SERPENTINO D'ITALIA

La roccia più bella?

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 18:13:52


SERPENTINO D'ITALIA

Amate il dubbio, l'incerto, il sorprendente? Non siete gente portata per le certezze, le dottrine, le mode? Avete da sempre un debole per tutto ciò che è stupidamente bistrattato per ignoranza, per le cose "inferiori" e snobbate? Ebbene, questo servizio è probabilmente quanto fa per voi perché tratta della roccia più misconosciuta fra quelle arrampicabili: il serpentino. Non si tratta di roccia nobile e " certa' come il granito o il calcare e men che meno può vantare di essere una storica scoperta dell'Illuminismo come la dolomia, che tanto ha fatto parlare dì sé negli ultimi anni tutti dedicati al filone della rievocazione.
Il serpentino è una roccia metamorfica, quindi assieme allo gneiss, è una sorta di bastardo, ed è una roccia non facile da leggersi proprio perché spinge il suo metamorfismo fino alle estreme conseguenze divenendo camaleontica anche per forme e situazioni proposte. Il nome stesso richiama qualcosa di poco affidabile, sfuggente e misterioso. L'etimologia deriva quasi certamente dal colore verde cangiante della roccia, forse con il rafforzativo dato dalle sottili scaglie di amianto o dalle macchie nere di magnetite o mica biotite che spesso ne ricoprono la superficie facendo pensare proprio alla pelle di una serpe.
Molto più stupidamente, circolano fra gli amanti di tale roccia altre ipotesi sul nome. Per alcuni deriva da Sir Pentin, un nobiluomo inglese che venne esiliato in Val Malenco ai tempi delle crociate in quanto si scoprì che era il capo della peggior tifoseria hooligan del tempo, responsabile delle più gravi risse scatenate nei tornei della Coppa Europa del Santo Graal.
Altre fantasticherie vogliono che la pietra fosse l'unica usata dalle popolazioni alpine primitive per ammazzare i serpenti in quanto si pensava avesse la magica proprietà di non fare mai fallire il colpo. Un'ipotesi più ecologista propone che essa venisse usata solo come amuleto ma allo stesso scopo; un po' come l'aglio per i vampiri.
Il mondo del serpentino è vario e cangiante come i suoi colori, forse una delle caratteristiche che per prime colpiscono l'occhio: si va dal grigioverde al grigio perla brillante, per passare al rosso in tutte le sue sfumature, toccando persino il giallo e il bianco.
Esteticamente le pareti si presentano nelle più diverse spesso mostrano un poco rassicurante aspetto fatto di scaglioni sospesi e blocchi apparentemente accatastati. Altre volte la loro compattezza sfida quella delle pareti situate poco sopra Chiesa Val Malenco, tagliate col filo metallico della cava.
La Val Malenco è il regno del serpentino come la Val Masino è quello del granito e in tutte le Alpi vi sono ben poche altre località dove è possibile arrampicare su questa roccia magnifica. Ci sono le pareti della Valle di Susa e i grandi massi che l'antico ghiacciaio ha portato fino alle porte di Torino, ci sono le pareti che attorniano quel gioiello della natura che è l'Alpe Devero e che fanno parte della Falda del Monte Leone. Ma la Val Malenco è tutta un mare di affioramenti, un caotico mare di strutture rossastre che emergono dal bosco, che sfilano sui pascoli oltre i duemila metri, che formano canyon, guglie, pilastri e che culminano in alto con i 3678 metri del Monte Disgrazia.
Il serpentino è una grande roccia per arrampicare, per me la migliore: appigli invisibili e ruvidi compaiono miracolosamente se solo sì è avuto il coraggio di avanzare sulla parete apparentemente liscia. Il sole del tramonto colora l'arrampicata con calde e fantastiche tonalità e allora l'Australia, l'Arizona, il Colorado, perdono parte della loro mitica attrattiva per trasferirsi, esaltandosi, su rocce molto più prossime a casa. Enormi pance rossastre e striate di nero, lisce e luccicanti per l'azione modellante dei ghiacci, percorse da fessure e lame; placche rugosissime, a gocce d'acqua che, colore a parte, sembrano calcare; intrichi di rugosità e fessurine, sequenze incredibili di appigli e reglette, un terreno di gioco dove la tecnica e l'intelligenza arrampicatoria hanno il sopravvento sull'uso della forza.
Le fessure sono un vero paradiso per nut e stopper e chi ama il gioco di salire creando, non troverà terreno migliore e più impegnativo per le sue meningi
Anche lo spit è ammesso, per le cose più lisce e improteggibili, per le soste e le calate, per le vie di elevata difficoltà e lassù, nel suo splendido isolamento, il "Gigante" ha saputo trovare un giusto mezzo fra questi frammenti di tecnologia e l'antica arte del nut e del chiodo normale.
Al rifugio Motta, nido d'aquila sospeso sulla Val Malenco, Andrea Savonitto vi attende per farvi conoscere un piccolo e accogliente rifugio e un mondo di falesie tranquille, fatte per una rilassante giornata di pigrizia, spesa fra rocce e
bottiglie di Sassella.
