Acque Prigioniere

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 18:53:50


Acque Prigioniere

Acque Prigioniere

Le mani si tendono ad afferrare il ghiaccio e scalano la parete liscia di gelo. E il desiderio di conquista che spinge i ghiacciatori, gli impavidi arrampicatori di cascate immobili, a sfidare muraglie ripide ed estreme, a misurarsi con la fredda intensità della montagna. Si immergono nel silenzio, assoluto e trasparente di acque incantate. Usano tecniche ed attrezzi antichi, ramponi, piccozza e muscoli d'acciaio, per muoversi su superfici apparentemente inaccessibili. ed oltrepassare i limiti di pendii scroscianti di ghiaccio; e, alla fine, rimane la soddisfazione unica di aver vissuto l'illusione di dimensioni limpide e rigide di cristalli

Un po' di storia

Ancora negli anni Sessanta la tecnica di salita su ghiaccio aveva subito ben poche innovazioni e somigliava moltissimo a quella dei pionieri di fine Ottocento. In quel periodo furono superate quasi tutte le maggiori pareti di ghiaccio delle Alpi con l'ausilio di una lunga picozza con la quale intagliare i gradini e con semplici scarponi chiodati. Queste ascensioni erano frutto di un rapporto fra uomo e montagna basato su anni di studio e di attesa per cogliere il momento propizio in cui le condizioni della parete fossero tali da permettere di effettuare la scalata.
Con questo stile, la grande guida Christian Klucker superò pareti nord come quelle del Liskamm e del Piz Roseg, ancor oggi un buon banco di prova per i moderni ghiacciatori. Benché usati dai montanari già dal 1574, i ramponi, inizialmente a otto o dieci punte, furono introdotti in alpinismo ai primi del Novecento e solo nel 1910, l'inglese Oscar Eckenstein inventò i ramponi a dodici punte, con le due punte anteriori rivolte in avanti in modo da facilitare la presa sui pendii più ripidi. Tuttavia la progressione sul ghiaccio vivo, era sempre affidata ad un lungo ed estenuante lavoro di gradinatura che metteva a dura prova i polsi degli scalatori. Sembrava tuttavia che non esistessero alternative a questa tecnica e ancora con essa, Walter Bonatti risolse alcuni grandi problemi Come la parete nord del Grand Pilier d'Angle nel massiccio del Monte Bianco.
All'inizio degli anni Settanta, in maniera indipendente, negli Statti Uniti, in Scozia e in Francia fu messa a punto una tecnica rivoluzionaria che permetteva di salire i pendii più ripidi senza dover intagliare gradini e che quindi permetteva di affrontare la scalata con rapidità e maggiore sicurezza. Tale tecnica è oggi nota come pioIet-traction.
Poiché con la piolet-traction era possibile superare qualsiasi tipo di pendio glaciale ecco che i più audaci e fantasiosi fra gli scalatori americani pensarono di usarla anche per scalare le cascate di ghiaccio. Cosi nacque quella che, benché sia un'attività indubbiamente seria, è anche un modo diverso e affascinante per conoscere ed entrare in contatto con la natura invernale e i suoi segreti, con il mondo misterioso delle acque scroscianti immobili nel ghiaccio.


I grandi della piolet-traction


Dai giorni della sua nascita, la piolet-traction e quindi anche l'attività della scalata alle cascate di ghiaccio, ha avuto molti importanti campioni. Primi fra tutti si devono ricordare il francese Walter Cecchinel e l'americano Yvon Chouinard, che si possono considerare gli inventori della nuova tecnica. Entrambi stupirono il mondo alpinistico con le loro salite a rapidissimi colatoi ghiacciati: Chouinard salì il Diamond Couloir sul Monte Kenia mentre Cecchinel il colatoio nord dei Dru. In Italia restano nella leggenda i nomi di Gian Carlo Grassi e Gianni Comino, la più forte coppia di ghiacciatori mai espressa dal nostro alpinismo. Purtroppo entrambi sono scomparsi in due diversi incidenti ma il loro nome resterà per sempre legato alle prime esperienze degli italiani sulle cascate. Grassi in particolare condusse una ricerca quasi maniacale che lo portò negli anni a poter superare colate verticali estremamente difficili. Accanto a Grassi e Comino sorse una vera e propria scuola che impose la scalata su ghiaccio come l'unico mezzo per superare pareti che per la loro pericolosità sono impossibili nella bella stagione; quando ghiaccio e neve bloccano la roccia friabile e creano delle linee di salita, questo è, il momento per spingersi su quelle muraglie. Molti hanno tentato di tracciare sentieri incancellabili sulle ripide pareti dei fiumi immobili. Fra le tante realizzazioni si può ricordare la via scavata sull'altissimo muro sud delle Grandes Jorasses, resa possibile da una sequenza logica dì canali ghiacciati, e quella del Canale nord-ovest del Monte Legnone (Alpi Centrali) che con i suoi 1700 metri di dislivello e a più lunga salita su cascate delle Alpi.