecnici si scontrano con una collocazione non del tutto ottimale. La struttura è all’aperto.

Val Masino
La parete è ospitata all’interno del Centro della Montagna e presenta un settore con pannelli lavorati molto bello ed impegnativo. Altre vie si trovano sui muri perimetrali.

Talamona
Piccola struttura con due pannelli basculanti. Non occorre la corda. È ospitata nella palestra delle Scuole Medie ed Elementari