Ma la strada del serpentino inizia geograficamente un poco più a valle, proprio all'imbocco della Val Malenco, nei pressi dell'antico abitato di Arquino. Qui, sfuggiti alla distruzione per fini edilizi, si sono salvati i grossi massi erratici; alcun fungono da sostegno a pollai, ma altri sono ancora arrampicabili e offrono divertenti passaggi o problemi di notevolissimo interesse tecnico.
Per trovare ancora la nostra roccia preferita, dovremo imboccare la Statale della Val Malenco e percorrerla per diversi chilometri. Di recentissima scoperta e valutazione, sul lato destro della valle, all'altezza di Chiesa Val Malenco e poco sotto l'abitato di Caspoggio, piombano le gradinate e caotiche pareti della Sassa.
Terreno prediletto di "Vigneron", Massimo Bruseghini, uno dei più forti arrampicatori sportivi valtellinesi, la Sassa porta il suo segno. Troverete ben poche cose facili anche se in realtà ce ne potrebbero essere moltissime: per Vigneron, tutto ciò che non strapiomba di almeno due metri è inesistente. Per fortuna, nell’inverno 1990, con Elia Negrini, abbiamo aperto una via di 6a su un bellissimo pilastrino rosso. Aperta con l'uso di nut e friend, la salita è ovviamente da attrezzare.
A Chiesa Val Malenco la valle si biforca e bisogna decidere da che parte proseguire alla ricerca di altre pareti. Prima però di addentrarsi verso le alte montagne del Bernina o del Disgrazia, dobbiamo pensare alle pareti che si trovano attorno al paese. Poco oltre il piazzale della funivia del PaIù, quella che dovremmo prendere per andare al rifugio Motta, si trova una prima struttura con vie piuttosto " domestiche". Si tratta di una placconata ora attrezzata a spit dalle guide della valle, non molto attraente vista la vicinanza al centro abitato ma abbastanza buona per prendere confidenza con la roccia o per ingannare il tempo. All'uscita delle vie, poco oltre, si trovano i grandi capannoni della Serpentino d'Italia e tutt'attorno sorgono le vestigia delle sue sconsiderate operazioni di cavatura. E' qui, all'imbocco della valle che sale verso Chiareggio, che la nostra roccia ha subito il più pesante e umiliante attacco. Questo tratto di valle, stretto fra due ripide pendici e percorso da un torrente Mallero sempre mugghiante, si presenta letteralmente sconvolto dalle cave. Polvere bianca si deposita su tutto, enormi muri di morta pietra di scarto, grigi e freddi, delimitano la strada, una enorme parete completamente affettata sulla sinistra e un'altra scavata, affettata, minata e sconvolta sulla destra. Questo paesaggio da girone dantesco con relativi personaggi, è il risultato di un'annosa politica di rapina e di incuria verso il proprio territorio. l!artigianale e più tradizionale cavatura delle 'piode", le pietre per la copertura dei tetti, sopravvive proprio in questo tratto di valle, a testimonianza di una possibile e ecologica consuetudine per sfruttare le ricchezze della pietra; un modo a misura d'uomo.
Sulla sinistra, salendo, la pendice montuosa è tutta ricoperta dalle luccicanti scaglie derivate dallo scarto delle piode e dalla loro lavorazione. Numerose aperture di gallerie, con annesso un piccolo muro a secco all'uscita, in genere coperto (qui si procede alla lavorazione), costellano il pendio; si tratta dei cosiddetti "giuel", coltivati dalla consorteria secolare dei "giuelè". In questo sconvolto paesaggio, alcune pareti sono state risparmiate, soprattutto perché troppo poco compatte per fare grossi blocchi o perché fuori mano. Sopra la prima parete affettata si trova una vasta struttura fatta a diedri e pilastri ma piuttosto erbosa. In mezzo ad essa, si staglia evidentissimo un pilastro staccato costituito da una liscia parete verticale e chiara, solcata da evidenti fessure. Nel 1977 con Jacopo Merizzi salivamo la via più evidente, oggi le vie sulla struttura sono due e più saggiamente protette con qualche spit: Il Pilastro del Pentatomide offre belle arrampicate in fessura su una parete davvero esaltante.
Sopra l'altra parete cavata, nei pressi dì un idilliaco poggio erboso dove si trovano le baite di Albareda: qui le vie si svolgono su una placconata rossa e nera, leggermente adagiata che si impenna e strapiomba verso l'uscita. Alcune vie facili nel settore inferiore della struttura permettono di prendere confidenza. Poi si può andare nel settore alto, dove per ora esistono due vie estremamente tecniche. Si arrampica su minuscole tacchette che mettono alla prova la tenuta delle falangette. La spittatura è un po' approssimativa, specie all'uscita della via che percorre la parete rossa dove uno spit con cordone blu e alcuni chiodi normali nei pressi rendono ancor più difficile intuire come esattamente si debba passare. Senza dubbio, la maggiore arca di arrampicata della Valle di Chiareggio è costituita dalla fascia
rocciosa che si stende ai piedi delle creste della Sassa d'Entova. La zona è facilmente accessibile grazie alla strada sterrata che sale da San Giuseppe verso il rifugio Longoni e il rifugio Scerscen. Cartina alla mano, le falesie che la compongono si stendono per circa 5 chilometri e si trovano a una quota di circa 2400 metri. La favorevole esposizione a sud consente di arrampicare da giugno a novembre e il 99 per cento del potenziale arrampicatorio è ancora da scoprire. Le pareti hanno altezze variabili da 20 a 200 metri e offrono tutte le possibili varietà di arrampicata, dalla placca alla fessura strapiombante, dal muro a reglette allo strapiombo manigliato. Le pareti più distanti, quelle del Castello, richiedono un'oretta di cammino, ma quasi tutte sono a pochi minuti dalla strada. In quanto a potenziale arrampicatorio, le falesie dello Scerscen superano anche l'altra e più nota zona di scalata, quella di Campo Moro - Val Poschiavina. Già descritta in alcune guidine, questa vasta area si trova a quota 2000 metri, nel ramo orientale dell'alta Val Malenco. In genere l'arrampicata si svolge su placca ma non sono rari i muri verticali o strapiombanti.
Sulle pareti che formano la cresta spartiacque della Val Poschiavina, sono state aperte anche alcune vie che hanno già un sapore più alpinistico pur rimanendo abbastanza "domestiche" data la brevità dell'approccio e la relativa lunghezza. Purtroppo, l'esposizione delle pareti risulta abbastanza infelice nella maggior parte dei casi, essendo prevalente un orientamento nord ovest. Tuttavia i luoghi sono estremamente belli e suggestivi, al cospetto dei ghiacciai e delle vette del Bernina, con i tranquilli pascoli della Val Poschiavina percorsa dall'antica strada di collegamento con la Svizzera.
Ancora più in alto, al di sopra della quota di maggiore concentrazione di falesie, si entra nel regno dell'alta montagna e anche qui la Val Malenco offre alcune belle pareti di serpentino.
Tutto il bacino del Ventina, servito dai rifugi Porro e Ventina, è formato da serpentino. Molte vette presentano ascensioni dove la roccia non è delle migliori, ma ci sono anche molti esempi contrari. Il Pizzo Ventina ad esempio ha una lunga e bellissima cresta est-nord est facile e panoramica; i due pilastri che dalla cresta si staccano verso sud offrono diverse belle ascensioni di circa trecento metri in ambiente di alta
quota e su roccia ottima. Nei pressi, sul crepacciato canalone della Vergine, si affaccia anche la Punta Kennedy che ha nella sua cresta est una delle salite più classiche su roccia dell'intero massiccio.
Di fronte, verso est, sull'altro versante della valle, la migliore vetta per arrampicare sulla nostra roccia è il Pizzo Cassandra. Le pareti si raggiungono sia salendo da Chiesa Val Malenco sia partendo dal rifugio Porro e valicando il Passo Ventina. Il versante orientale del Rachele costituisce la struttura più importante fra tutte quelle che formano il circo dell'alta Val Sassersa. Il 90 per cento di queste strutture sono ancora da visitare e senza dubbio offriranno centinaia di belle ascensioni di ogni difficoltà.
Lo stesso Monte Disgrazia, sebbene poco esplorato sotto il profilo delle vie di roccia, offre già due arrampicate estremamente interessanti sia per la bellezza della roccia, sia per l'ambiente selvaggio in cui si svolgono. Sulla parete nord, sulla costola rocciosa che delimita a destra il Supercouloir, sale una via di Masa e Tessera, non difficile (IV), ma certamente impegnativa per le difficoltà di avvicinamento e l'isolamento.
L'altra ascensione è una sorpresa di pochi anni fa e la si deve alla vena esplorativa di Bambusi e Meciani che sono andati a cacciare il naso nello sconosciuto versante sud della montagna individuando e salendo il più orientale dei pilastri che sorreggono la cima. Seppur breve (nove lunghezze), la salita è estremamente consigliabile per gli amanti della buona roccia, del sole e dell'ambiente incontaminato. Verso sud, la cresta che si origina dal Disgrazia forma poi i Corni Bruciati: interessante la via sul pilastro nord ovest della punta centrale. Sul filo della cresta, l'ultima elevazione è il Sasso Arso; sulle sue propaggini si staglia il bellissimo Scoglio di Val Terzana percorso da due vie che superano la parete sud e il grande diedro diagonale che si trova alla sua sinistra.
Qualche altra informazione la potrete desumere dalla scheda gialla, ma meglio sarebbe che veniate voi stessi a provare le incerte sensazioni dell'indefinibile serpentino. Sono sicuro che chi ama l'arrampicata (quella dove, pur con tutti i crismi della sicurezza, resta ancora un po' di spazio per qualche attimo di sano timore), non potrà che apprezzare questa roccia tanto bella, colorata, appigliata e ruvida quanto... sfuggente.